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  Premi per ascoltare l'articolo! Mentre si scaldano i motori per la prossima manovra finanziaria in cui dovrebbero entrare anche le prime misure in ambito previdenziale, la Ragioneria Generale dello Stato ha pubblicato la nuova edizione delle Tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario. Quali sono, alla luce del ciclo evolutivo di riforme fin qui attuato, le prospettive del rapporto tra spesa pensionistica e PIL ? Volendo tratteggiare l’andamento delineato dalla RGS dopo la crescita nel triennio 2008-2010, imputabile esclusivamente alla fase acuta della recessione, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL risente negativamente dell’ulteriore fase di recessione degli anni successivi e, segnatamente, del quadriennio 2012-2015. A partire dal 2016-2017, in presenza di un andamento di crescita più favorevole e della prosecuzione graduale del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL è atteso decrescere fino ad arrivare al 15,1% tra il 2019 e il 2021. Nel decennio successivo inizia una fase di graduale aumento, in cui il rapporto si attesta attorno al 15,3% fra il 2024 ed il 2030, per poi crescere con maggiore intensità fino a raggiungere il 16,2% nel 2044. Successivamente, il rapporto scende rapidamente portandosi al 15,5% nel 2050 e chiudere al 13,1% nel 2070, con una decelerazione pressoché costante nell’intero periodo. Andando ad un maggior livello di approfondimento, osserva il documento, i risultati della previsione del sistema pensionistico possono essere meglio analizzati individuando tre fasi temporali. Dopo la fase di crescita conseguente alla contrazione del PIL per effetto della crisi economica, a partire dal 2014 il rapporto fra spesa pensionistica e PIL inizia una fase di decrescita e successiva stabilizzazione che si protrae per circa un quindicennio. Tale andamento è per lo più imputabile alla prosecuzione graduale del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e alla contestuale applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo. Per il resto, il rafforzamento della crescita economica, supportato sia dall’aumento dei tassi di occupazione che dalla dinamica della produttività, risulta sostanzialmente compensato dai primi effetti negativi della transizione demografica. Nei quindici anni successivi (2030-2044), il rapporto fra spesa pensionistica e PIL riprende a crescere in conseguenza dell’aumento del numero di pensioni. Tale aumento dipende sia dalle generazioni del baby boom che transitano dalla fase attiva a quella di quiescenza, sia dal progressivo innalzamento della speranza di vita. Quest’ultimo effetto risulta contrastato dai più elevati requisiti minimi di accesso al pensionamento correlati all’evoluzione della sopravvivenza, che si applicano sia al regime misto che a quello contributivo. Oltre ai noti fattori demografici, l’incremento del numero di pensioni è favorito dalla cessazione dell’effetto di contenimento prodotto dal calo dimensionale delle pensioni di invalidità. Nonostante la contrazione della popolazione in età di lavoro, l’aumento dei tassi di occupazione produce una sostanziale costanza del numero di occupati. Il deterioramento del rapporto demografico risulta solo in parte compensato dalla riduzione della dinamica della pensione media rispetto a quella della produttività che consegue al completamento della fase di transizione verso il sistema di calcolo contributivo. In questi anni, infatti, hanno accesso al pensionamento le ultime coorti di assicurati assoggettati al regime misto e le prime coorti di assicurati integralmente assoggettati al sistema contributivo, i cui importi di pensione risultano pienamente influenzati dalla revisione dei coefficienti di trasformazione. La decrescita del rapporto tra spesa pensionistica e PIL nell’ultima fase del periodo di previsione (2045-2070), è dovuta principalmente alla progressiva stratificazione delle pensioni liquidate integralmente con il sistema di calcolo contributivo che continua a produrre un contenimento della pensione media rispetto ai livelli retributivi. Tale risultato è favorito anche dall’inversione di tendenza del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati la cui crescita tende ad azzerarsi poco prima del 2050, dove raggiunge il livello massimo del 91%, per poi flettere negli anni successivi. La spiegazione di tale andamento è da ricercare nella graduale eliminazione delle generazioni del baby boom e nell’adeguamento alla speranza di vita dei requisiti per la maturazione del diritto alla pensione. In quest’ultima fase, cessa l’effetto incrementativo sull’importo medio di pensione prodotto dall’elevamento dei requisiti minimi di pensionamento degli anni iniziali del periodo di previsione, specie in campo femminile, mentre resta l’effetto indotto dall’automatismo che lega gli stessi requisiti minimi alla speranza di vita

Mentre si scaldano i motori per la prossima manovra finanziaria in cui dovrebbero entrare anche le prime misure in ambito previdenziale, la Ragioneria Generale dello Stato ha pubblicato la nuova edizione delle Tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario.

Quali sono, alla luce del ciclo evolutivo di riforme fin qui attuato, le prospettive del rapporto tra spesa pensionistica e PIL ? Volendo tratteggiare l’andamento delineato dalla RGS dopo la crescita nel triennio 2008-2010, imputabile esclusivamente alla fase acuta della recessione, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL risente negativamente dell’ulteriore fase di recessione degli anni successivi e, segnatamente, del quadriennio 2012-2015. A partire dal 2016-2017, in presenza di un andamento di crescita più favorevole e della prosecuzione graduale del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento, il rapporto fra spesa pensionistica e PIL è atteso decrescere fino ad arrivare al 15,1% tra il 2019 e il 2021.

Nel decennio successivo inizia una fase di graduale aumento, in cui il rapporto si attesta attorno al 15,3% fra il 2024 ed il 2030, per poi crescere con maggiore intensità fino a raggiungere il 16,2% nel 2044. Successivamente, il rapporto scende rapidamente portandosi al 15,5% nel 2050 e chiudere al 13,1% nel 2070, con una decelerazione pressoché costante nell’intero periodo.

Andando ad un maggior livello di approfondimento, osserva il documento, i risultati della previsione del sistema pensionistico possono essere meglio analizzati individuando tre fasi temporali. Dopo la fase di crescita conseguente alla contrazione del PIL per effetto della crisi economica, a partire dal 2014 il rapporto fra spesa pensionistica e PIL inizia una fase di decrescita e successiva stabilizzazione che si protrae per circa un quindicennio. Tale andamento è per lo più imputabile alla prosecuzione graduale del processo di innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e alla contestuale applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo.

Per il resto, il rafforzamento della crescita economica, supportato sia dall’aumento dei tassi di occupazione che dalla dinamica della produttività, risulta sostanzialmente compensato dai primi effetti negativi della transizione demografica. Nei quindici anni successivi (2030-2044), il rapporto fra spesa pensionistica e PIL riprende a crescere in conseguenza dell’aumento del numero di pensioni.

Tale aumento dipende sia dalle generazioni del baby boom che transitano dalla fase attiva a quella di quiescenza, sia dal progressivo innalzamento della speranza di vita. Quest’ultimo effetto risulta contrastato dai più elevati requisiti minimi di accesso al pensionamento correlati all’evoluzione della sopravvivenza, che si applicano sia al regime misto che a quello contributivo.

Oltre ai noti fattori demografici, l’incremento del numero di pensioni è favorito dalla cessazione dell’effetto di contenimento prodotto dal calo dimensionale delle pensioni di invalidità. Nonostante la contrazione della popolazione in età di lavoro, l’aumento dei tassi di occupazione produce una sostanziale costanza del numero di occupati.

Il deterioramento del rapporto demografico risulta solo in parte compensato dalla riduzione della dinamica della pensione media rispetto a quella della produttività che consegue al completamento della fase di transizione verso il sistema di calcolo contributivo.

In questi anni, infatti, hanno accesso al pensionamento le ultime coorti di assicurati assoggettati al regime misto e le prime coorti di assicurati integralmente assoggettati al sistema contributivo, i cui importi di pensione risultano pienamente influenzati dalla revisione dei coefficienti di trasformazione.

La decrescita del rapporto tra spesa pensionistica e PIL nell’ultima fase del periodo di previsione (2045-2070), è dovuta principalmente alla progressiva stratificazione delle pensioni liquidate integralmente con il sistema di calcolo contributivo che continua a produrre un contenimento della pensione media rispetto ai livelli retributivi.

Tale risultato è favorito anche dall’inversione di tendenza del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati la cui crescita tende ad azzerarsi poco prima del 2050, dove raggiunge il livello massimo del 91%, per poi flettere negli anni successivi. La spiegazione di tale andamento è da ricercare nella graduale eliminazione delle generazioni del baby boom e nell’adeguamento alla speranza di vita dei requisiti per la maturazione del diritto alla pensione.

In quest’ultima fase, cessa l’effetto incrementativo sull’importo medio di pensione prodotto dall’elevamento dei requisiti minimi di pensionamento degli anni iniziali del periodo di previsione, specie in campo femminile, mentre resta l’effetto indotto dall’automatismo che lega gli stessi requisiti minimi alla speranza di vita

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