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  Premi per ascoltare l'articolo! Dopo alcuni anni di difficoltà, il mercato dell’arte ha segnato una ripresa a fine 2017. E tale crescita è stata trainata dagli Stati Uniti, dalla Cina e dal Regno Unito, che insieme rappresentano l’83% dell’intera torta. Questo secondo il report di Art Tactic. Le gallerie detengono il 53% del valore totale, mentre il 47% è nelle mani delle case d’aste che, nel 2017, hanno aumentato le loro quote di + 4%. Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS luglio 2018cliccare qui per scaricare tutta la pubblicazione   I mercati principali continuano sempre ad essere gli stessi, con gli Stati Uniti che rappresentano da soli il 42 % delle vendite, la Cina al secondo posto con il 21% e il Regno Unito al 20%. Ma dire Stati Uniti e Regno Unito significa essenzialmente dire New York e Londra: le aste battute lo scorso anno dalle principali case d’asta in queste due città hanno fatto registrare un incremento del +61.6% rispetto al 2016, ponendo fine così ad un ciclo negativo durato due anni (2015-2016) che aveva visto un calo rispetto al picco del 2014. La Grande Mela da sola ha chiuso il 2017 con un +72.4%, seguita da Londra con un +32.9%. Questo conferma due trend in atto ormai da anni nel mercato, al netto di temporanei rallentamenti: che c’è una forte polarizzazione delle transazioni nelle principali città sedi d’asta e di importanti gallerie – in primis New York e Londra, seguite da Pechino, Hong Kong e città come Dubai – e che gli HNWI (High Net Worth Individuals, con patrimoni sopra il milione di dollari), ed ancora di più i Very e gli Ultra HNWI (sopra i 5 e i 30 milioni) considerano sempre di più l’investimento in arte e in collectibles come indispensabile nella diversificazione del loro portafoglio, e non solo (+3,5% sul 2016 per gli Ultra HNWI). I due trend sono ovviamente correlati, perché i grandi compratori tendono ad andare a comprare sui «grandi mercati», e tutto ciò ha anche una spiegazione sociologica che influenza i gusti. Il fatto che il mercato abbia visto nell’ultimo decennio un forte aumento dei prezzi - specie in asta -, oltre che un aumento dell’interesse per l’arte contemporanea e un crescente numero di paesi dai quali provengono i nuovi compratori, ha creato un circolo – virtuoso o vizioso che sia – per il quale molti nuovi ricchi hanno cercato accreditamento sociale comprando arte, è esplosa la domanda all’esplodere dell’economia dei paesi BRIC, e l’unico filone d’arte in grado di soddisfare questa domanda in tempi rapidi è stato quello dell’arte contemporanea. Troppo lento, complesso, arido di grandi pezzi disponibili, e bisognoso di ricerca e pazienza, al confronto, è il dipartimento di dipinti antichi, ad esempio, ma anche quello dell’800 e dei primi del ‘900. Inoltre questo ha fatto crescere le vendite delle opere sopra il milione di dollari, portando le grandi case d’asta a posizionarsi soprattutto nella fascia alta. Negli ultimi anni, le opere sopra 1 milione di dollari hanno rappresentato l’1% delle transazioni, l’1% degli artisti, ma più del 50% dei valori totali. E la crescita è stata del 400% in 10 anni, anche se il 90% delle opere vendute sta sotto i 50 mila euro. Questo tra l’altro crea una forte dicotomia, dove i grandi valori trainano tutti i report del mercato (vedi, ad es., i 450 milioni spesi per il Salvador Mundi), ma dove il volume delle transazioni risiede altrove. L’Italia è un esempio classico di questo contrasto, contando in media nel mercato per un 1% in termini di valori, ma più del 5% considerando solo il numero di transazioni. Risulta utile fare un passo indietro e ricordare i motivi che portano all’acquisto di opere d’arte. Le maggiori motivazioni che portano a diventare collezionisti risiedono storicamente in tre macro categorie di interesse: per piacere e interesse personale, per prestigio sociale, per investimento o speculazione finanziaria. Il 3% dei collezionisti (Artactic, Deloitte, 2014) afferma che il motivo principale è solo per investimento, il 21% per puro piacere, il 76% per piacere ma con un occhio all’investimento. Tra i nuovi collezionisti HNWI, il 60% dice di farlo per desiderio di appartenenza sociale, quindi arte come status symbol. Credo sia in effetti utile considerare l’Europa e gli Stati Uniti da una parte, ed i paesi economicamente emergenti dall’altra. Nel primo caso, l’acquisto è un misto di interesse personale genuino, che comunque di solito c’è, di attenzione all’investimento e di affermazione sociale, nel secondo caso prevale quest’ultimo aspetto. È negli anni cambiato il modo di collezionare e il meccanismo di attribuzione del valore, e questo ha cambiato anche le metodologie ed i canali d’acquisto. Tornando al discorso di poc’anzi, il mercato si è polarizzato sulle due/tre piazze principali, capaci di attrarre l’interesse di tutti i nuovi mercati, e di dare valore aggiunto alle stesse opere: una «evening sale» a New York di Post War and Contemporary accresce il prezzo di martello di – probabilmente, anche se è difficile da dimostrare/quantificare – almeno un 10/15%, rispetto ad un’asta in una città che non sia una di quelle tre o quattro di riferimento. Le aste importanti stesse - in primis le evening sale di New York e Londra di arte moderna e contemporanea - sono diventate dei brand, dove esserci e comprare, e questo è successo dopo che le grandi gallerie e Christie’s e Sotheby’s avevano già raggiunto lo status di brand. In tutto questo l’Italia gioca un ruolo di supporto, di comprimario, talvolta importante ma comunque di seconda fascia. Ed il fatto che i due player principali abbiamo ridotto drasticamente negli anni il numero di aste nel nostro paese, ha solo in parte a che fare con la diminuzione della capacità di acquisto dei collezionisti locali, e delle problematiche fiscali e burocratiche – che pur pesano. Si sconta un cambiamento globale del modello mercato, con nuovi flussi, nuovi compratori, il cambiamento degli interessi e delle motivazioni. Ed in questo meccanismo, le grandi opere lasciapassare per l’entrata al club dei maggiori collezionisti mondiali, le «trophy works» - che trainano i valori globali del mercato - vanno comprate alle grandi aste nelle metropoli internazionali. Se a tutto questo si aggiunge una situazione burocratica e fiscale incerta e/o penalizzante, il mercato sposta il suo baricentro altrove. È significativo pensare anche al fatto che vi siano alcuni italiani che comprano alle aste internazionali, specie a Londra, e che tengono all’estero le opere, temendo poi di non riuscire più a valorizzarne la vendita nel caso in cui vogliano in un secondo momento alienare, e comunque per migliori condizioni che trovano in altri paesi. Il paradosso è evidente, con una politica economico-culturale italiana che mira al conservatorismo e al non depauperamento del patrimonio, ottenendo spesso un effetto contrario. Ed un quadro più chiaro riguardante i termini e le modalità per i proventi derivanti dalla cessione di opere d’arte, potrebbe dare più sicurezza e punti fermi. Si potrebbe dire, al riguardo, che essendo il mercato fortemente dicotomico – con moltissime transazioni sotto i 100.000 euro, e con picchi sopra i 10 milioni che trainano i valori di tutto il mercato – paradossalmente l’atmosfera che si respira attorno alle condizioni fiscali influenza di più i valori non enormi, che rispondono ad altre dinamiche come dicevamo. Riguardo alla dicotomia e al fatto che ci siano due realtà completamente diverse nel mercato, basti pensare che il valore totale delle opere vendute a oltre 10 milioni di dollari sono aumentate del 148% in 10 anni e del 125% su base annua nel 2017. Per quanto riguarda le grandi case d’asta, non è sempre detto che le vendite con prezzi a 7 o 8 zeri siano quelle più redditizie. Questo perché la forza contrattuale di chi vende i capolavori è maggiore, si entra spesso nella sfera di speciali servizi finanziari offerti, i costi di marketing e comunicazione sono alti. Negli ultimi anni le maggiori case d’asta hanno cercato un riposizionamento su quello che viene definito il middle market, dopo che hanno fatto molto rumore gli acquisti sopra i 100 milioni di dollari, ma che in termini di margini e commissioni portano meno agli intermediari rispetto a 100 vendite da 1 milione ciascuna. Certo, il middle market è diverso per ogni realtà (per Christie’s e Sotheby’s si parla del range 100mila/1 milione, per altri è un pò più basso). E va tenuto conto anche che vendite come quelle del Salvador Mundi, o precedentemente di Picasso (Les Femmes d’Alger) e del Modigliani (Nu Couché), sono grandi investimenti pubblicitari per gli operatori, che contribuiscono a rafforzare il mito del brand, e quindi sono cruciali. Ma quello che è chiaro a tutti è che il middle market non va dimenticato, e che il livello di ingresso e l’online sono un mercato assolutamente da non sottovalutare, non solo per entrare in contatto con nuovi clienti e promuovere «nuove linee di prodotto», ossia artisti meno affermati, ma anche per sperimentare formule nuove di business e nuovi mercati. Christie’s e Sotheby’s hanno più di 15 milioni di visitatori online l’anno, i nuovi registrati sono spesso sopra il 30%, ed hanno nella maggior parte dei casi meno di 45 anni. È evidente come sia un canale per coltivare nuovi clienti in un contesto, quello delle aste di alto livello, dove è difficile che ciò accada. E considerando i valori generali del mercato online, seppure non altissimi in valore assoluto, stanno crescendo a ritmi costanti: tale mercato ha registrato una crescita negli ultimi cinque anni pari al 72%, raggiungendo un valore stimato di 5,4 miliardi di dollari nel 2017, e per il report Hiscox (il più attendibile sull’argomento) varrà circa 20 miliardi nel giro di pochissimi anni. È comunque evidente come il ruolo degli intermediari del mercato (case d’asta, gallerie, art advisor), si stia modificando rapidamente. Da un lato i servizi offerti dalle case d’asta diventano sempre più ricchi, specie quelli di tipologia finanziaria, per un gioco di competizione e di domanda/offerta. Dall’altro, nel lungo periodo e in quest’era dove il digitale acquisisce sempre maggior importanza, così come la sharing economy, le aggregazioni online di collezionisti potrebbero portare ad una situazione in futuro nella quale si moltiplicheranno gli scambi diretti. Realtà come Collectrium, Independent Collectors, ed altre, che aggregano su portali collezionisti sempre più consapevoli e informati e sempre meno propensi ad affidarsi a terzi in maniera acritica, potrebbero essere l’antefatto che prepara ad un mercato dove chi cerca certe opere e sa in mano a chi stanno, si rivolgerà direttamente a quest’ultimo. Gli intermediari si devono evolvere per forza di cose, per non rischiare di essere tagliati fuori. Il fatto che Christie’s abbia acquistato Collectrium nel 2015 è sintomo anche del fatto che i grandi player stiano cercando di capirne di più. Collectrium è portale leader nel «collection management» in digitale, dove si possono caricare e gestire immagini e informazioni delle opere, dove grazie a una rete estesa di partner si possono avere servizi in tempo reale, ma soprattutto dove – grazie ad una database simile a quello di Artnet che incrocia i dati di migliaia di aste – si può avere un’idea del valore della propria collezione aggiornato quotidianamente. È già evidente come le grandi case d’asta siano sempre più società di servizi, dove la mera compravendita rappresenta solo il contesto. Le garanzie sulle opere con valori importanti rientrano sempre più nelle proposte contrattuali di vendita, spesso con il supporto di società finanziarie terze parti. Ma a volte vengono richiesti dai clienti anche anticipi, e addirittura compartecipazione agli utili. Georgina Adam, famosa giornalista di settore del The Art Newspaper e del The Financial Times, a inizio 2018 ha predetto che «Il prezzo astronomico del Salvador Mundi rinforzerà ulteriormente l’intera arte come settore d’investimento, con i finanzieri che si interesseranno al mercato dell’arte molto più di prima. Si conferma l’inesorabile diffusione delle garanzie e l’impiego crescente di complicati accordi finanziari nel caso dei lotti più cari. E le garanzie, che finora erano limitate soprattutto al settore moderno e contemporaneo, si stanno gradualmente estendendo ad altri ambiti come quello della pittura antica. Per quanto riguarda le gallerie, abbiamo sentito molto parlare della chiusura di gallerie di medie dimensioni per numerosi fattori: minore frequentazione, obbligo di partecipare alle fiere d’arte finanziariamente non sostenibile dagli attori più piccoli e affitti in crescita nelle grandi città. Penso che questa tendenza sia destinata a mantenersi, con gli attori principali che diventeranno sempre più grandi, sempre più globalizzati e che sottrarranno artisti ai soggetti più piccoli. Il settore delle gallerie medie dovrà individuare soluzioni alternative». Quindi da un lato le case d’asta offriranno sempre più servizi vari – non solo finanziari, sempre più complessi, ma anche restauri, piani di marketing, di valorizzazione, consulenze sulla gestione, etc., e lo sviluppo delle trattative private è tra questi - e dall’altra le gallerie, che non siano tra le «blue chips», dovranno sempre più reinventarsi, con spazi condivisi, progetti in collaborazione, e valorizzazione e promozione di alcuni artisti. Anche perché è bene ricordare quella che è la differenza principale tra la maggior parte delle gallerie di arte contemporanea e le case d’asta, ossia che le prime si rivolgono principalmente al mercato primario (quello che ha a che fare con il primo ingresso nel mercato di un’opera, relazionandosi direttamente con gli artisti), le seconde al mercato secondario (che riguarda i passaggi successivi delle opere, spesso con l’artista non più vivente). Quindi si può prevedere, e da un lato auspicare, che le case d’asta offriranno sempre più servizi complessi nel mercato secondario, inarrivabili per la gran parte delle gallerie, e dall’altro che le gallerie torneranno alla loro missione principale, la ricerca, la valorizzazione e la promozione di alcuni artisti, e l’approfondimento su alcuni filoni e alcuni temi, lavoro di attenzione e contenuti che le case d’asta non possono fare. Il tutto in uno sviluppo qualitativo e quantitativo dell’offerta ai collezionisti, nel tentativo anche di controbilanciare il rischio della ricerca autonoma dell’informazione e delle controparti contrattuali da parte degli stessi, con il conseguente salto dell’intermediazione, che dovrà quindi affinarsi, arricchirsi e rendersi più «attraente» e utile. Marco Trevisan - Già Managing Director - Christie’s Italia Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS luglio 2018cliccare qui per scaricare tutta la pubblicazione

Dopo alcuni anni di difficoltà, il mercato dell’arte ha segnato una ripresa a fine 2017. E tale crescita è stata trainata dagli Stati Uniti, dalla Cina e dal Regno Unito, che insieme rappresentano l’83% dell’intera torta. Questo secondo il report di Art Tactic. Le gallerie detengono il 53% del valore totale, mentre il 47% è nelle mani delle case d’aste che, nel 2017, hanno aumentato le loro quote di + 4%.

Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS luglio 2018
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I mercati principali continuano sempre ad essere gli stessi, con gli Stati Uniti che rappresentano da soli il 42 % delle vendite, la Cina al secondo posto con il 21% e il Regno Unito al 20%. Ma dire Stati Uniti e Regno Unito significa essenzialmente dire New York e Londra: le aste battute lo scorso anno dalle principali case d’asta in queste due città hanno fatto registrare un incremento del +61.6% rispetto al 2016, ponendo fine così ad un ciclo negativo durato due anni (2015-2016) che aveva visto un calo rispetto al picco del 2014. La Grande Mela da sola ha chiuso il 2017 con un +72.4%, seguita da Londra con un +32.9%.

Questo conferma due trend in atto ormai da anni nel mercato, al netto di temporanei rallentamenti: che c’è una forte polarizzazione delle transazioni nelle principali città sedi d’asta e di importanti gallerie – in primis New York e Londra, seguite da Pechino, Hong Kong e città come Dubai – e che gli HNWI (High Net Worth Individuals, con patrimoni sopra il milione di dollari), ed ancora di più i Very e gli Ultra HNWI (sopra i 5 e i 30 milioni) considerano sempre di più l’investimento in arte e in collectibles come indispensabile nella diversificazione del loro portafoglio, e non solo (+3,5% sul 2016 per gli Ultra HNWI). I due trend sono ovviamente correlati, perché i grandi compratori tendono ad andare a comprare sui «grandi mercati», e tutto ciò ha anche una spiegazione sociologica che influenza i gusti. Il fatto che il mercato abbia visto nell’ultimo decennio un forte aumento dei prezzi - specie in asta -, oltre che un aumento dell’interesse per l’arte contemporanea e un crescente numero di paesi dai quali provengono i nuovi compratori, ha creato un circolo – virtuoso o vizioso che sia – per il quale molti nuovi ricchi hanno cercato accreditamento sociale comprando arte, è esplosa la domanda all’esplodere dell’economia dei paesi BRIC, e l’unico filone d’arte in grado di soddisfare questa domanda in tempi rapidi è stato quello dell’arte contemporanea. Troppo lento, complesso, arido di grandi pezzi disponibili, e bisognoso di ricerca e pazienza, al confronto, è il dipartimento di dipinti antichi, ad esempio, ma anche quello dell’800 e dei primi del ‘900. Inoltre questo ha fatto crescere le vendite delle opere sopra il milione di dollari, portando le grandi case d’asta a posizionarsi soprattutto nella fascia alta. Negli ultimi anni, le opere sopra 1 milione di dollari hanno rappresentato l’1% delle transazioni, l’1% degli artisti, ma più del 50% dei valori totali. E la crescita è stata del 400% in 10 anni, anche se il 90% delle opere vendute sta sotto i 50 mila euro. Questo tra l’altro crea una forte dicotomia, dove i grandi valori trainano tutti i report del mercato (vedi, ad es., i 450 milioni spesi per il Salvador Mundi), ma dove il volume delle transazioni risiede altrove. L’Italia è un esempio classico di questo contrasto, contando in media nel mercato per un 1% in termini di valori, ma più del 5% considerando solo il numero di transazioni.

Risulta utile fare un passo indietro e ricordare i motivi che portano all’acquisto di opere d’arte. Le maggiori motivazioni che portano a diventare collezionisti risiedono storicamente in tre macro categorie di interesse: per piacere e interesse personale, per prestigio sociale, per investimento o speculazione finanziaria.

Il 3% dei collezionisti (Artactic, Deloitte, 2014) afferma che il motivo principale è solo per investimento, il 21% per puro piacere, il 76% per piacere ma con un occhio all’investimento. Tra i nuovi collezionisti HNWI, il 60% dice di farlo per desiderio di appartenenza sociale, quindi arte come status symbol. Credo sia in effetti utile considerare l’Europa e gli Stati Uniti da una parte, ed i paesi economicamente emergenti dall’altra. Nel primo caso, l’acquisto è un misto di interesse personale genuino, che comunque di solito c’è, di attenzione all’investimento e di affermazione sociale, nel secondo caso prevale quest’ultimo aspetto.

È negli anni cambiato il modo di collezionare e il meccanismo di attribuzione del valore, e questo ha cambiato anche le metodologie ed i canali d’acquisto. Tornando al discorso di poc’anzi, il mercato si è polarizzato sulle due/tre piazze principali, capaci di attrarre l’interesse di tutti i nuovi mercati, e di dare valore aggiunto alle stesse opere: una «evening sale» a New York di Post War and Contemporary accresce il prezzo di martello di – probabilmente, anche se è difficile da dimostrare/quantificare – almeno un 10/15%, rispetto ad un’asta in una città che non sia una di quelle tre o quattro di riferimento. Le aste importanti stesse - in primis le evening sale di New York e Londra di arte moderna e contemporanea - sono diventate dei brand, dove esserci e comprare, e questo è successo dopo che le grandi gallerie e Christie’s e Sotheby’s avevano già raggiunto lo status di brand. In tutto questo l’Italia gioca un ruolo di supporto, di comprimario, talvolta importante ma comunque di seconda fascia. Ed il fatto che i due player principali abbiamo ridotto drasticamente negli anni il numero di aste nel nostro paese, ha solo in parte a che fare con la diminuzione della capacità di acquisto dei collezionisti locali, e delle problematiche fiscali e burocratiche – che pur pesano. Si sconta un cambiamento globale del modello mercato, con nuovi flussi, nuovi compratori, il cambiamento degli interessi e delle motivazioni. Ed in questo meccanismo, le grandi opere lasciapassare per l’entrata al club dei maggiori collezionisti mondiali, le «trophy works» - che trainano i valori globali del mercato - vanno comprate alle grandi aste nelle metropoli internazionali.

Se a tutto questo si aggiunge una situazione burocratica e fiscale incerta e/o penalizzante, il mercato sposta il suo baricentro altrove. È significativo pensare anche al fatto che vi siano alcuni italiani che comprano alle aste internazionali, specie a Londra, e che tengono all’estero le opere, temendo poi di non riuscire più a valorizzarne la vendita nel caso in cui vogliano in un secondo momento alienare, e comunque per migliori condizioni che trovano in altri paesi. Il paradosso è evidente, con una politica economico-culturale italiana che mira al conservatorismo e al non depauperamento del patrimonio, ottenendo spesso un effetto contrario. Ed un quadro più chiaro riguardante i termini e le modalità per i proventi derivanti dalla cessione di opere d’arte, potrebbe dare più sicurezza e punti fermi. Si potrebbe dire, al riguardo, che essendo il mercato fortemente dicotomico – con moltissime transazioni sotto i 100.000 euro, e con picchi sopra i 10 milioni che trainano i valori di tutto il mercato – paradossalmente l’atmosfera che si respira attorno alle condizioni fiscali influenza di più i valori non enormi, che rispondono ad altre dinamiche come dicevamo. Riguardo alla dicotomia e al fatto che ci siano due realtà completamente diverse nel mercato, basti pensare che il valore totale delle opere vendute a oltre 10 milioni di dollari sono aumentate del 148% in 10 anni e del 125% su base annua nel 2017.

Per quanto riguarda le grandi case d’asta, non è sempre detto che le vendite con prezzi a 7 o 8 zeri siano quelle più redditizie. Questo perché la forza contrattuale di chi vende i capolavori è maggiore, si entra spesso nella sfera di speciali servizi finanziari offerti, i costi di marketing e comunicazione sono alti. Negli ultimi anni le maggiori case d’asta hanno cercato un riposizionamento su quello che viene definito il middle market, dopo che hanno fatto molto rumore gli acquisti sopra i 100 milioni di dollari, ma che in termini di margini e commissioni portano meno agli intermediari rispetto a 100 vendite da 1 milione ciascuna. Certo, il middle market è diverso per ogni realtà (per Christie’s e Sotheby’s si parla del range 100mila/1 milione, per altri è un pò più basso). E va tenuto conto anche che vendite come quelle del Salvador Mundi, o precedentemente di Picasso (Les Femmes d’Alger) e del Modigliani (Nu Couché), sono grandi investimenti pubblicitari per gli operatori, che contribuiscono a rafforzare il mito del brand, e quindi sono cruciali.

Ma quello che è chiaro a tutti è che il middle market non va dimenticato, e che il livello di ingresso e l’online sono un mercato assolutamente da non sottovalutare, non solo per entrare in contatto con nuovi clienti e promuovere «nuove linee di prodotto», ossia artisti meno affermati, ma anche per sperimentare formule nuove di business e nuovi mercati. Christie’s e Sotheby’s hanno più di 15 milioni di visitatori online l’anno, i nuovi registrati sono spesso sopra il 30%, ed hanno nella maggior parte dei casi meno di 45 anni. È evidente come sia un canale per coltivare nuovi clienti in un contesto, quello delle aste di alto livello, dove è difficile che ciò accada. E considerando i valori generali del mercato online, seppure non altissimi in valore assoluto, stanno crescendo a ritmi costanti: tale mercato ha registrato una crescita negli ultimi cinque anni pari al 72%, raggiungendo un valore stimato di 5,4 miliardi di dollari nel 2017, e per il report Hiscox (il più attendibile sull’argomento) varrà circa 20 miliardi nel giro di pochissimi anni.

È comunque evidente come il ruolo degli intermediari del mercato (case d’asta, gallerie, art advisor), si stia modificando rapidamente. Da un lato i servizi offerti dalle case d’asta diventano sempre più ricchi, specie quelli di tipologia finanziaria, per un gioco di competizione e di domanda/offerta. Dall’altro, nel lungo periodo e in quest’era dove il digitale acquisisce sempre maggior importanza, così come la sharing economy, le aggregazioni online di collezionisti potrebbero portare ad una situazione in futuro nella quale si moltiplicheranno gli scambi diretti. Realtà come Collectrium, Independent Collectors, ed altre, che aggregano su portali collezionisti sempre più consapevoli e informati e sempre meno propensi ad affidarsi a terzi in maniera acritica, potrebbero essere l’antefatto che prepara ad un mercato dove chi cerca certe opere e sa in mano a chi stanno, si rivolgerà direttamente a quest’ultimo. Gli intermediari si devono evolvere per forza di cose, per non rischiare di essere tagliati fuori. Il fatto che Christie’s abbia acquistato Collectrium nel 2015 è sintomo anche del fatto che i grandi player stiano cercando di capirne di più. Collectrium è portale leader nel «collection management» in digitale, dove si possono caricare e gestire immagini e informazioni delle opere, dove grazie a una rete estesa di partner si possono avere servizi in tempo reale, ma soprattutto dove – grazie ad una database simile a quello di Artnet che incrocia i dati di migliaia di aste – si può avere un’idea del valore della propria collezione aggiornato quotidianamente.

È già evidente come le grandi case d’asta siano sempre più società di servizi, dove la mera compravendita rappresenta solo il contesto. Le garanzie sulle opere con valori importanti rientrano sempre più nelle proposte contrattuali di vendita, spesso con il supporto di società finanziarie terze parti. Ma a volte vengono richiesti dai clienti anche anticipi, e addirittura compartecipazione agli utili. Georgina Adam, famosa giornalista di settore del The Art Newspaper e del The Financial Times, a inizio 2018 ha predetto che «Il prezzo astronomico del Salvador Mundi rinforzerà ulteriormente l’intera arte come settore d’investimento, con i finanzieri che si interesseranno al mercato dell’arte molto più di prima. Si conferma l’inesorabile diffusione delle garanzie e l’impiego crescente di complicati accordi finanziari nel caso dei lotti più cari. E le garanzie, che finora erano limitate soprattutto al settore moderno e contemporaneo, si stanno gradualmente estendendo ad altri ambiti come quello della pittura antica. Per quanto riguarda le gallerie, abbiamo sentito molto parlare della chiusura di gallerie di medie dimensioni per numerosi fattori: minore frequentazione, obbligo di partecipare alle fiere d’arte finanziariamente non sostenibile dagli attori più piccoli e affitti in crescita nelle grandi città. Penso che questa tendenza sia destinata a mantenersi, con gli attori principali che diventeranno sempre più grandi, sempre più globalizzati e che sottrarranno artisti ai soggetti più piccoli. Il settore delle gallerie medie dovrà individuare soluzioni alternative». Quindi da un lato le case d’asta offriranno sempre più servizi vari – non solo finanziari, sempre più complessi, ma anche restauri, piani di marketing, di valorizzazione, consulenze sulla gestione, etc., e lo sviluppo delle trattative private è tra questi - e dall’altra le gallerie, che non siano tra le «blue chips», dovranno sempre più reinventarsi, con spazi condivisi, progetti in collaborazione, e valorizzazione e promozione di alcuni artisti. Anche perché è bene ricordare quella che è la differenza principale tra la maggior parte delle gallerie di arte contemporanea e le case d’asta, ossia che le prime si rivolgono principalmente al mercato primario (quello che ha a che fare con il primo ingresso nel mercato di un’opera, relazionandosi direttamente con gli artisti), le seconde al mercato secondario (che riguarda i passaggi successivi delle opere, spesso con l’artista non più vivente). Quindi si può prevedere, e da un lato auspicare, che le case d’asta offriranno sempre più servizi complessi nel mercato secondario, inarrivabili per la gran parte delle gallerie, e dall’altro che le gallerie torneranno alla loro missione principale, la ricerca, la valorizzazione e la promozione di alcuni artisti, e l’approfondimento su alcuni filoni e alcuni temi, lavoro di attenzione e contenuti che le case d’asta non possono fare. Il tutto in uno sviluppo qualitativo e quantitativo dell’offerta ai collezionisti, nel tentativo anche di controbilanciare il rischio della ricerca autonoma dell’informazione e delle controparti contrattuali da parte degli stessi, con il conseguente salto dell’intermediazione, che dovrà quindi affinarsi, arricchirsi e rendersi più «attraente» e utile.


Marco Trevisan - Già Managing Director - Christie’s Italia


Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS luglio 2018
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