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Mancano poche ore ormai al 2 agosto, il cosiddetto Earth Overshoot Day (o Giorno del superamento delle risorse della terra), la giornata in cui l’umanità avrà usato l’intero “budget” annuale di risorse naturali.

Stando ai dati a disposizione, il Global Footprint Network ha stimato che per soddisfare il nostro fabbisogno attuale di risorse naturali avremmo bisogno di 1,7 Pianeti Terra. Ma come consumiamo queste risorse? Ben il 60% corrisponde alla “richiesta di natura” necessario per l’assorbimento delle emissioni di anidride carbonica. E pensare che tutti noi potremmo fare qualcosa per migliorare la situazione se solo cambiassimo le nostre abitudini alimentari, magari partendo dalla lotta agli sprechi alimentari. Lo spreco alimentare infatti – oltre a essere una grave piaga sociale – rappresenta anche un danno per l’ambiente: se fosse un Paese sarebbe il terzo principale produttore di anidride carbonica al mondo, dopo Stati Uniti e Cina. In Italia sprechiamo il 35% dei prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura prodotti. Ma l’impatto sulla terra che viene generato da questo spreco non si ferma alla produzione di anidride carbonica, perché determina anche una perdita di 1.226 milioni di m³ l’anno di acqua (pari al 2,5% dell’intera portata annua del fiume Po) e produce l’immissione nell’ambiente di 24,5 milioni di tonnellate CO2 l’anno, di cui 14,3 milioni dovuti agli sprechi domestici. L’assorbimento della sola CO2 prodotta dallo spreco domestico in Italia richiede una superficie boschiva maggiore di quella presente in Lombardia.

Marta Antonelli, Research Programme Manager della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, spiega quanto, cambiando le nostre scelte alimentari, potremmo aiutare il Pianeta: “Da quando è stato calcolato, ogni anno l’Overshoot Day è caduto in anticipo sul calendario. E mai, prima di oggi, era caduto così presto. Questo vuol dire che dobbiamo tutti fare molto di più per invertire questa tendenza. Come? Partendo da quello che mettiamo nel piatto, perché il cibo, da solo, produce il 26% dell’impronta ecologica globale. Se dimezzassimo lo spreco alimentare, mangiassimo alimenti a basso contenuto proteico e seguissimo una dieta adeguata in termini di calorie assunte potremmo ridurre l’impronta ecologica globale del 22%, riuscendo così a spostare la data del prossimo overshoot day di ben 42 giorni”.

Ma lo spreco alimentare non è l’unico fattore del quale tenere conto nel nostro processo di cambiamento. A livello globale, il solo settore agricolo produce il 24% dei gas a effetto serra (più del settore industriale o dei trasporti)[1] e questo avviene mentre quasi il 40% della superficie terrestre è sottoposta alle attività agricole e zootecniche, con una porzione di suolo idoneo alla coltivazione pari a 4,4 miliardi di ettari (ossia 146 volte l’Italia). La stessa attività agricola consuma il 70% dell’acqua dolce che preleviamo. Insomma, la sfida che siamo chiamati a combattere da qui ai prossimi anni è chiara: riuscire a spostare in avanti il giorno dell’Overshoot Day tenendo conto anche di “come” il cibo viene prodotto a 360°.

Proprio sul “come” il cibo viene prodotto si focalizza l’analisi del Food Sustainability Index, l’indice creato da Fondazione Barilla e The Economist Intelligence Unit che analizza 25 Paesi rappresentanti oltre i 2/3 della popolazione mondiale e l’87% del PIL globale. Secondo l’analisi dell’Index è la Francia, soprattutto grazie alle sue innovative politiche contro lo spreco e per l’approccio equilibrato all’alimentazione, il Paese al mondo che produce il “cibo più buono” sulla base di 3 elementi: agricoltura sostenibile; alimentazione; spreco alimentare. A seguire il Paese Transalpino sono il Giappone e il Canada, grazie alle loro politiche in tema di agricoltura sostenibile e nella diffusione di regimi alimentari corretti ed equilibrati.

FOOD SUSTAINABILITY REPORT, LO STRUMENTO PER PARLARE DI CIBO E IMPATTO AMBIENTALE
Per mantenere viva l’attenzione di stakeholder, decisori, esperti ma anche semplici cittadini, la Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) e Milan Center for Food Law and Policy hanno ideato e lanciato il Food Sustainability Report, uno strumento per promuovere e diffondere la conoscenza delle complesse tematiche relative al cibo, al fine di sensibilizzare sull’urgenza di agire per rendere il sistema alimentare globale realmente sostenibile.

Nel secondo numero, fra i temi analizzati, si parla di come il fenomeno delle “migrazioni” sia strettamente legato – ben oltre la percezione che abbiamo - alla carenza di cibo. In particolare, l’attenzione del Report si focalizza sullo studio di United Nations World Food Programme (WFP) secondo il quale ogni punto percentuale di aumento dell’insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione (per mille abitanti) a migrare, mentre un ulteriore 0,4% (per mille abitanti) fugge per ogni anno di guerra. Tra le cause di insicurezza alimentare ci sono, senza ombra di dubbio, i cambiamenti climatici che stanno colpendo il Pianeta (che a loro volta sono ampiamente influenzati anche dal modo in cui produciamo proprio quel cibo).

Il Report è un documento trimestrale che nasce dalla costante analisi di notizie e documenti su cibo e sostenibilità diffusi online dalle principali fonti in lingua anglosassone, tra cui siti di informazione, organismi governativi, agenzie internazionali, organizzazioni non governative e istituti di ricerca. Fotografa la dimensione, i contenuti prevalenti e le tendenze della ricerca, della legislazione e delle azioni concrete in atto, attraverso dati sul volume di informazioni diffuse, analisi semantiche sui temi al centro dell’attenzione, segnalazioni di notizie, documenti e ricerche da leggere, tenere in considerazione e portare in evidenza. Il Report rappresenta, insomma, un ausilio agli addetti ai lavori per orientarsi nell’enorme flusso di informazioni riguardanti il cibo ed i suoi impatti in termini sociali, economici, ambientali al fine di comprendere come e quanto queste dinamiche vadano ad impattare sulla nostra quotidianità e sugli equilibri che caratterizzano il complesso sistema della produzione alimentare.

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