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  Premi per ascoltare l'articolo! E’ stato pubblicato dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari previdenziali un interessante approfondimento sull’invecchiamento attivo nel nostro Paese. Partendo da un inquadramento demografico si rimarca come l’Italia sia tra i Paesi più longevi al mondo (al quarto posto della classifica Ocse dopo Giappone, Svizzera e Spagna) con una speranza di vita alla nascita di 80,6 anni nel 2016 per gli uomini e 85,1 anni per le donne. L’allungamento della vita media ha in particolare innescato un intenso processo di invecchiamento della popolazione, dovuto all’azione combinata di almeno due fattori; il primo è la progressiva crescita del peso demografico della componente più anziana, un fenomeno noto come “invecchiamento dall’alto”. Se oggi quanti hanno di più di 64 anni rappresentano il 22,3% della popolazione, pari a circa 13,5 milioni di individui (erano l’8,2% nel 1951), nel 2050 si stima che saranno circa 20 milioni, con inevitabili ripercussioni socio-economiche come i costi della sanità e, in particolare, della spesa per non autosufficienza e sulle dinamiche del mercato del lavoro, da un lato e dei sistemi di protezione sociale, dall’altro. Il secondo fattore è invece il forte calo della fecondità registrato negli ultimi decenni, che ha prodotto una drastica riduzione del numero di nascite e quindi delle presenze giovani, concorrendo cos. a rafforzare, nel complesso della popolazione, il peso relativo della componente più anziana. Un meccanismo, quest’ultimo, definito “invecchiamento dal basso” perché il fenomeno, evidenziato anche dall’aumento dell’indice di vecchiaia e dell’indice di dipendenza degli anziani, è indotto dalla diminuzione del numero di nuovi ingressi e quindi della base della piramide delle età. L’assetto normativo-istituzionale del nostro sistema pensionistico, si ricorda, tiene già conto di queste tendenze demografiche attraverso i due stabilizzatori automatici che ne garantiscono l’equilibrio finanziario(: la revisione periodica - dei coefficienti di trasformazione e e l’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita in termini di età di pensionamento). Andando ad una disamina del mercato del lavoro, la fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni è una di quelle più cresciute, sotto il profilo occupazionale, negli ultimi quindici anni. Un fenomeno indubbiamente correlato al progressivo aumento dell’età media della popolazione italiana e mondiale, ma che merita al tempo stesso grande attenzione se si considera che, a lungo, uno dei tratti caratteristici del mercato del lavoro del nostro Paese ha riguardato proprio la scarsa partecipazione degli over 55. Tanto che, nel 2001, quando la strategia di Lisbona fissava al 50% l’obiettivo del tasso di occupazione per la fascia 55-64 anni, a fronte di una media UE che allora si assestava al 38%, il tasso italiano era al 28,1%. Con riferimento al 2017, il tasso di occupazione italiano si è spinto fino al 52,2%: il differenziale europeo resta ampio, ma l’obiettivo europeo è stato raggiunto e con ritmi proporzionalmente superiori agli altri Paesi. Quali però le cause e ancor più le ricadute di questo progressivo invecchiamento della forza-lavoro italiana? Secondo lo studio l’aumento significativo della partecipazione degli over 55 alle forze di lavoro è dovuto, almeno in Italia, in grande prevalenza alla Legge Monti-Fornero, che ha prolungato i termini per il pensionamento. Se i trend demografici in atto rendono comprensibile la necessità di mantenere un rapporto più equo tra anni di lavoro ed età di pensione, si osserva, così come tra occupati e pensionati (ancora più essenziale in uno sistema a ripartizione come quello italiani), si rende d’altra parte necessario pensare anche a come conciliare le esigenze si sostenibilità del sistema con quelle del benessere psico-fisico dei lavoratori e delle aziende che li occupano. Secondo quanto emerso dall’Osservatorio i lavoratori anziani non sono invogliati in alcun modo a rimanere al lavoro e, anche “quando costretti”, non sono spesso messi nelle condizioni migliori per farlo, in mancanza di interventi che ne favoriscano un uso strategico anche per le imprese. Di qui, la necessità di una (nuova) strategia di age management che, andando di pari passo con la valutazione dei fattori che indicano sulla capacità di lavorare e, in particolare, di svolgere determinate mansioni, aiuti a realizzare il miglior matching possibile tra i fabbisogni dell’azienda e le competenze, esperienza ed esigenze dei lavoratori over 55. Due, in particolare, i punti cardine sui quali agire. In primo luogo la riorganizzazione delle modalità di lavoro, ricorrendo ad esempio dove possibile a soluzioni d’orario flessibile oppure a telelavoro e smart working, e la riorganizzazione dell’ambiente di lavoro con accorgimenti che minimizzino ad esempio gli spostamenti e favoriscano l’aumento della produttività. Il tutto senza trascurare un altro elemento fondamentale, quello della formazione come strumento per contrastare, e se possibile, anticipare i rischi dell’obsolescenza delle competenze professionali.

E’ stato pubblicato dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari previdenziali un interessante approfondimento sull’invecchiamento attivo nel nostro Paese.

Partendo da un inquadramento demografico si rimarca come l’Italia sia tra i Paesi più longevi al mondo (al quarto posto della classifica Ocse dopo Giappone, Svizzera e Spagna) con una speranza di vita alla nascita di 80,6 anni nel 2016 per gli uomini e 85,1 anni per le donne.

L’allungamento della vita media ha in particolare innescato un intenso processo di invecchiamento della popolazione, dovuto all’azione combinata di almeno due fattori; il primo è la progressiva crescita del peso demografico della componente più anziana, un fenomeno noto come “invecchiamento dall’alto”.

Se oggi quanti hanno di più di 64 anni rappresentano il 22,3% della popolazione, pari a circa 13,5 milioni di individui (erano l’8,2% nel 1951), nel 2050 si stima che saranno circa 20 milioni, con inevitabili ripercussioni socio-economiche come i costi della sanità e, in particolare, della spesa per non autosufficienza e sulle dinamiche del mercato del lavoro, da un lato e dei sistemi di protezione sociale, dall’altro.

Il secondo fattore è invece il forte calo della fecondità registrato negli ultimi decenni, che ha prodotto una drastica riduzione del numero di nascite e quindi delle presenze giovani, concorrendo cos. a rafforzare, nel complesso della popolazione, il peso relativo della componente più anziana. Un meccanismo, quest’ultimo, definito “invecchiamento dal basso” perché il fenomeno, evidenziato anche dall’aumento dell’indice di vecchiaia e dell’indice di dipendenza degli anziani, è indotto dalla diminuzione del numero di nuovi ingressi e quindi della base della piramide delle età.

L’assetto normativo-istituzionale del nostro sistema pensionistico, si ricorda, tiene già conto di queste tendenze demografiche attraverso i due stabilizzatori automatici che ne garantiscono l’equilibrio finanziario(: la revisione periodica - dei coefficienti di trasformazione e e l’adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita in termini di età di pensionamento). Andando ad una disamina del mercato del lavoro, la fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni è una di quelle più cresciute, sotto il profilo occupazionale, negli ultimi quindici anni.

Un fenomeno indubbiamente correlato al progressivo aumento dell’età media della popolazione italiana e mondiale, ma che merita al tempo stesso grande attenzione se si considera che, a lungo, uno dei tratti caratteristici del mercato del lavoro del nostro Paese ha riguardato proprio la scarsa partecipazione degli over 55.

Tanto che, nel 2001, quando la strategia di Lisbona fissava al 50% l’obiettivo del tasso di occupazione per la fascia 55-64 anni, a fronte di una media UE che allora si assestava al 38%, il tasso italiano era al 28,1%. Con riferimento al 2017, il tasso di occupazione italiano si è spinto fino al 52,2%: il differenziale europeo resta ampio, ma l’obiettivo europeo è stato raggiunto e con ritmi proporzionalmente superiori agli altri Paesi.

Quali però le cause e ancor più le ricadute di questo progressivo invecchiamento della forza-lavoro italiana? Secondo lo studio l’aumento significativo della partecipazione degli over 55 alle forze di lavoro è dovuto, almeno in Italia, in grande prevalenza alla Legge Monti-Fornero, che ha prolungato i termini per il pensionamento.

Se i trend demografici in atto rendono comprensibile la necessità di mantenere un rapporto più equo tra anni di lavoro ed età di pensione, si osserva, così come tra occupati e pensionati (ancora più essenziale in uno sistema a ripartizione come quello italiani), si rende d’altra parte necessario pensare anche a come conciliare le esigenze si sostenibilità del sistema con quelle del benessere psico-fisico dei lavoratori e delle aziende che li occupano.

Secondo quanto emerso dall’Osservatorio i lavoratori anziani non sono invogliati in alcun modo a rimanere al lavoro e, anche “quando costretti”, non sono spesso messi nelle condizioni migliori per farlo, in mancanza di interventi che ne favoriscano un uso strategico anche per le imprese.

Di qui, la necessità di una (nuova) strategia di age management che, andando di pari passo con la valutazione dei fattori che indicano sulla capacità di lavorare e, in particolare, di svolgere determinate mansioni, aiuti a realizzare il miglior matching possibile tra i fabbisogni dell’azienda e le competenze, esperienza ed esigenze dei lavoratori over 55.

Due, in particolare, i punti cardine sui quali agire. In primo luogo la riorganizzazione delle modalità di lavoro, ricorrendo ad esempio dove possibile a soluzioni d’orario flessibile oppure a telelavoro e smart working, e la riorganizzazione dell’ambiente di lavoro con accorgimenti che minimizzino ad esempio gli spostamenti e favoriscano l’aumento della produttività. Il tutto senza trascurare un altro elemento fondamentale, quello della formazione come strumento per contrastare, e se possibile, anticipare i rischi dell’obsolescenza delle competenze professionali.

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