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  Premi per ascoltare l'articolo! La passione, a differenza, dei beni materiali, è molto più complicata da tramandare. Ma certamente, una volta che questo avviene, più difficile da disperdere e voi due rappresentate un esempio virtuoso di come questo possa avvenire. Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS ottobre 2018cliccare qui per scaricare tutta la pubblicazione   Quanto pesa, Caterina, questa eredità immateriale? E quanto è presente l’idea di futuro in questo luogo che, al contrario, sembra senza tempo?Sono in parte d’accordo con l’affermazione che la passione sia più complicata da tramandare rispetto ad un bene materiale. Solo in parte perché con una famiglia come la mia non è stato così difficile farmi appassionare al vasto mondo dell’arte in tutte le sue forme. Fin da piccola i miei genitori hanno portato sia me che i miei fratelli in giro per il mondo per visitare musei e collezioni e in qualche modo ci hanno fatto vivere l’arte come un gioco. Con il motto «guardare e non toccare è una cosa da imparare» oppure «devi saper toccar con gli occhi» ho imparato a guardare realmente l’arte viaggiando per i più bei musei del mondo.Non solo, nella nostra casa la collezione di mio padre e mia madre possiamo dire sia cresciuta in contemporanea a noi quattro fratelli, nel vero senso della parola. Ricordo ancora la prima volta che sono andata alla casa d’aste Farsetti con mio padre e gli feci comprare un Castellani perché mi piaceva per i colori e le punte. Oggi posso dire che mi avevano insegnato bene a guardare l’arte!!!Il nonno Giuliano, fin da quando ero piccola, mi raccontava storie legate alla nascita delle opere nel parco e piano piano crescendo ho iniziato a capire che non erano semplici racconti ma vere e proprie lezioni di storia di una vita dedicata all’arte. C’è da pensare che andare a trovare i nonni la domenica significava correre, arrampicarsi e nascondersi in mezzo alle opere d’arte del parco. E non c’era parco di divertimenti più entusiasmante. Inoltre, la possibilità unica che Giuliano e Pina mi hanno fatto vivere è stata quella della condivisione di tempo con i vari artisti che hanno soggiornato a Celle che hanno fatto si che crescesse in me il desiderio di sapere di più di quel mondo meraviglioso di cui parlavano, l’arte.Riflettendo sulla mia infanzia per rispondere a questa domanda ho ripercorso i viaggi indimenticabili che ho fatto da sola con il nonno Giuliano. Quando ero piccola mi portò a Vinci a vedere il museo di Leonardo, ad Assisi e a Sansepolcro a vedere Giotto e Piero Della Francesca, ma anche a Città di Castello a conoscere l’intera opera di Alberto Burri e in giro per l’Italia a visitare vari studi d’artista, per semplici visite di piacere o per progetti futuri del parco, e parlavamo sempre di arte e mi è sempre piaciuto tanto.Ancora oggi le giornate spese con mio nonno sono ricche di aneddoti raccontati e avventure da vivere, nella nostra agenda abbiamo appuntato un paio di studi di artista da visitare insieme questo mese e nei nostri pranzi quotidiani ci scambiamo idee per quanto riguarda suoi e miei progetti futuri. Fattoria di Celle è un luogo miracoloso. Cambia le persone, dite spesso. Ma cambia, anche, tutti i parametri che possiamo immaginare legati al collezionismo. L’arte ambientale presente nel parco ne è diventata parte e ne è vincolata. È un collezionismo totalmente slegato dalle logiche di mercato a causa dell’inamovibilità delle opere. Un collezionismo che però deve pensare al proprio futuro e alla propria sostenibilità di lungo periodo e che deve prescindere dal ‘sacrificio’ di parte della collezione come invece spesso avviene altrove. Come state pensando di sostenere le attività future?Già all’inizio degli anni Novanta un critico americano ha definito la collezione di arte ambientale della Fattoria di Celle come il risultato di un eccezionale incontro di tre elementi fondamentali: una proprietà ricca di potenziale nascosto, un appassionato dell’arte determinato a portare in fondo il proprio progetto di collezionismo e una selezione di artisti che hanno capito la committenza e hanno dato il meglio di sé stessi. Un altro critico invece si è espresso in questi termini: «Non è una collezione privata, non è un’istituzione pubblica, si pone al pubblico gratuitamente e quindi definiamola una missione».In questo tipo di collezionismo è fondamentale sottoporre agli artisti un ottimo progetto che non solo cattura la loro attenzione ma tende a dare i migliori risultati.Quindi, Lei ha ragione, nel dire che Celle è un luogo miracoloso ma dietro ci dev’essere un’idea forte. Poi il merito è degli artisti, ognuno ha scelto un luogo, sfruttando al meglio le possibilità offerte dal parco Romantico, dai terreni agricoli oppure dagli spazi interni alle strutture storiche. L’alto livello delle opere create fin dall’inizio ha creato una specie di «asticella» con cui tutti gli artisti successivi hanno dovuto misurarsi. Le installazioni nate così diventano inscindibili dal loro contesto e l’impossibilità di cedere le opere fa in modo che qui le considerazioni di mercato siano del tutto assenti. Questo ci permette più «libertà» di scelta e di operare in diretto contatto con la creatività dell’artista. Di lui mi interessa l’uomo creativo, non i valori stabiliti altrove.Tutto il nostro percorso è stato guidato dal principio che questa Collezione è un laboratorio in progress ma destinato a durare nel tempo. Oggi, a circa 50 anni dall’inizio del progetto e con 80 opere ambientali realizzate, la conservazione e la manutenzione sono componenti sempre più presenti nella nostra giornata. Il fatto che questi lavori siano ambientali esige che manteniamo, nei limiti possibili della Natura, il contesto ambientale per cui sono stati concepiti e questo nostro modo di operare ha avuto importanti riconoscimenti da più parti come modello per tutelare spazi di rilevanza storica attraverso una missione contemporanea. Oggi il nostro «laboratorio» si apre ai giovani studiosi di restauro, per esempio i candidati Master dell’Opificio delle Pietre Dure, e di architettura, di atenei sia italiani che esteri.Inoltre, l’associazione Vivarte sviluppa progetti di didattica mirata alle nuove generazioni, con un’utenza che va dalle scuole materne alle superiori. Questo il miglior investimento che possiamo fare per il futuro dell’arte contemporanea. Giuliano, lei non ama definirsi mecenate ma committente. Certamente nel mecenatismo è implicito, ancorché, latente, l’idea della restituzione indotta. Mecenate usava l’arte a scopi politici così come i Medici: un mezzo per alimentare il consenso. Qui, effettivamente, non c’è nulla di tutto questo. Nessuna ricerca di consenso, nessun interesse latente o reputazionale. Solo la passione. Si colleziona per passione, molto spesso spinti da pulsioni irrazionali e anti-economiche. Eppure, certamente, il valore delle opere ha un suo «peso».La definizione migliore di come vedo il mio ruolo è «Imprenditore senza profitto», il mio percorso è stato caratterizzato dal rischio, basta pensare che nel 1970 mancavano modelli di riferimento, infatti la nostra è rigorosamente la prima collezione privata di arte ambientale nel mondo. È bello constatare che nel corso del tempo siamo diventati noi un modello per molte altre realtà nate in seguito. Ma effettivamente il laboratorio sperimentale della Fattoria di Celle nasce da un’indagine personale, senza alcuna necessità di consensi e, anzi, soprattutto all’inizio la gente ha pensato che fossimo matti!Questo è stato possibile anche grazie alla nostra posizione esterna al mercato: un’opera di arte ambientale non esiste fuori dal suo contesto quindi la cessione non avrebbe senso. Per noi il vero valore sta nel tempo passato in un rapporto diretto con l’artista, aver condiviso i dubbi e le gioie di realizzazioni che possono durare, a volte, anche due anni. Quindi quando Lei parla del «peso del valore» noi ci sentiamo invece alleggeriti del peso e confortati dalle nostre lunghe amicizie con gli artisti. La collezione è, per i collezionisti, una parte di sé. Soprattutto quando ha un valore che trascende dal puro aspetto economico come Fattoria di Celle. La questione del passaggio generazionale nel vostro caso assume una doppia veste. Quella specifica, come già richiamato prima, di una eredità fatta di passione e conoscenza. E quella «tradizionale» della transizione delle opere alle generazioni future. Nella pianificazione del futuro prevalgono gli aspetti immateriali o si fanno sempre i conti con quelli molto più materiali legati alle normative fiscali che, ahinoi, sappiamo essere sempre presenti?Celle è uno spazio dedicato all’arte, come detto un’arte che non ha valore economico perché intrasportabile, inamovibile perché nasce in stretto rapporto con il territorio che lo circonda. Fin dalla sua nascita Celle è stato un laboratorio per gli artisti che gli ha permesso di sperimentare materiali e situazioni diverse. Artisti abituati a lavorare con materiali fragili e deperibili si sono posti la domanda di come creare opere che avessero la volontà di sfidare il tempo legandosi a uno spazio. Quindi la visione della generazione di mio padre e dei miei zii e quella nostra di 12 nipoti e 4 bisnipoti (anche se sono ancora troppo piccoli per votare) è quella da un lato mantenere l’integrità di questi spazi e dall’altro la possibilità di renderli fruibili e continuare a farli vivere secondo lo stesso spirito con cui sono.stati creati. Caterina Gori - social manager - Casa editrice Gli OriGiuliano Gori - fondatore, consigliere e vicepresidente - Centro «Luigi Pecci» Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS ottobre 2018cliccare qui per scaricare tutta la pubblicazione

La passione, a differenza, dei beni materiali, è molto più complicata da tramandare. Ma certamente, una volta che questo avviene, più difficile da disperdere e voi due rappresentate un esempio virtuoso di come questo possa avvenire.

Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS ottobre 2018
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Quanto pesa, Caterina, questa eredità immateriale? E quanto è presente l’idea di futuro in questo luogo che, al contrario, sembra senza tempo?
Sono in parte d’accordo con l’affermazione che la passione sia più complicata da tramandare rispetto ad un bene materiale. Solo in parte perché con una famiglia come la mia non è stato così difficile farmi appassionare al vasto mondo dell’arte in tutte le sue forme. Fin da piccola i miei genitori hanno portato sia me che i miei fratelli in giro per il mondo per visitare musei e collezioni e in qualche modo ci hanno fatto vivere l’arte come un gioco. Con il motto «guardare e non toccare è una cosa da imparare» oppure «devi saper toccar con gli occhi» ho imparato a guardare realmente l’arte viaggiando per i più bei musei del mondo.
Non solo, nella nostra casa la collezione di mio padre e mia madre possiamo dire sia cresciuta in contemporanea a noi quattro fratelli, nel vero senso della parola. Ricordo ancora la prima volta che sono andata alla casa d’aste Farsetti con mio padre e gli feci comprare un Castellani perché mi piaceva per i colori e le punte. Oggi posso dire che mi avevano insegnato bene a guardare l’arte!!!
Il nonno Giuliano, fin da quando ero piccola, mi raccontava storie legate alla nascita delle opere nel parco e piano piano crescendo ho iniziato a capire che non erano semplici racconti ma vere e proprie lezioni di storia di una vita dedicata all’arte. C’è da pensare che andare a trovare i nonni la domenica significava correre, arrampicarsi e nascondersi in mezzo alle opere d’arte del parco. E non c’era parco di divertimenti più entusiasmante. Inoltre, la possibilità unica che Giuliano e Pina mi hanno fatto vivere è stata quella della condivisione di tempo con i vari artisti che hanno soggiornato a Celle che hanno fatto si che crescesse in me il desiderio di sapere di più di quel mondo meraviglioso di cui parlavano, l’arte.
Riflettendo sulla mia infanzia per rispondere a questa domanda ho ripercorso i viaggi indimenticabili che ho fatto da sola con il nonno Giuliano. Quando ero piccola mi portò a Vinci a vedere il museo di Leonardo, ad Assisi e a Sansepolcro a vedere Giotto e Piero Della Francesca, ma anche a Città di Castello a conoscere l’intera opera di Alberto Burri e in giro per l’Italia a visitare vari studi d’artista, per semplici visite di piacere o per progetti futuri del parco, e parlavamo sempre di arte e mi è sempre piaciuto tanto.
Ancora oggi le giornate spese con mio nonno sono ricche di aneddoti raccontati e avventure da vivere, nella nostra agenda abbiamo appuntato un paio di studi di artista da visitare insieme questo mese e nei nostri pranzi quotidiani ci scambiamo idee per quanto riguarda suoi e miei progetti futuri.

Fattoria di Celle è un luogo miracoloso. Cambia le persone, dite spesso. Ma cambia, anche, tutti i parametri che possiamo immaginare legati al collezionismo. L’arte ambientale presente nel parco ne è diventata parte e ne è vincolata. È un collezionismo totalmente slegato dalle logiche di mercato a causa dell’inamovibilità delle opere. Un collezionismo che però deve pensare al proprio futuro e alla propria sostenibilità di lungo periodo e che deve prescindere dal ‘sacrificio’ di parte della collezione come invece spesso avviene altrove. Come state pensando di sostenere le attività future?
Già all’inizio degli anni Novanta un critico americano ha definito la collezione di arte ambientale della Fattoria di Celle come il risultato di un eccezionale incontro di tre elementi fondamentali: una proprietà ricca di potenziale nascosto, un appassionato dell’arte determinato a portare in fondo il proprio progetto di collezionismo e una selezione di artisti che hanno capito la committenza e hanno dato il meglio di sé stessi. Un altro critico invece si è espresso in questi termini: «Non è una collezione privata, non è un’istituzione pubblica, si pone al pubblico gratuitamente e quindi definiamola una missione».
In questo tipo di collezionismo è fondamentale sottoporre agli artisti un ottimo progetto che non solo cattura la loro attenzione ma tende a dare i migliori risultati.
Quindi, Lei ha ragione, nel dire che Celle è un luogo miracoloso ma dietro ci dev’essere un’idea forte. Poi il merito è degli artisti, ognuno ha scelto un luogo, sfruttando al meglio le possibilità offerte dal parco Romantico, dai terreni agricoli oppure dagli spazi interni alle strutture storiche. L’alto livello delle opere create fin dall’inizio ha creato una specie di «asticella» con cui tutti gli artisti successivi hanno dovuto misurarsi. Le installazioni nate così diventano inscindibili dal loro contesto e l’impossibilità di cedere le opere fa in modo che qui le considerazioni di mercato siano del tutto assenti. Questo ci permette più «libertà» di scelta e di operare in diretto contatto con la creatività dell’artista. Di lui mi interessa l’uomo creativo, non i valori stabiliti altrove.
Tutto il nostro percorso è stato guidato dal principio che questa Collezione è un laboratorio in progress ma destinato a durare nel tempo. Oggi, a circa 50 anni dall’inizio del progetto e con 80 opere ambientali realizzate, la conservazione e la manutenzione sono componenti sempre più presenti nella nostra giornata. Il fatto che questi lavori siano ambientali esige che manteniamo, nei limiti possibili della Natura, il contesto ambientale per cui sono stati concepiti e questo nostro modo di operare ha avuto importanti riconoscimenti da più parti come modello per tutelare spazi di rilevanza storica attraverso una missione contemporanea. Oggi il nostro «laboratorio» si apre ai giovani studiosi di restauro, per esempio i candidati Master dell’Opificio delle Pietre Dure, e di architettura, di atenei sia italiani che esteri.
Inoltre, l’associazione Vivarte sviluppa progetti di didattica mirata alle nuove generazioni, con un’utenza che va dalle scuole materne alle superiori. Questo il miglior investimento che possiamo fare per il futuro dell’arte contemporanea.

Giuliano, lei non ama definirsi mecenate ma committente. Certamente nel mecenatismo è implicito, ancorché, latente, l’idea della restituzione indotta. Mecenate usava l’arte a scopi politici così come i Medici: un mezzo per alimentare il consenso. Qui, effettivamente, non c’è nulla di tutto questo. Nessuna ricerca di consenso, nessun interesse latente o reputazionale. Solo la passione. Si colleziona per passione, molto spesso spinti da pulsioni irrazionali e anti-economiche. Eppure, certamente, il valore delle opere ha un suo «peso».
La definizione migliore di come vedo il mio ruolo è «Imprenditore senza profitto», il mio percorso è stato caratterizzato dal rischio, basta pensare che nel 1970 mancavano modelli di riferimento, infatti la nostra è rigorosamente la prima collezione privata di arte ambientale nel mondo. È bello constatare che nel corso del tempo siamo diventati noi un modello per molte altre realtà nate in seguito. Ma effettivamente il laboratorio sperimentale della Fattoria di Celle nasce da un’indagine personale, senza alcuna necessità di consensi e, anzi, soprattutto all’inizio la gente ha pensato che fossimo matti!
Questo è stato possibile anche grazie alla nostra posizione esterna al mercato: un’opera di arte ambientale non esiste fuori dal suo contesto quindi la cessione non avrebbe senso. Per noi il vero valore sta nel tempo passato in un rapporto diretto con l’artista, aver condiviso i dubbi e le gioie di realizzazioni che possono durare, a volte, anche due anni. Quindi quando Lei parla del «peso del valore» noi ci sentiamo invece alleggeriti del peso e confortati dalle nostre lunghe amicizie con gli artisti.

La collezione è, per i collezionisti, una parte di sé. Soprattutto quando ha un valore che trascende dal puro aspetto economico come Fattoria di Celle. La questione del passaggio generazionale nel vostro caso assume una doppia veste. Quella specifica, come già richiamato prima, di una eredità fatta di passione e conoscenza. E quella «tradizionale» della transizione delle opere alle generazioni future. Nella pianificazione del futuro prevalgono gli aspetti immateriali o si fanno sempre i conti con quelli molto più materiali legati alle normative fiscali che, ahinoi, sappiamo essere sempre presenti?
Celle è uno spazio dedicato all’arte, come detto un’arte che non ha valore economico perché intrasportabile, inamovibile perché nasce in stretto rapporto con il territorio che lo circonda. Fin dalla sua nascita Celle è stato un laboratorio per gli artisti che gli ha permesso di sperimentare materiali e situazioni diverse. Artisti abituati a lavorare con materiali fragili e deperibili si sono posti la domanda di come creare opere che avessero la volontà di sfidare il tempo legandosi a uno spazio. Quindi la visione della generazione di mio padre e dei miei zii e quella nostra di 12 nipoti e 4 bisnipoti (anche se sono ancora troppo piccoli per votare) è quella da un lato mantenere l’integrità di questi spazi e dall’altro la possibilità di renderli fruibili e continuare a farli vivere secondo lo stesso spirito con cui sono.stati creati.


Caterina Gori - social manager - Casa editrice "Gli Ori"
Giuliano Gori - fondatore, consigliere e vicepresidente - Centro «Luigi Pecci»


Questo articolo è stato tratto da ARTS+ECONOMICS ottobre 2018
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