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l'intervista
26/07/2010
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Banche, in futuro più etica e sostegno alle imprese
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di Silvia Sindaco
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Lo dice Roberto Ruozi, a lungo professore di economia bancaria ed ex rettore dell’Università Bocconi, che al crack finanziario del secolo ha dedicato un libro appena uscito
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E’ ottimista, Roberto Ruozi, e non lo nasconde. La crisi finanziaria più devastante che si ricordi a memoria d’uomo è ormai alle spalle. Nel saggio appena pubblicato, Intermezzo, bilancio di tre anni di crisi bancarie, edito da Spirali, spiega con abbondanza di ricostruzioni – anche da fonti giornalistiche – l’essenza di questa vicenda e ne analizza attentamente anche il contesto economico mondiale. Aggiornato al 30 maggio scorso, il volume si sbilancia anche sugli stress test delle 91 banche europee, di cui venerdì 23 luglio abbiamo conosciuto gli esiti complessivamente più che positivi. Ruozi, come del resto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e gran parte degli osservatori internazionali, non aveva dubbi sui risultati. Ma, naturalmente, non è tutto oro quello che luccica e il professore non risparmia le critiche al sistema del credito. La recente crisi delle grandi banche mondiali costituisce – è la sua tesi – un intermezzo tra una precedente situazione di carenza di regole, quasi anarchica, e un futuro in cui grazie a nuovi dispositivi etici l’attività del credito dovrà ritrovare punti di equilibrio migliori e dare più sostegno alle imprese e all’economia. Abbiamo chiesto al professor Ruozi di spiegare in dettaglio la sua analisi e gli scenari che ne scaturiscono.
Lei sostiene che la parte più consistente della crisi sia alle spalle. Su quali elementi basa la sua valutazione? Ho scritto a maggio che gli stress test sulle 91 banche europee sarebbero stati positivi e i fatti mi hanno dato ragione. In particolare, a parlare è la realtà dei bilanci e mi riferisco ai dati positivi degli istituti di credito nel primo trimestre di quest’anno, così come a quelli dell’ultimo trimestre dell’anno passato e alle previsioni confortanti per i prossimi tre mesi, che fanno pensare che le banche possano restituire agli Stati i finanziamenti ricevuti. Questo naturalmente non significa che non ci potranno essere in futuro altri fallimenti o difficoltà, ma fanno ritenere che nel medio periodo non vedremo altre crisi di questa portata.
Eppure l’Abi giovedì 22 luglio ha reso noto che nonostante la sostanziale tenuta, le banche italiane nel 2010 registreranno sofferenze in crescita al 40 per cento. E che occorrerà aspettare la fine del biennio 2011-2012 per rivedere utili vicini ai livelli del lontano 2008. Che le sofferenze siano in aumento è un dato di fatto e fino a quando non si sarà fuori dalla crisi continueranno. Però il rapporto sofferenze/impieghi è ancora entro limiti ragionevoli. Inoltre, come ha detto il governatore Draghi, i patrimoni delle banche sono in grado di sopportare questa situazione. Infine, la maggiore concorrenza nel settore porterà meno profitti per gli istituti di credito.
Si legge nel suo libro che la causa maggiore della crisi è da addebitare al comportamento dei massimi dirigenti delle banche, poche decine di persone che da anni dominavano il mercato. Mi riferisco agli Stati Uniti, soprattutto. In Italia c’è stato in parte questo aspetto, ma non con i picchi americani. Le banche italiane sono più piccole e più prudenti, meno portate agli investimenti rischiosi. Infine, la loro struttura è ancora di tipo istituzionale, e mi riferisco alle fondazioni e alla loro cautela nell’assumere rischi. L’importante è che si riaprano i cordoni del credito alle imprese. In questo senso il 2011 dovrebbe essere un anno di svolta.
Lei scrive che anche nell’attività tradizionale del settore bancario sono stati commessi “errori clamorosi”. Come può essere successo? Anche qui si riferisce solo agli Usa? Non solo. Una volta la legge impediva che i mutui ipotecari potessero superare il 50 per cento del valore dell’immobile da finanziare. Se il debito non veniva pagato, l’immobile andava all’asta. Se invece il finanziamento arriva al 100 o addirittura al 120 per cento del valore del fabbricato, come è successo, una crisi dei mercati immobiliari o dei redditi delle famiglie fa crollare tutto. Molte banche americane hanno esercitato attività di finanziamento a alto rischio, come finanziarsi a 48 ore per investire a trent’anni! Tutto questo doveva finire. Ora occorre ritornare alle regole classiche, a una leva più equilibrata.
Lei invoca più etica nell’attività bancaria. Crede che sia un obiettivo realistico? Non so se è possibile, ma non c’è altra strada. Un nodo da sciogliere può essere quello della formazione dei manager bancari, e mi riferisco non tanto all’istruzione che ricevono all’università quanto a quella che acquisiscono all’interno delle banche stesse. Gli istituti di credito hanno spesso l’abitudine di creare specialisti: se un manager, per esempio, viene formato per operare sul mercato dei derivati, farà quello per sempre o almeno per tantissimo tempo. E’ un’attitudine troppo specialistica. Forse, ciò di cui le banche hanno bisogno è di manager di tipo classico. ‘Universale’, come si diceva una volta.
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