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  Premi per ascoltare l'articolo! Nell’ultimo ventennio abbiamo spesso assistito alla svendita a partner stranieri di aziende presenti nei settori chiave dell’economia italiana in base al principio del “libero mercato” e a causa della colpevole assenza di meccanismi politici di difesa, quali la reciprocità tra Stati comunitari nelle operazioni di cessione di aziende strategiche. Tuttavia c’è un’eccezione che rende giustizia al nostro paese e che vede come protagonista la storia imprenditoriale degli ultimi quindici anni del gruppo Fiat (oggi Fiat Chrysler), grazie alla straordinaria visione strategica del management focalizzata sull’espansione territoriale fuori dalle mura domestiche. Fiat Chrysler Automobiles (FCA) è una multinazionale del settore automobilistico con circa 230mila dipendenti nel mondo (di cui 67mila in Italia), che svolge la propria attività attraverso 162 stabilimenti, 87 centri di Ricerca e Sviluppo e migliaia di concessionari e distributori in oltre 150 Paesi. Il suo nome trae origine dall’eredità storica di due grandi costruttori: Fiat, fondata in Italia nel 1899 da un gruppo di imprenditori illuminati, tra i quali Giovanni Agnelli, e Chrysler Corporation, l’innovativa casa automobilistica americana fondata da Walter P. Chrysler nel 1925. Il gruppo serve circa 4,7 milioni di clienti in tutto il mondo e opera nel mercato delle auto attraverso i marchi Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Dodge, Fiat, Fiat Professional, Jeep, Lancia, Ram, Maserati ai quali vanno aggiunti i marchi Mopar (servizi post-vendita e ricambi), Comau (sistemi di produzione), Magneti Marelli (componenti) e Teksid (fonderie). La società nel 2016 ha realizzato un utile netto di 2,5 miliardi di euro e dal giugno 2004 è sotto la guida di Sergio Marchionne, arrivato dopo un drammatico triennio nel quale l’azienda aveva cumulato perdite pari a circa 8 miliardi ed era sull’orlo del fallimento. La strategia di diversificazione geografica perseguita dal nuovo Amministratore Delegato ha consentito alla società di sopravvivere in Italia, tutelando e salvando decine di migliaia di posti di lavoro. Le ripetute critiche rivolte dai sindacati italiani a Marchionne hanno fatto da contraltare alla riconoscenza espressagli ripetutamente dal mondo operaio statunitense e pubblicamente dal Presidente Obama in seguito al salvataggio della Chrysler dalla quasi bancarotta del 2009. Proprio grazie ai risultati conseguiti nei Paesi d’oltreoceano, il gruppo Fiat ha potuto coprire le perdite realizzate in Italia e in Europa e, a inizio 2014, ha completato l’acquisizione della totalità di Chrysler creando le basi per rilanciare gli investimenti nelle aree geografiche critiche e per aggredire altri mercati caratterizzati da elevati tassi di crescita. Nel maggio 2014 Marchionne ha presentato a Detroit il primo piano industriale quinquennale (2014/2018) del gruppo Fiat Chrysler, focalizzato sull’espansione internazionale e sull’affermazione dei cosiddetti marchi premium, riferiti a quella categoria di automobili in grado di generare una maggiore redditività rispetto alla tradizionale divisione delle auto utilitarie alla quale il marchio Fiat è da sempre stato associato. L’idea primaria è quella di rendere Jeep il marchio trainante del gruppo, con l’obiettivo di vendere 1,9 milioni di fuoristrada nel 2018 rispetto alle 730mila unità del 2013. Quanto al mercato italiano il piano prevede che al termine dei cinque anni saranno realizzate negli stabilimenti del belpaese, unitamente al marchio Fiat, 200mila Jeep, 400mila Alfa Romeo e 75mila Maserati, con l’obiettivo di saturare al 100% le nostre fabbriche entro il 2018. Lo sforzo di espansione a livello globale richiede complessivamente un rafforzamento della rete commerciale e l’apertura di ben 1.300 nuovi punti vendita in tutto il mondo. L’investimento complessivo previsto nel quinquennio di riferimento è di 48 miliardi di euro, interamente auto?/span> nanziato. A piano ultimato, FCA dovrebbe diventare un gruppo tra i primi cinque al mondo, con l’obiettivo di vendere 7 milioni di auto rispetto a 4,3 milioni del 2013, di realizzare un fatturato di 132 miliardi di euro e un utile netto di 5 miliardi; l’indebitamento industriale netto a fine piano è previsto in circa un miliardo di euro.La reazione degli analisti ai numeri presentati da Sergio Marchionne è stata di forte scetticismo, in quanto il piano industriale è stato ritenuto eccessivamente ambizioso e quindi poco realistico, tanto che il giorno dopo la presentazione alla comunità ?finanziaria, il 7 maggio 2014, il titolo azionario del Lingotto ha chiuso la seduta con una sonora perdita dell’11%. Da quel giorno la società ha realizzato un’impressionante serie di record, trimestre dopo trimestre, anno dopo anno, raggiungendo e superando in anticipo gran parte degli obiettivi del piano industriale 2014/2018, tanto da spingere il management a rivedere al rialzo gran parte delle stime di crescita precedentemente ipotizzate e ad annunciare nel luglio 2017 un nuovo piano da presentare entro il primo semestre del 2018. In sintesi, l’utile netto stimato a fine periodo è stato rettificato da 4,3/5,3 miliardi di euro a 4,7/5,5 miliardi, l’utile operativo da 8,3/9,4 miliardi a 8,7/9,8 miliardi e i ricavi da 132 a 136 miliardi. Quanto all’indebitamento industriale netto, la revisione prevede non solo l’azzeramento dello stesso, ma un possibile surplus di cassa compreso tra 4 e 5 miliardi di euro a ?/span> ne 2018. Tra i fattori positivi che hanno contribuito alla suddetta revisione il management ha citato l’andamento del biennio 2014/2015 migliore del previsto, lo scorporo di Ferrari, la riduzione dell’indebitamento più rapida delle attese, la ripresa del mercato EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) con un anno d’anticipo rispetto a quanto stimato, le vendite di Jeep superiori alle aspettative e infine il positivo andamento del mercato valutario. Il gruppo FCA, nei dodici anni compresi dal 2005 al 2016 sotto la guida di Sergio Marchionne, ha cumulato un utile netto pari a circa 11 miliardi di euro dopo avere integralmente auto?finanziato il piano di sviluppo della società e quasi azzerato l’indebitamento industriale. Questi risultati non comprendono gli utili maturati dalle società Fiat Industrial (oggi CNH Industrial) e Ferrari, uscite dal perimetro del gruppo rispettivamente nel 2011 e 2016, e i dividendi distribuiti dalle società negli anni di riferimento. Nei primi nove mesi del 2017 FCA ha realizzato un utile netto di 2,7 miliardi di euro e prevede di chiudere l’esercizio con un utile netto superiore a 3 miliardi. Il successo conseguito sotto il profilo industriale ha determinato una straordinaria creazione di valore per gli azionisti, tanto che la performance borsistica del titolo FCA nei tredici anni della gestione di Sergio Marchionne è stata pari all’800% circa. Ciò che gli analisti non hanno inizialmente compreso (e timidamente adesso iniziano a comprendere) è che FCA non è un’azienda qualsiasi, ma un gruppo che grazie all’incredibile spirito di sacrificio dei suoi lavoratori, dagli operai ai dirigenti, è protagonista di una delle vicende più esaltanti nella storia dell’industria automobilistica mondiale, iniziata con l’uscita dalla bancarotta pilotata di Chrysler nel 2009 e proseguita, nel mezzo di due delle peggiori crisi ?inanziarie degli ultimi ottant’anni (2009 e 2011), con la rapidissima quanto straordinaria ripresa della redditività dell’azienda, testimoniata da ben sette anni consecutivi di crescita del fatturato. Tutto ciò fa di FCA un costruttore di auto globale caratterizzato da un bagaglio unico di esperienze e competenze e da un senso di appartenenza che, come ha affermato Sergio Marchionne, fa sì che “il privilegio di essere parte del management team di questa organizzazione sia riconosciuto solo a coloro che dimostrino l’abilità di cambiare, di avere spirito competitivo, integrità e rapidità decisionale”. Dopo lo scorporo di Fiat Industrial, la fusione con Chrysler, il cambio di nome e di sede legale e fiscale, il debutto a Wall Street e lo scorporo di Ferrari, adesso la ricerca di un partner industriale potrebbe rappresentare l’ultimo tassello del piano strategico di Sergio Marchionne che prevede che il gruppo, entro il 2018, rientri tra le prime cinque case automobilistiche al mondo in termini di unità prodotte. Una storia imprenditoriale esaltante e un progetto industriale così ambizioso non possono prescindere della passione con cui Marchionne e tutto l’universo Fiat Chrysler Automobiles affronteranno questa ennesima sfida che, tra lo scetticismo generale, molto probabilmente ancora una volta vinceranno. Roberto Russo - amministratore delegato - Assiteca SIM

Nell’ultimo ventennio abbiamo spesso assistito alla svendita a partner stranieri di aziende presenti nei settori chiave dell’economia italiana in base al principio del “libero mercato” e a causa della colpevole assenza di meccanismi politici di difesa, quali la reciprocità tra Stati comunitari nelle operazioni di cessione di aziende strategiche.

Tuttavia c’è un’eccezione che rende giustizia al nostro paese e che vede come protagonista la storia imprenditoriale degli ultimi quindici anni del gruppo Fiat (oggi Fiat Chrysler), grazie alla straordinaria visione strategica del management focalizzata sull’espansione territoriale fuori dalle mura domestiche.

Fiat Chrysler Automobiles (FCA) è una multinazionale del settore automobilistico con circa 230mila dipendenti nel mondo (di cui 67mila in Italia), che svolge la propria attività attraverso 162 stabilimenti, 87 centri di Ricerca e Sviluppo e migliaia di concessionari e distributori in oltre 150 Paesi. Il suo nome trae origine dall’eredità storica di due grandi costruttori: Fiat, fondata in Italia nel 1899 da un gruppo di imprenditori illuminati, tra i quali Giovanni Agnelli, e Chrysler Corporation, l’innovativa casa automobilistica americana fondata da Walter P. Chrysler nel 1925. Il gruppo serve circa 4,7 milioni di clienti in tutto il mondo e opera nel mercato delle auto attraverso i marchi Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Dodge, Fiat, Fiat Professional, Jeep, Lancia, Ram, Maserati ai quali vanno aggiunti i marchi Mopar (servizi post-vendita e ricambi), Comau (sistemi di produzione), Magneti Marelli (componenti) e Teksid (fonderie).

La società nel 2016 ha realizzato un utile netto di 2,5 miliardi di euro e dal giugno 2004 è sotto la guida di Sergio Marchionne, arrivato dopo un drammatico triennio nel quale l’azienda aveva cumulato perdite pari a circa 8 miliardi ed era sull’orlo del fallimento.

La strategia di diversificazione geografica perseguita dal nuovo Amministratore Delegato ha consentito alla società di sopravvivere in Italia, tutelando e salvando decine di migliaia di posti di lavoro. Le ripetute critiche rivolte dai sindacati italiani a Marchionne hanno fatto da contraltare alla riconoscenza espressagli ripetutamente dal mondo operaio statunitense e pubblicamente dal Presidente Obama in seguito al salvataggio della Chrysler dalla quasi bancarotta del 2009. Proprio grazie ai risultati conseguiti nei Paesi d’oltreoceano, il gruppo Fiat ha potuto coprire le perdite realizzate in Italia e in Europa e, a inizio 2014, ha completato l’acquisizione della totalità di Chrysler creando le basi per rilanciare gli investimenti nelle aree geografiche critiche e per aggredire altri mercati caratterizzati da elevati tassi di crescita. Nel maggio 2014 Marchionne ha presentato a Detroit il primo piano industriale quinquennale (2014/2018) del gruppo Fiat Chrysler, focalizzato sull’espansione internazionale e sull’affermazione dei cosiddetti marchi premium, riferiti a quella categoria di automobili in grado di generare una maggiore redditività rispetto alla tradizionale divisione delle auto utilitarie alla quale il marchio Fiat è da sempre stato associato. L’idea primaria è quella di rendere Jeep il marchio trainante del gruppo, con l’obiettivo di vendere 1,9 milioni di fuoristrada nel 2018 rispetto alle 730mila unità del 2013.

Quanto al mercato italiano il piano prevede che al termine dei cinque anni saranno realizzate negli stabilimenti del belpaese, unitamente al marchio Fiat, 200mila Jeep, 400mila Alfa Romeo e 75mila Maserati, con l’obiettivo di saturare al 100% le nostre fabbriche entro il 2018. Lo sforzo di espansione a livello globale richiede complessivamente un rafforzamento della rete commerciale e l’apertura di ben 1.300 nuovi punti vendita in tutto il mondo.

L’investimento complessivo previsto nel quinquennio di riferimento è di 48 miliardi di euro, interamente auto?/span> nanziato. A piano ultimato, FCA dovrebbe diventare un gruppo tra i primi cinque al mondo, con l’obiettivo di vendere 7 milioni di auto rispetto a 4,3 milioni del 2013, di realizzare un fatturato di 132 miliardi di euro e un utile netto di 5 miliardi; l’indebitamento industriale netto a fine piano è previsto in circa un miliardo di euro.
La reazione degli analisti ai numeri presentati da Sergio Marchionne è stata di forte scetticismo, in quanto il piano industriale è stato ritenuto eccessivamente ambizioso e quindi poco realistico, tanto che il giorno dopo la presentazione alla comunità ?finanziaria, il 7 maggio 2014, il titolo azionario del Lingotto ha chiuso la seduta con una sonora perdita dell’11%. Da quel giorno la società ha realizzato un’impressionante serie di record, trimestre dopo trimestre, anno dopo anno, raggiungendo e superando in anticipo gran parte degli obiettivi del piano industriale 2014/2018, tanto da spingere il management a rivedere al rialzo gran parte delle stime di crescita precedentemente ipotizzate e ad annunciare nel luglio 2017 un nuovo piano da presentare entro il primo semestre del 2018. In sintesi, l’utile netto stimato a fine periodo è stato rettificato da 4,3/5,3 miliardi di euro a 4,7/5,5 miliardi, l’utile operativo da 8,3/9,4 miliardi a 8,7/9,8 miliardi e i ricavi da 132 a 136 miliardi.

Quanto all’indebitamento industriale netto, la revisione prevede non solo l’azzeramento dello stesso, ma un possibile surplus di cassa compreso tra 4 e 5 miliardi di euro a ?/span> ne 2018. Tra i fattori positivi che hanno contribuito alla suddetta revisione il management ha citato l’andamento del biennio 2014/2015 migliore del previsto, lo scorporo di Ferrari, la riduzione dell’indebitamento più rapida delle attese, la ripresa del mercato EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) con un anno d’anticipo rispetto a quanto stimato, le vendite di Jeep superiori alle aspettative e infine il positivo andamento del mercato valutario.

Il gruppo FCA, nei dodici anni compresi dal 2005 al 2016 sotto la guida di Sergio Marchionne, ha cumulato un utile netto pari a circa 11 miliardi di euro dopo avere integralmente auto?finanziato il piano di sviluppo della società e quasi azzerato l’indebitamento industriale. Questi risultati non comprendono gli utili maturati dalle società Fiat Industrial (oggi CNH Industrial) e Ferrari, uscite dal perimetro del gruppo rispettivamente nel 2011 e 2016, e i dividendi distribuiti dalle società negli anni di riferimento. Nei primi nove mesi del 2017 FCA ha realizzato un utile netto di 2,7 miliardi di euro e prevede di chiudere l’esercizio con un utile netto superiore a 3 miliardi.

Il successo conseguito sotto il profilo industriale ha determinato una straordinaria creazione di valore per gli azionisti, tanto che la performance borsistica del titolo FCA nei tredici anni della gestione di Sergio Marchionne è stata pari all’800% circa.

Ciò che gli analisti non hanno inizialmente compreso (e timidamente adesso iniziano a comprendere) è che FCA non è un’azienda qualsiasi, ma un gruppo che grazie all’incredibile spirito di sacrificio dei suoi lavoratori, dagli operai ai dirigenti, è protagonista di una delle vicende più esaltanti nella storia dell’industria automobilistica mondiale, iniziata con l’uscita dalla bancarotta pilotata di Chrysler nel 2009 e proseguita, nel mezzo di due delle peggiori crisi ?inanziarie degli ultimi ottant’anni (2009 e 2011), con la rapidissima quanto straordinaria ripresa della redditività dell’azienda, testimoniata da ben sette anni consecutivi di crescita del fatturato. Tutto ciò fa di FCA un costruttore di auto globale caratterizzato da un bagaglio unico di esperienze e competenze e da un senso di appartenenza che, come ha affermato Sergio Marchionne, fa sì che “il privilegio di essere parte del management team di questa organizzazione sia riconosciuto solo a coloro che dimostrino l’abilità di cambiare, di avere spirito competitivo, integrità e rapidità decisionale”.

Dopo lo scorporo di Fiat Industrial, la fusione con Chrysler, il cambio di nome e di sede legale e fiscale, il debutto a Wall Street e lo scorporo di Ferrari, adesso la ricerca di un partner industriale potrebbe rappresentare l’ultimo tassello del piano strategico di Sergio Marchionne che prevede che il gruppo, entro il 2018, rientri tra le prime cinque case automobilistiche al mondo in termini di unità prodotte.

Una storia imprenditoriale esaltante e un progetto industriale così ambizioso non possono prescindere della passione con cui Marchionne e tutto l’universo Fiat Chrysler Automobiles affronteranno questa ennesima sfida che, tra lo scetticismo generale, molto probabilmente ancora una volta vinceranno.


Roberto Russo - amministratore delegato - Assiteca SIM

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