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  Premi per ascoltare l'articolo! Inversione di tendenza nelle industrie italiane: un numero crescente di aziende riporta in Italia la produzione e si inizia a parlare di “fenomeno reshoring”. Tra le principali motivazioni che sostengono il reshoring in Italia, prima fra tutti, è l’“Effetto Made in Italy”, insieme a “Difesa dei brevetti”, “Leggi chiare e norme”, “Qualità del prodotto”, “Capitale umano competente”, “Flessibilità produttiva”, “Defiscalizzazioni e incentivi pubblici”, “Innovazione/Automazione” (3,56%) e in coda “Riduzione del gap nel costo del lavoro”. È il risultato di un questionario sul tema del reshoring proposto ai propri associati da ALDAI-Federmanager – la maggiore organizzazione territoriale del sistema Federmanager polo di competenze e punto di riferimento per i servizi ai manager oltre che partner integrante del sistema industriale – e sviluppato in collaborazione con Fondazione Politecnico di Milano e Promos, Azienda Speciale della Camera di Commercio Metropolitana di Milano Monza Brianza Lodi per le attività internazionali. Il campione del centinaio di manager che ha risposto è rappresentativo di una cinquantina di aziende (principalmente italiane) tra grandi (23), medie (20) e piccole dimensioni (8). Dalle risposte del questionario inviato ai Soci ALDAI-Federmanager è emerso che le attività maggiormente rilocalizzate riguardano la produzione, il design e la Ricerca & Sviluppo. Restano ancora meno sensibili al fenomeno reshoring i settori Commerciale e Distribuzione/Consegna. Gli intervistati hanno identificato nel costo di produzione ancora troppo elevato (45%), l’ostacolo principale al ritorno della produzione manifatturiera in Italia e risultano particolarmente rilevanti i costi del lavoro e dell’energia Tra le altre barriere al ritorno in Patria, si segnalano anche la burocrazia prevista dalla legislazione e dal sistema politico (39%), e la mancanza di manodopera qualificata (7%). Tra i driver che invece hanno spinto le aziende verso l’offshoring, una opportunità per ridurre i costi di risorse e gli oneri fiscali, i dirigenti ALDAI-Federmanager hanno identificato tre macro categorie: Costo: ricerca di vantaggi in termini di costo del lavoro, costo dell’energia, vantaggi fiscali e incentivi statali; Performance: delocalizzare per accedere a nuovi mercati, per essere più vicini ai clienti e per reagire alla delocalizzazione dei competitor; Risorse: accesso a nuove risorse strategiche, quali personale, tecnologie e materie prime. Per questo, ai primi posti fra gli interventi governativi individuati dai manager lombardi per sostenere il reshoring, si trovano: lo sviluppo delle infrastrutture (logistiche e IT), la certezza delle regole nel medio termine, gli incentivi economici e i servizi a supporto delle aziende.“Il reshoring è un fenomeno degno di attenzione anche se ancora limitato nei numeri – ha dichiarato Romano Ambrogi, Presidente di ALDAI-Federmanager – il ritorno in Patria della produzione e del manifatturiero significa preservare le caratteristiche qualitative del prodotto finale. Se questa nuova tendenza si sta facendo strada nell’industria, è sicuramente merito dei dirigenti lombardi, a fianco degli imprenditori, che sono consapevoli del valore che il Made in Italy, la valorizzazione del know how e la qualità del prodotto apportano all’impresa”. Le tendenze al reshoring in ambito internazionale sono state oggetto di studio, tra gli altri da parte di Accenture: il 61% delle aziende Statunitensi sta considerando il reshoring o il near shoring delle attività produttive e della supply chain. Grandi brand come Apple, Google, General Electric e Ford si sono mostrati sensibili verso il reshoring, tanto da far rientrare attività precedentemente delocalizzate (fonte: ReshoreNow.org). Per quanto riguarda l’Italia, secondo la ricerca condotta dal consorzio Uni-CLUB MoRe Back-reshoring Research Group, dal 2000 al 2015 si sono osservati 120 casi di reshoring, numero che posiziona l’Italia come il primo paese europeo e il secondo al mondo per rientro di aziende nel territorio nazionale anche se il fenomeno è cresciuto costantemente fino al 2013 per poi subire una riduzione nel 2014. La maggior parte delle aziende italiane che hanno fatto rientrare la propria produzione, negli anni passati aveva delocalizzato principalmente in Asia o in Cina (63%). Europa Orientale (15%) e Occidentale (17%) si sono mostrate mete meno ambite dagli “offshorer”. Inoltre i settori industriali che hanno fatto registrare il numero più alto di casi di reshoring sono quelli del tessile-abbigliamento (19,3%) e dell’elettronica (13%), a seguire produttori di mobili e di arredo (13%). “E’ indubbio che il numero delle rilocalizzazione sia in crescita negli ultimi anni, risultato della maggiore attenzione delle aziende ai costi e alle inefficienze nascoste che la delocalizzazione comporta – afferma Marco Seregni dottorando del Manufacturing Group presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano - Nonostante la crescita del fenomeno però, i numeri ad oggi ci dicono che la delocalizzazione è ancora preponderante. E’ necessario pertanto approfondire lo studio del reshoring nel contesto Italiano per capire quali sono le motivazioni che sottendono questa scelta strategiche e quali invece sono le barriere nel contesto italiano che possono limitarlo.” “La Lombardia ha una grande capacità di attrarre investimenti grazie alla grande professionalità del suo capitale umano, la presenza di una buona rete infrastrutturale, la proficua attività in ricerca e innovazione e la qualità della vita. Abbiamo però la necessità di migliorare sempre più il rapporto tra chi investe e le pubbliche amministrazioni affinché i percorsi burocratici siano meno complessi – sottolinea l’ Assessore allo Sviluppo Economico, Mauro Parolini, “Per questo abbiamo sviluppato una misura innovativa ed ambiziosa, denominata AttrAct, che ci ha permesso di offrire a potenziali investitori oltre 110 opportunità insediative individuate da 56 Comuni lombardi, che si impegnano a mettere a disposizione aree dismesse, terreni ed immobili, pubblici e privati, ma anche incentivi e facilitazioni. L’obiettivo più importante di questo percorso condiviso e integrato, per cui abbiamo investito 10 milioni di euro, è stato proprio quello di favorire un cambiamento culturale e di creare un nuovo ecosistema amico dell’impresa, una rete di accoglienza dove la Pubblica Amministrazione non è vista come un ostacolo all’iniziativa imprenditoriale, ma come un fattore di efficienza in grado di facilitarla accompagnandola attraverso un cammino condiviso e molto concreto con gli stakeholder”.

Inversione di tendenza nelle industrie italiane: un numero crescente di aziende riporta in Italia la produzione e si inizia a parlare di “fenomeno reshoring”.

Tra le principali motivazioni che sostengono il reshoring in Italia, prima fra tutti, è l’“Effetto Made in Italy”, insieme a “Difesa dei brevetti”, “Leggi chiare e norme”, “Qualità del prodotto”, “Capitale umano competente”, “Flessibilità produttiva”, “Defiscalizzazioni e incentivi pubblici”, “Innovazione/Automazione” (3,56%) e in coda “Riduzione del gap nel costo del lavoro”.

È il risultato di un questionario sul tema del reshoring proposto ai propri associati da ALDAI-Federmanager – la maggiore organizzazione territoriale del sistema Federmanager polo di competenze e punto di riferimento per i servizi ai manager oltre che partner integrante del sistema industriale – e sviluppato in collaborazione con Fondazione Politecnico di Milano e Promos, Azienda Speciale della Camera di Commercio Metropolitana di Milano Monza Brianza Lodi per le attività internazionali. Il campione del centinaio di manager che ha risposto è rappresentativo di una cinquantina di aziende (principalmente italiane) tra grandi (23), medie (20) e piccole dimensioni (8).

Dalle risposte del questionario inviato ai Soci ALDAI-Federmanager è emerso che le attività maggiormente rilocalizzate riguardano la produzione, il design e la Ricerca & Sviluppo. Restano ancora meno sensibili al fenomeno reshoring i settori Commerciale e Distribuzione/Consegna.

Gli intervistati hanno identificato nel costo di produzione ancora troppo elevato (45%), l’ostacolo principale al ritorno della produzione manifatturiera in Italia e risultano particolarmente rilevanti i costi del lavoro e dell’energia Tra le altre barriere al ritorno in Patria, si segnalano anche la burocrazia prevista dalla legislazione e dal sistema politico (39%), e la mancanza di manodopera qualificata (7%).

Tra i driver che invece hanno spinto le aziende verso l’offshoring, una opportunità per ridurre i costi di risorse e gli oneri fiscali, i dirigenti ALDAI-Federmanager hanno identificato tre macro categorie:

  • Costo: ricerca di vantaggi in termini di costo del lavoro, costo dell’energia, vantaggi fiscali e incentivi statali;
  • Performance: delocalizzare per accedere a nuovi mercati, per essere più vicini ai clienti e per reagire alla delocalizzazione dei competitor;
  • Risorse: accesso a nuove risorse strategiche, quali personale, tecnologie e materie prime.

Per questo, ai primi posti fra gli interventi governativi individuati dai manager lombardi per sostenere il reshoring, si trovano: lo sviluppo delle infrastrutture (logistiche e IT), la certezza delle regole nel medio termine, gli incentivi economici e i servizi a supporto delle aziende.
“Il reshoring è un fenomeno degno di attenzione anche se ancora limitato nei numeri – ha dichiarato Romano Ambrogi, Presidente di ALDAI-Federmanager – il ritorno in Patria della produzione e del manifatturiero significa preservare le caratteristiche qualitative del prodotto finale. Se questa nuova tendenza si sta facendo strada nell’industria, è sicuramente merito dei dirigenti lombardi, a fianco degli imprenditori, che sono consapevoli del valore che il Made in Italy, la valorizzazione del know how e la qualità del prodotto apportano all’impresa”.

Le tendenze al reshoring in ambito internazionale sono state oggetto di studio, tra gli altri da parte di Accenture: il 61% delle aziende Statunitensi sta considerando il reshoring o il near shoring delle attività produttive e della supply chain.

Grandi brand come Apple, Google, General Electric e Ford si sono mostrati sensibili verso il reshoring, tanto da far rientrare attività precedentemente delocalizzate (fonte: ReshoreNow.org).

Per quanto riguarda l’Italia, secondo la ricerca condotta dal consorzio Uni-CLUB MoRe Back-reshoring Research Group, dal 2000 al 2015 si sono osservati 120 casi di reshoring, numero che posiziona l’Italia come il primo paese europeo e il secondo al mondo per rientro di aziende nel territorio nazionale anche se il fenomeno è cresciuto costantemente fino al 2013 per poi subire una riduzione nel 2014. La maggior parte delle aziende italiane che hanno fatto rientrare la propria produzione, negli anni passati aveva delocalizzato principalmente in Asia o in Cina (63%). Europa Orientale (15%) e Occidentale (17%) si sono mostrate mete meno ambite dagli “offshorer”. Inoltre i settori industriali che hanno fatto registrare il numero più alto di casi di reshoring sono quelli del tessile-abbigliamento (19,3%) e dell’elettronica (13%), a seguire produttori di mobili e di arredo (13%).

“E’ indubbio che il numero delle rilocalizzazione sia in crescita negli ultimi anni, risultato della maggiore attenzione delle aziende ai costi e alle inefficienze nascoste che la delocalizzazione comporta – afferma Marco Seregni dottorando del Manufacturing Group presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano - Nonostante la crescita del fenomeno però, i numeri ad oggi ci dicono che la delocalizzazione è ancora preponderante. E’ necessario pertanto approfondire lo studio del reshoring nel contesto Italiano per capire quali sono le motivazioni che sottendono questa scelta strategiche e quali invece sono le barriere nel contesto italiano che possono limitarlo.”

“La Lombardia ha una grande capacità di attrarre investimenti grazie alla grande professionalità del suo capitale umano, la presenza di una buona rete infrastrutturale, la proficua attività in ricerca e innovazione e la qualità della vita. Abbiamo però la necessità di migliorare sempre più il rapporto tra chi investe e le pubbliche amministrazioni affinché i percorsi burocratici siano meno complessi – sottolinea l’ Assessore allo Sviluppo Economico, Mauro Parolini, “Per questo abbiamo sviluppato una misura innovativa ed ambiziosa, denominata AttrAct, che ci ha permesso di offrire a potenziali investitori oltre 110 opportunità insediative individuate da 56 Comuni lombardi, che si impegnano a mettere a disposizione aree dismesse, terreni ed immobili, pubblici e privati, ma anche incentivi e facilitazioni.

L’obiettivo più importante di questo percorso condiviso e integrato, per cui abbiamo investito 10 milioni di euro, è stato proprio quello di favorire un cambiamento culturale e di creare un nuovo ecosistema amico dell’impresa, una rete di accoglienza dove la Pubblica Amministrazione non è vista come un ostacolo all’iniziativa imprenditoriale, ma come un fattore di efficienza in grado di facilitarla accompagnandola attraverso un cammino condiviso e molto concreto con gli stakeholder”.


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