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  Premi per ascoltare l'articolo! I giovani costituiscono una delle categorie maggiormente esposte al rischio previdenziale. Essendo infatti il metodo di calcolo da applicare il contributivo la futura pensione discende da una logica assicurativa. Hanno allora un “peso” rilevante i contributi versati, nella duplice componente della entità (aliquota contributiva che dipende dalla professione) e della lunghezza e continuità del periodo contributivo. Poi l’andamento del sistema economico (andamento del PIL) e l’evoluzione dei coefficienti di trasformazione che riflettono l’andamento demografico del Paese e vengono rivisti in automatico ogni due anni. I giovani possono allora risultare penalizzati dai vuoti contributivi che caratterizzano un mercato del lavoro flessibile, dal ritardato ingresso nel mondo del lavoro e dallo svolgere talvolta tipologie di lavori caratterizzati da ridotte aliquote contributive. Oltre che sul quantum il contributivo rileva anche sul quando andare in pensione. I lavoratori che rientrano nel contributivo per andare in pensione di vecchiaia devono avere il requisito contributivo di 20 anni e il requisito anagrafico richiesto e devono rispettare un ulteriore paletto rappresentato da un importo della pensione superiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale. In caso contrario possono accedere al trattamento di vecchiaia al compimento di 70 anni di età, aggiornato sulla base degli adeguamenti alla speranza di vita accertata dall’Istat, con almeno 5 anni di contribuzione “effettiva” (cioè obbligatoria, volontaria e da riscatto) con esclusione della contribuzione accreditata figurativamente a qualsiasi titolo a prescindere dall’importo della pensione. Tra i diversi profili di attenzione del “pacchetto previdenza” in fase di elaborazione da parte del Governo vi è anche la ipotesi di prevedere anche nel contributivo l’integrazione al minimo. Si tratterebbe di un supporto previdenziale ai giovani che scontano le criticità connaturate a tale metodo di calcolo. Da quanto si apprende sarebbero necessari almeno 20 anni di contributi. In attesa di meglio comprendere come si evolverà il nostro sistema obbligatorio, quello che appare assolutamente necessario e, nel caso dei giovani non rinviabile è la adesione alla previdenza complementare. Essendo i fondi pensione strutturati sul meccanismo finanziario della capitalizzazione la adesione in giovane età conferisce la ragionevole speranza di potere accumulare un montante previdenziale più elevato e, conseguentemente, una rendita più elevata al pensionamento. Nel caso dei lavoratori dipendenti si usufruisce anche del contributo datoriale. Vanno considerati poi i benefici benefici fiscali, dalla deducibilità dei contributi alla tassazione ridotta della prestazioni, con imposta sostitutiva del 15 per cento che si riduce dello 0,30 per ogni anno di durata superiore al quindicesimo fino ad un minimo del 9 per cento, e non con tassazione Irpef come avviene per gli assegni pensionistici di natura obbligatoria.

I giovani costituiscono una delle categorie maggiormente esposte al rischio previdenziale. Essendo infatti il metodo di calcolo da applicare il contributivo la futura pensione discende da una logica assicurativa. Hanno allora un “peso” rilevante i contributi versati, nella duplice componente della entità (aliquota contributiva che dipende dalla professione) e della lunghezza e continuità del periodo contributivo.

Poi l’andamento del sistema economico (andamento del PIL) e l’evoluzione dei coefficienti di trasformazione che riflettono l’andamento demografico del Paese e vengono rivisti in automatico ogni due anni. I giovani possono allora risultare penalizzati dai vuoti contributivi che caratterizzano un mercato del lavoro flessibile, dal ritardato ingresso nel mondo del lavoro e dallo svolgere talvolta tipologie di lavori caratterizzati da ridotte aliquote contributive. Oltre che sul quantum il contributivo rileva anche sul quando andare in pensione.

I lavoratori che rientrano nel contributivo per andare in pensione di vecchiaia devono avere il requisito contributivo di 20 anni e il requisito anagrafico richiesto e devono rispettare un ulteriore paletto rappresentato da un importo della pensione superiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale. In caso contrario possono accedere al trattamento di vecchiaia al compimento di 70 anni di età, aggiornato sulla base degli adeguamenti alla speranza di vita accertata dall’Istat, con almeno 5 anni di contribuzione “effettiva” (cioè obbligatoria, volontaria e da riscatto) con esclusione della contribuzione accreditata figurativamente a qualsiasi titolo a prescindere dall’importo della pensione.

Tra i diversi profili di attenzione del “pacchetto previdenza” in fase di elaborazione da parte del Governo vi è anche la ipotesi di prevedere anche nel contributivo l’integrazione al minimo. Si tratterebbe di un supporto previdenziale ai giovani che scontano le criticità connaturate a tale metodo di calcolo. Da quanto si apprende sarebbero necessari almeno 20 anni di contributi.

In attesa di meglio comprendere come si evolverà il nostro sistema obbligatorio, quello che appare assolutamente necessario e, nel caso dei giovani non rinviabile è la adesione alla previdenza complementare. Essendo i fondi pensione strutturati sul meccanismo finanziario della capitalizzazione la adesione in giovane età conferisce la ragionevole speranza di potere accumulare un montante previdenziale più elevato e, conseguentemente, una rendita più elevata al pensionamento.

Nel caso dei lavoratori dipendenti si usufruisce anche del contributo datoriale. Vanno considerati poi i benefici benefici fiscali, dalla deducibilità dei contributi alla tassazione ridotta della prestazioni, con imposta sostitutiva del 15 per cento che si riduce dello 0,30 per ogni anno di durata superiore al quindicesimo fino ad un minimo del 9 per cento, e non con tassazione Irpef come avviene per gli assegni pensionistici di natura obbligatoria.

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