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Sull’obbligazionario vince la flessibilità

Come trovare il rendimento in una fase di tassi ai minimi. Senza aumentare il rischio

Un approccio globale, flessibile e attivo. Secondo Ian Spreadbury, gestore del FF Flexible Bond Fund di Fidelity International, è questa la risposta in una fase di mercato come l’attuale: svincolare il portafoglio dal riferimento a un benchmark e cercare le opportunità con un approccio globale. Ce lo spiega in questa breve intervista.

È ancora possibile ottenere ritorni accettabili sulle obbligazioni senza un rischio eccessivo?

Prima di addentrarci in qualsiasi riflessione, è importante puntualizzare un concetto. Con i tassi di interesse e i rendimenti che hanno raggiunto i minimi, gli investitori obbligazionari hanno un problema. Fatta questa premessa, per rispondere alla domanda ritengo che il primo elemento da considerare sia il contenimento del rischio, soprattutto quello legato all’eccesiva concentrazione. Vi sono sicuramente diverse opportunità, ma bisogna evitare di essere troppo focalizzati su una singola asset class, come gli high yield che hanno rendimenti interessanti ma sono correlati alle azioni, oppure su aree illiquide del mercato. Una delle possibili strade per ovviare a questi rischi è quella di avere un approccio globale, flessibile e attivo, non legato a un benchmark. Giusto a titolo di esempio, i Treasury statunitensi offrono fino al 2,5%, ben più dei corrispettivi europei, lo Stato dell’Oman ha recentemente emesso un bond in dollari che rende il 6%.

Che ruolo gioca la duration?

La duration rappresenta il rischio tassi e, in un percorso improntato al rialzo, nel medio-lungo periodo, oggi la tendenza diffusa è quella di ridurre la duration, cercando di limitare le possibili perdite sul prezzo delle obbligazioni e riducendo il rischio complessivo. Ci sono però due importanti elementi da considerare. In primo luogo, una duration più bassa implica minori rendimenti cedolari. Riducendo la duration, inoltre, diventa preponderante la componente rischio di credito, aumentando così la correlazione con le azioni e riducendo la funzione di diversificazione che ci si potrebbe invece aspettare da un fondo obbligazionario.

La duration deve essere quindi gestita in modo dinamico, facendo attenzione a trovare la giusta misura per non sacrificare i rendimenti in misura eccessiva e per evitare di aumentare la correlazione con l’azionario.

Qual è la vostra risposta a questo contesto di mercato?

Lo scorso anno, a febbraio, abbiamo autorizzato il comparto FF Flexible Bond Fund, replicando in chiave Ucits una strategia che gestisco dal 2005. Tra gli obiettivi del fondo, oltre alla massimizzazione del rendimento attraverso una gestione flessibile, abbiamo il contenimento della volatilità e una bassa correlazione con l’azionario. La nostra attenzione verso il rischio di downside e la protezione del capitale è testimoniata dal fatto che all’inizio della crisi il nostro drawdown è stato dell’8%, rispetto all’11% delle obbligazioni di elevato merito creditizio e al 30% delle obbligazioni ad alto rendimento. In media, poi, la correlazione di lungo periodo del fondo con l’azionario è stata vicina allo zero.

Qual è il posizionamento del fondo?

Il mio obiettivo è quello di avere una gestione flessibile che punti ad un buon equilibrio tra reddito e stabilità, mantenendo sempre una bassa correlazione con le azioni e generando rendimenti interessanti. Attualmente il fondo investe circa il 25% sull’high yield, con un leggero favore per gli emittenti europei rispetto a quelli Usa. Abbiamo poi una percentuale del 25% sul debito governativo, incluse le obbligazioni indicizzate all’inflazione. Il restante 50% è in obbligazioni di elevato merito creditizio, che offrono un rendimento interessante rispetto ai titoli di stato.

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