Dal 2015 continua a crescere l’interesse degli investitori per le emissioni in valuta. Tra queste, primeggia il dollaro che mostra i maggiori incrementi in termini di emissioni e volumi

Cresce l'interesse dei privati per le obbligazioni in valuta. Per sfuggire ai bassi tassi di interesse, negli ultimi 2 anni e mezzo, da una parte si è assistito sul mercato primario a un incremento del numero di emissioni in valute diverse dall'euro, dall'altra, sul secondario, è aumentato il peso di questi strumenti rispetto alle classiche operazioni in euro.

La conferma arriva da EuroTlx, piattaforma multivalutaria, in cui vengono negoziate 16 valute diverse (euro incluso). Seppur con diversi volumi negoziati, il listino ha registrato un aumento dell'attività in valuta rispetto all'euro. Negli ultimi 2 anni il peso delle obbligazioni in valuta estera è aumentato sensibilmente passando dal 26% al 34% (sul totale del numero di obbligazioni negoziate). Il dollaro tra le valute estere ha raddoppiato il suo peso sul paniere delle obbligazioni offerte da EuroTLX passando dal 10% del 2015 al 20% del 2017.

In linea con l’incremento delle emissioni in valuta estera anche i volumi negoziati di tali obbligazioni hanno subito negli ultimi 2 anni un aumento significativo passando dal 15% al 20% del totale dei volumi negoziati. Anche in questo caso il dollaro primeggia tra tutte le altre valute estere registrando un incremento del peso dal 10 al 15%. In termini di trade, infatti, i contratti conclusi relativi alle obbligazioni in dollari (rispetto ai bond in euro) sono passati da una media del 20% nel primo trimestre 2015 fino al picco del 45% a fine 2016 (in corrispondenza del picco del dollaro contro l'euro e del grosso rialzo del petrolio) per poi tornare a un valore intorno al 30% attuale, con un rapporto euro-dollaro sugli 1,08-1,09.

Ma cosa ha spinto gli emittenti su questo territorio? Il fatto che, per la prima volta nella storia, dal 2015 in avanti, il mondo degli emittenti, anche di corporate bond di Paesi emergenti, è stato valutato molto più stabile addirittura di quello ad alto rendimento Usa. Abbiamo, quindi, a che fare con un mercato dove il rischio valutario percepito è molto meno intenso di quello che in realtà il mercato aveva visto fino al 2015: l'ultimo tentativo da parte dei mercati di vedere una valuta veramente sotto pressione è avvenuto, infatti, nella primavera 2015 quando la Russia invase l'Ucraina e, in quel contesto, il rublo andò pesantemente sotto pressione. Oggi non è più così e questa sensazione di maggiore stabilità si è trasferita anche sugli investitori privati, alla ricerca di rendimento. Se, infatti, le valute non sono più il vero rischio allora perché non andare alla ricerca del rendimento? Complice, infatti, la situazione europea, con tassi minimi e negativi, le obbligazioni in valuta sono diventate uno strumento per cercare di fare pick up di rendimento. Non bisogna però generalizzare. Nonostante la situazione sia mediamente più stabile, ci sono ancora Paesi che mantengono un rischio default piuttosto elevato sui corporate bond. Tra questi, troviamo infatti il Sudafrica che, con un 8,5% di default aziendali, è in vetta alla classifica dei Paesi a più alto rischio di fallimenti aziendali, seguito dalla Turchia, che presenta un valore intorno al 6%, e dal Brasile (circa 5%). Paradossalmente, invece, la Russia, avendo fatto poche emissioni, presenta un rischio default bassissimo, di circa l'1,5%. Da rilevare, che il tutto va confrontato con un default risk dell'Europa o degli Usa pari a “zero virgola”: rispettivamente 0,5 e 0,3%. Quando si decide di investire in obbligazioni in valuta, il rischio Paese è infatti uno dei rischi che deve essere considerato insieme al rischio emittente, rischio tasso e rischio cambio.