In luglio il dollaro si è rivelato il fanalino di coda, registrando un calo del 2,7% rispetto a un paniere di valute ponderate per l’interscambio e toccando il minimo in 2,5 anni rispetto all’euro (si veda grafico).

Un andamento che risulta in linea con le nostre aspettative di un graduale deprezzamento della divisa Usa nei prossimi cinque anni.

L’aumento delle tensioni politiche negli Stati Uniti, associato alla mancata approvazione della riforma sanitaria in Senato e ai rapidi avvicendamenti nel team di Trump, è stato uno dei fattori che hanno contribuito alla flessione del biglietto verde; tra questi segnaliamo anche l’attenuarsi delle attese di un rialzo dei tassi della Fed a fronte di un’inflazione persistentemente bassa.

pictet la crisi del dollaro 1

Grande protagonista del mese il petrolio, avanzato di quasi il 10% grazie alle aspettative di una riduzione delle esportazioni dall’Arabia Saudita, di un deterioramento della situazione economica e politica in Venezuela (Paese esportatore di energia) e di un calo delle scorte del greggio Usa.

A confronto il +2,7% messo a segno in luglio dalle azioni sembra un risultato modesto. Tuttavia le azioni detengono ancora il titolo di “asset class migliore da inizio anno”, con un rendimento totale del 15%. A livello regionale le performance migliori sono giunte dai mercati emergenti.

In termini di settore hanno brillato le aree cicliche, sostenute dalla forte propensione al rischio degli investitori e da un solido contesto economico.

La tecnologia ha guadagnato il 4,7% nel corso del mese, portando i rendimenti da inizio anno a oltre il 26%. La capitalizzazione di Amazon e Facebook ha sfiorato i 500 miliardi di dollari; il rivenditore online e il colosso dei social media sono a un passo dal raggiungere titoli del calibro di Microsoft, Apple e Alphabet.

Per contro, i settori più difensivi quali beni di prima necessità e sanità hanno offerto una performance inferiore all’1%.

Sul fronte obbligazionario la maggior parte dei segmenti ha guadagnato terreno. Il debito europeo – governativo, investment grade e high yield – ha battuto le controparti americane. Al contempo il debito emergente in valuta locale è stato ancora oggetto di una forte domanda da parte degli investitori, ma la debolezza di alcuni mercati, soprattutto il Venezuela, ha posto un limite ai rendimenti complessivi.


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