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USA, UK e Francia i paesi che investono di più in Italia. Investiti 29 miliardi di Euro dal 2013 al 2016

Le imprese italiane attraggono gli investitori stranieri e possono così beneficiare di capitali esteri per diversificare l'offerta di prodotti e servizi e per crescere oltreconfine. Questo, in estrema sintesi, è quanto emerge dalla prima ricerca effettuata in Italia sugli investimenti esteri nel nostro Paese nel periodo 2013/2016 su un campione di società medie e medio-grandi residenti in Italia con un fatturato tra i 50 e i 500 milioni di Euro, che lo studio legale Hogan Lovells ha commissionato alla School of Management del Politecnico di Milano.

La ricerca presentata a Milano presso Borsa Italiana alla presenza, tra gli altri, del Sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico Ivan Scalfarotto, e a Roma giovedì 16 novembre con la testimonianza del Sottosegretario del Ministero degli Esteri Benedetto Della Vedova presso la sede dello studio Hogan Lovells.

L’analisi si è concentrata sulle operazioni di M&A relative alle medio/medio-grandi imprese: un settore di mercato a volte meno considerato ma che rappresenta l'ossatura dell'economia italiana.

Sono 225 le società che - nel periodo considerato - hanno visto cambiare il proprio assetto societario con l’ingresso di almeno un investitore estero; con un trend in crescita (passando da 42 operazioni nel 2013 a ben 70 nel 2016). Sono state escluse dall’analisi le acquisizioni di società in dissesto finanziario o sottoposte a procedure di amministrazioni straordinaria (operazioni ritenute poco significative a livello statistico).

Dall'analisi emerge che sono ben 39 i paesi di origine degli investitori internazionali; tuttavia alcuni paesi, in termini di numero di investimenti e di valore, possono essere considerati i top acquirer: Stati Uniti, Regno Unito e Francia rispettivamente con 54, 29 e 26 operazioni nei quattro anni. La Cina è stata protagonista di 12 operazioni di investimento.

Dal punto di vista della tipologia degli investitori, il 57% dei casi è rappresentato da investitori strategici mentre il 43% è rappresentato da investitori finanziari quali fondi di private equity e investitori istituzionali.

“Il trend in crescita delle operazioni M&A, che abbiamo riscontrato sul campo negli ultimi anni, è confermato in modo puntuale dall'analisi condotta dal Politecnico – dichiara Luca Picone, Country Managing Partner di Hogan Lovells Italia -. Le imprese italiane attraggono gli investimenti esteri per le loro eccellenze e, proprio attraverso i capitali esteri, il made in Italy si afferma ulteriormente grazie alla strategia di ampliamento dell'offerta ed esportazione del prodotto. Dall’analisi - continua Picone - si evince come gli investimenti stranieri portino un triplice beneficio: il primo per i venditori, che di prassi vendono a valori importanti (il multiplo medio di termini di EV/EBITDA in tali operazioni è ben superiore al multiplo medio riscontrato nello stesso periodo per operazioni di M&A puramente "domestiche"); il secondo per chi acquista, che può far leva sull’eccellenza italiana per diversificare e internazionalizzare; il terzo beneficio è per la stessa società target (e quindi i suoi stakeholders, quali dipendenti, fornitori, ecc.), che, grazie ai nuovi capitali, agli investimenti, all'apertura a nuovi mercati e a volte anche grazie all'ingresso di un nuovo management, vede incrementare le opportunità di crescita e, quindi, il proprio valore”.

Per quanto riguarda i valori delle transazioni, su un sotto-campione di 109 società (sul restante non è stato possibile reperire i dati), il flusso di investimenti nei quattro anni è stato pari a 29 miliardi di Euro, mentre il valore medio delle operazioni è stato di 266 milioni di Euro. L’anno in cui si è registrato il maggior numero di transazioni è stato il 2016, per un valore complessivo di 12,8 miliardi di Euro.

L’interesse degli investitori esteri nel quadriennio analizzato si è concentrato per il 71% sul comparto industriale, con punte del 76% nel 2013 e del 74% nel 2016. A seguire il settore dei servizi con i 24% e punte del 27% nel 2014 e del 28% nel 2015. Il resto delle operazioni, residuale, è nel settore finanziario. Tra i settori di maggiore rilevanza che restano costanti negli anni si ritrovano: food & beverage (12%), il machinery (8%) e il metal/steel e il consumer products, entrambi con la stessa incidenza (7%). Nel corso degli anni, ma in modo meno ricorrente, spiccano altri settori quali l’healthcare nel 2014 e nel 2016 con il 7% dei rispettivi anni, l’automotive nel 2015 con il 9%, il transportation nel 2013 con il 7%.

“Nel lavoro - segnala Marco Giorgino, docente al Politecnico di Milano e Direttore della ricerca - abbiamo voluto affiancare ad un’analisi statistica anche una lettura più qualitativa ad alto valore, intervistando i top manager delle società target, rilevando che la motivazione principale per il cambio è dettata da interessi strategici per il 38% dei casi mentre per il 25% da ragioni legate alla governance e, più in generale, che l’entrata di soci esteri, peraltro a prezzi tutt’altro che scontati, contribuisce all’apertura di nuovi mercati, alla diversificazione di prodotto e alla realizzazione di nuove partnership commerciali, così favorendo la diffusione del Made in Italy’’.

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