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  Premi per ascoltare l'articolo! Il rallentamento economico della Cina è strutturale e destinato ad accelerare nel corso del prossimo decennio. Il precedente modello di crescita orientato allesportazione fa decisamente parte del passato, mentre oggi incombe la famigerata trappola del reddito medio. L’aumento demografico ha raggiunto il suo picco per effetto della “politica del figlio unico”; la popolazione in età lavorativa è già in fase di declino, con un calo atteso del 50% entro la seconda metà del secolo. Per fare fronte a questo rallentamento, il Partito Comunista Cinese (PCC) è impegnato in un nuovo programma volto a far ripartire la crescita della produttività: Made in China 2025. Questa ambiziosa strategia può avere successo allinterno di unautocrazia repressiva? Lintervento del governo non è una novità nell’ex Impero Celeste, ma la creazione di una crescita endogena attraverso linnovazione certamente lo è. Sotto l’egida di Made in China 2025, il PCC mira a trasformare il Paese da produttore a basso costo e scarsamente qualificato in fornitore di beni e servizi di alta gamma, concentrandosi in particolare sullintelligenza artificiale e il machine learning. Essenzialmente si tratta di un gigantesco esercizio di ammodernamento industriale pianificato a livello centrale e rivolto a settori chiave, dai trasporti alle telecomunicazioni. Il programma è strettamente legato alla visione strategica governativa sul ruolo che la Cina deve giocare in quanto superpotenza globale. Oltre il commercio, le tensioni con gli Stati Uniti si estendono nella cybersfera: per il governo cinese essere in prima linea nel campo delle nuove tecnologie è la vera vittoria. È convinzione comune che la Cina sarà in grado di soppiantare la tecnologia occidentale e forgiare una domanda interna sostenibile. In termini di intelligenza artificiale gode di un consistente vantaggio sulle altre nazioni grazie all’accesso a unenorme quantità di dati, per la sua immensa popolazione e lassenza di leggi sulla privacy. Ma di fronte a questa ambiziosa politica industriale si presenta una serie di ostacoli, che a nostro avviso finiranno per renderla infruttuosa. Il problema più grave è che la natura autocratica di Pechino ne limita le probabilità di successo. Il PCC pianifica di destinare ingenti somme di denaro al progetto Made in China 2025 investendo pesantemente nei diversi settori. Cionostante dare impulso alla crescita della produttività richiede molto più del semplice finanziamento. Serve capitale umano, qualcosa in cui la Cina è carente rispetto ai suoi concorrenti. Attraverso il capitale umano giunge linnovazione, che apre la strada alla rottura, allassunzione di rischi e persino al fallimento - il tutto è essenziale per un progetto così ambizioso quale Made in China 2025, ma anche un anatema per il PCC. Innovazione di questo tipo richiede creatività, e la creatività richiede libertà, che è limitata in Cina. Il PCC è coinvolto in tutti i settori, il che genera enormi conflitti di interesse allinterno di questo progetto industriale: il governo ostacolerà deliberatamente se stesso? A nostro avviso, no. Anche il settore privato cinese sembra inadatto all’acquisizione del predominio tecnologico, contrariamente al credo comune. A prima vista, il numero di brevetti depositati nel Paese è riconducibile a una società molto creativa – ne sono stati depositati più che in qualsiasi altra parte del mondo - ma, e soprattutto, sono quasi esclusivamente nazionali. La proporzione di quelli depositati allestero è in realtà molto bassa, il che suggerisce che il dato non sia affatto rappresentativo di una reale innovazione. Inoltre, la spesa per la ricerca e lo sviluppo è significativamente bassa - solo il 5% delle imprese cinesi spende in questo senso, e coincide con il 2% del PIL complessivo del Paese, molto più basso rispetto ai Paesi in prima linea nel campo dell’innovazione. Se Made in China 2025 riuscirà a catapultare il Paese fuori dalla trappola del reddito medio, il PCC diventerà la prima autocrazia repressiva senza precedenti a fare una cosa simile. Indubbiamente riconosciamo i fattori che hanno portato l’opinione pubblica a concludere che la Cina possa conquistare una posizione egemonica sul piano tecnologico. Tuttavia, a un più attento esame, lo scarso livello di capitale umano della Cina si rivelerà pregiudizievole per questo progetto.  

Il rallentamento economico della Cina è strutturale e destinato ad accelerare nel corso del prossimo decennio. Il precedente modello di crescita orientato all'esportazione fa decisamente parte del passato, mentre oggi incombe la famigerata trappola del reddito medio.

L’aumento demografico ha raggiunto il suo picco per effetto della “politica del figlio unico”; la popolazione in età lavorativa è già in fase di declino, con un calo atteso del 50% entro la seconda metà del secolo.

Per fare fronte a questo rallentamento, il Partito Comunista Cinese (PCC) è impegnato in un nuovo programma volto a far ripartire la crescita della produttività: Made in China 2025. Questa ambiziosa strategia può avere successo all'interno di un'autocrazia repressiva?

L'intervento del governo non è una novità nell’ex Impero Celeste, ma la creazione di una crescita endogena attraverso l'innovazione certamente lo è. Sotto l’egida di Made in China 2025, il PCC mira a trasformare il Paese da produttore a basso costo e scarsamente qualificato in fornitore di beni e servizi di alta gamma, concentrandosi in particolare sull'intelligenza artificiale e il machine learning. Essenzialmente si tratta di un gigantesco esercizio di ammodernamento industriale pianificato a livello centrale e rivolto a settori chiave, dai trasporti alle telecomunicazioni.

Il programma è strettamente legato alla visione strategica governativa sul ruolo che la Cina deve giocare in quanto superpotenza globale. Oltre il commercio, le tensioni con gli Stati Uniti si estendono nella cybersfera: per il governo cinese essere in prima linea nel campo delle nuove tecnologie è la vera vittoria. È convinzione comune che la Cina sarà in grado di soppiantare la tecnologia occidentale e forgiare una domanda interna sostenibile. In termini di intelligenza artificiale gode di un consistente vantaggio sulle altre nazioni grazie all’accesso a un'enorme quantità di dati, per la sua immensa popolazione e l'assenza di leggi sulla privacy. Ma di fronte a questa ambiziosa politica industriale si presenta una serie di ostacoli, che a nostro avviso finiranno per renderla infruttuosa.

Il problema più grave è che la natura autocratica di Pechino ne limita le probabilità di successo. Il PCC pianifica di destinare ingenti somme di denaro al progetto Made in China 2025 investendo pesantemente nei diversi settori. Cionostante dare impulso alla crescita della produttività richiede molto più del semplice finanziamento. Serve capitale umano, qualcosa in cui la Cina è carente rispetto ai suoi concorrenti. Attraverso il capitale umano giunge l'innovazione, che apre la strada alla rottura, all'assunzione di rischi e persino al fallimento - il tutto è essenziale per un progetto così ambizioso quale Made in China 2025, ma anche un anatema per il PCC. Innovazione di questo tipo richiede creatività, e la creatività richiede libertà, che è limitata in Cina. Il PCC è coinvolto in tutti i settori, il che genera enormi conflitti di interesse all'interno di questo progetto industriale: il governo ostacolerà deliberatamente se stesso? A nostro avviso, no.

Anche il settore privato cinese sembra inadatto all’acquisizione del predominio tecnologico, contrariamente al credo comune. A prima vista, il numero di brevetti depositati nel Paese è riconducibile a una società molto creativa – ne sono stati depositati più che in qualsiasi altra parte del mondo - ma, e soprattutto, sono quasi esclusivamente nazionali. La proporzione di quelli depositati all'estero è in realtà molto bassa, il che suggerisce che il dato non sia affatto rappresentativo di una reale innovazione. Inoltre, la spesa per la ricerca e lo sviluppo è significativamente bassa - solo il 5% delle imprese cinesi spende in questo senso, e coincide con il 2% del PIL complessivo del Paese, molto più basso rispetto ai Paesi in prima linea nel campo dell’innovazione.

Se Made in China 2025 riuscirà a catapultare il Paese fuori dalla trappola del reddito medio, il PCC diventerà la prima autocrazia repressiva senza precedenti a fare una cosa simile. Indubbiamente riconosciamo i fattori che hanno portato l’opinione pubblica a concludere che la Cina possa conquistare una posizione egemonica sul piano tecnologico. Tuttavia, a un più attento esame, lo scarso livello di capitale umano della Cina si rivelerà pregiudizievole per questo progetto.

 

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