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  Premi per ascoltare l'articolo! Nel 1997-1998 la maggior parte delle economie est-asiatiche più piccole fronteggiò una crisi. Ebbe inizio in Tailandia, per poi propagarsi in Corea, Indonesia, Malesia, Taiwan, Filippine, Singapore e Hong Kong. Il mercato azionario e quello immobiliare crollarono e le valute si svalutarono. Anche il Dollaro di Singapore scese, rispetto a quello americano, da 1,43 a 1,78 tra giugno 1997 e agosto 1998 e i tassi d’interesse si alzarono improvvisamente. In Corea e Indonesia il Fondo Monetario Internazionale fu costretto a garantire prestiti d’emergenza. Solo Hong Kong non svalutò la propria divisa. Nelle scorse settimane Argentina e Turchia sono state colpite da crisi simili a quella finanziaria asiatica del 97-98. I mercati azionari sono implosi, le valute crollate e le banche centrali sono state costrette ad alzare nettamente i tassi di interesse (al 60% in Argentina e al 17,75%-fino ad ora- in Turchia). In Venezuela invece, la crisi è totalmente di un’altra dimensione. L’inflazione è al livello di quella in Zimbawe durante i peggiori anni del presidente Mugabe. La fiammata inflazionistica ha raggiunto circa il 60.000% p.a. (secondo Steve Hanke, professore della Johns Hopkins University). I beni sono spariti dai negozi (così come accadde nella rapida crisi del Dollaro di Hong Kong nel settembre del 1983). La popolazione sta migrando nelle vicine Colombia e Brasile in cerca di lavoro e sicurezza, proprio come fecero gli abitanti dallo Zimbawe al Sud Africa quando l’inflazione raggiunse livelli estremi. Sorgono spontanee tre domande. Cosa causa queste crisi? Perché sembra che si presentino contestualmente in differenti economie nello stesso momento? Qual è il rischio che l’Asia subisca un contagio? Rispondendo alla prima domanda, le crisi sono tutte causate da una spesa eccessiva rispetto alle capacità delle rispettive economie. La spesa può essere generata dal governo, così come in Argentina e in Venezuela, o dal settore privato, come in Turchia. In entrambi i casi, si mostra tramite un rapido aumento del denaro in circolazione. Nel caso in cui la spesa derivi dal governo, anziché raccogliere denaro con le tasse o i prestiti sul mercato aperto, il governo sostiene la spesa eccessiva e il deficit fiscale tramite la banca centrale. In sostanza, stampa moneta per pagare i salari del settore pubblico e sovvenzionare cibo, carburante, utility o pensioni statali troppo generose. Questo è quanto è accaduto in Venezuela e in maniera minore in Argentina. Nel caso in cui l’eccesso di spesa derivi dal settore privato, le banche centrali generalmente tengono i tassi d’interesse troppo bassi, causando la crescita del credito a livelli stellari. Questo è ciò che è accaduto in Turchia. Sia che l’eccesso di spesa derivi dal settore pubblico o dal privato, c’è un sintomo garantito: l’eccessiva crescita di denaro. In Venezuela l’aggregato monetario M2 è cresciuto in modo astronomico (da inizio anno a giugno 2018 del 6.700%). In Argentina l’aggregato M3 in valuta locale è cresciuto del 34% da inizio anno a giugno e in media dal 2014 del 33% all’anno. In Turchia l’aggregato M3 era del 22% nell’anno a luglio e ha una media del 16% p.a. dal 2014. Ovviamente, un’eccessiva crescita della moneta produce altri sintomi: deficit contabili, inflazione in aumento e indebolimento valutario. Argentina, Turchia e Venezuela hanno tutte affrontato questi problemi negli ultimi anni. Per quanto riguarda la seconda domanda, le crisi dei Paesi emergenti tendono a crearsi durante un periodo di calma o di condizioni creditizie favorevoli nelle economie sviluppate. Nell‘Asia orientale nel 97-98 tutte le economie condividevano lo stesso quadro economico costituito da tassi di cambio fissi e rapida crescita con tassi d’interesse domestici più alti dei tassi USA. Tutti gli Stati trassero vantaggio dai bassi tassi d’interesse negli Stati Uniti (specialmente dal 92/95) per prendere in prestito USD e finanziare i propri deficit con grossi flussi di capitali in entrata. E tutti sperimentarono una crescita monetaria in eccesso. In Argentina e Turchia il quadro è simile, sia che abbiano avuto tassi di cambio variabili o controllati. La nascita della crisi attuale è stata mascherata dall’aumento del valore dei titoli negli Stati Uniti, Asia orientale e altri Paesi emergenti nel 2017. Bassi tassi d’interesse negli Stati Uniti, Europa e Giappone hanno incoraggiato Argentina e Turchia a prendere in prestito valute straniere (così come le economie asiatiche fecero dal 92-97). Fintanto che i flussi giungono, gli Investitori rimangono calmi, ma prima o poi, i sintomi della crescita eccessiva di denaro si palesano. Appena qualcuno suona il campanello di allarme, gli Investitori corrono al riparo. Ciò comporta il crollo dei prezzi delle azioni, il deprezzamento della valuta e l’impennata dell’inflazione. Per quanto riguarda la terza domanda il punto focale è se il contagio si espanderà da Argentina e Turchia fino alle economie asiatiche dalla Corea all’Indonesia. A un certo livello, i tassi di cambio variabili nella maggior parte dell’Asia hanno creato, rispetto al 97-98, un cuscinetto per gli shock.Tuttavia, la risposta dipende dal tipo di economia. Per esempio se il Paese è produttore di petrolio (Indonesia), materie prime (Malesia) o abbia un sistema di cambi fissi (come Hong Kong). Evitare il contagio dipenderà principalmente dalla gestione del sistema monetario. È probabile che inizialmente tutti i mercati azionari emergenti e le valute a cambio variabile avranno una diminuzione del valore (come stiamo già vedendo) perchè gli investitori globali venderanno i loro asset emergenti più liquidi. Ma, assumendo che i sistemi monetari siano ben gestiti, la diminuzione dei prezzi dovrebbe essere temporanea. La tabella mostra come la crescita monetaria in questi paesi sia stata contenuta durante l’ultimo anno. Quindi, a mio parere questi dati dimostrano come in Asia non ci possa essere eccesso di spesa. I manager asiatici hanno imparato le lezioni del 97-98. Argentina, Turchia e Venezuela devono ancora imparare.  John Greenwood - Capo Economista - Invesco

Nel 1997-1998 la maggior parte delle economie est-asiatiche più piccole fronteggiò una crisi. Ebbe inizio in Tailandia, per poi propagarsi in Corea, Indonesia, Malesia, Taiwan, Filippine, Singapore e Hong Kong. Il mercato azionario e quello immobiliare crollarono e le valute si svalutarono.

Anche il Dollaro di Singapore scese, rispetto a quello americano, da 1,43 a 1,78 tra giugno 1997 e agosto 1998 e i tassi d’interesse si alzarono improvvisamente.

In Corea e Indonesia il Fondo Monetario Internazionale fu costretto a garantire prestiti d’emergenza. Solo Hong Kong non svalutò la propria divisa.

Nelle scorse settimane Argentina e Turchia sono state colpite da crisi simili a quella finanziaria asiatica del 97-98. I mercati azionari sono implosi, le valute crollate e le banche centrali sono state costrette ad alzare nettamente i tassi di interesse (al 60% in Argentina e al 17,75%-fino ad ora- in Turchia).

In Venezuela invece, la crisi è totalmente di un’altra dimensione. L’inflazione è al livello di quella in Zimbawe durante i peggiori anni del presidente Mugabe. La fiammata inflazionistica ha raggiunto circa il 60.000% p.a. (secondo Steve Hanke, professore della Johns Hopkins University). I beni sono spariti dai negozi (così come accadde nella rapida crisi del Dollaro di Hong Kong nel settembre del 1983). La popolazione sta migrando nelle vicine Colombia e Brasile in cerca di lavoro e sicurezza, proprio come fecero gli abitanti dallo Zimbawe al Sud Africa quando l’inflazione raggiunse livelli estremi.

Sorgono spontanee tre domande. Cosa causa queste crisi? Perché sembra che si presentino contestualmente in differenti economie nello stesso momento? Qual è il rischio che l’Asia subisca un contagio?

Rispondendo alla prima domanda, le crisi sono tutte causate da una spesa eccessiva rispetto alle capacità delle rispettive economie. La spesa può essere generata dal governo, così come in Argentina e in Venezuela, o dal settore privato, come in Turchia. In entrambi i casi, si mostra tramite un rapido aumento del denaro in circolazione.

Nel caso in cui la spesa derivi dal governo, anziché raccogliere denaro con le tasse o i prestiti sul mercato aperto, il governo sostiene la spesa eccessiva e il deficit fiscale tramite la banca centrale. In sostanza, stampa moneta per pagare i salari del settore pubblico e sovvenzionare cibo, carburante, utility o pensioni statali troppo generose. Questo è quanto è accaduto in Venezuela e in maniera minore in Argentina.

Nel caso in cui l’eccesso di spesa derivi dal settore privato, le banche centrali generalmente tengono i tassi d’interesse troppo bassi, causando la crescita del credito a livelli stellari. Questo è ciò che è accaduto in Turchia.

Sia che l’eccesso di spesa derivi dal settore pubblico o dal privato, c’è un sintomo garantito: l’eccessiva crescita di denaro. In Venezuela l’aggregato monetario M2 è cresciuto in modo astronomico (da inizio anno a giugno 2018 del 6.700%). In Argentina l’aggregato M3 in valuta locale è cresciuto del 34% da inizio anno a giugno e in media dal 2014 del 33% all’anno. In Turchia l’aggregato M3 era del 22% nell’anno a luglio e ha una media del 16% p.a. dal 2014.

Ovviamente, un’eccessiva crescita della moneta produce altri sintomi: deficit contabili, inflazione in aumento e indebolimento valutario. Argentina, Turchia e Venezuela hanno tutte affrontato questi problemi negli ultimi anni.

Per quanto riguarda la seconda domanda, le crisi dei Paesi emergenti tendono a crearsi durante un periodo di calma o di condizioni creditizie favorevoli nelle economie sviluppate. Nell‘Asia orientale nel 97-98 tutte le economie condividevano lo stesso quadro economico costituito da tassi di cambio fissi e rapida crescita con tassi d’interesse domestici più alti dei tassi USA. Tutti gli Stati trassero vantaggio dai bassi tassi d’interesse negli Stati Uniti (specialmente dal 92/95) per prendere in prestito USD e finanziare i propri deficit con grossi flussi di capitali in entrata. E tutti sperimentarono una crescita monetaria in eccesso.

In Argentina e Turchia il quadro è simile, sia che abbiano avuto tassi di cambio variabili o controllati. La nascita della crisi attuale è stata mascherata dall’aumento del valore dei titoli negli Stati Uniti, Asia orientale e altri Paesi emergenti nel 2017. Bassi tassi d’interesse negli Stati Uniti, Europa e Giappone hanno incoraggiato Argentina e Turchia a prendere in prestito valute straniere (così come le economie asiatiche fecero dal 92-97). Fintanto che i flussi giungono, gli Investitori rimangono calmi, ma prima o poi, i sintomi della crescita eccessiva di denaro si palesano. Appena qualcuno suona il campanello di allarme, gli Investitori corrono al riparo. Ciò comporta il crollo dei prezzi delle azioni, il deprezzamento della valuta e l’impennata dell’inflazione.

Per quanto riguarda la terza domanda il punto focale è se il contagio si espanderà da Argentina e Turchia fino alle economie asiatiche dalla Corea all’Indonesia. A un certo livello, i tassi di cambio variabili nella maggior parte dell’Asia hanno creato, rispetto al 97-98, un cuscinetto per gli shock.Tuttavia, la risposta dipende dal tipo di economia. Per esempio se il Paese è produttore di petrolio (Indonesia), materie prime (Malesia) o abbia un sistema di cambi fissi (come Hong Kong). Evitare il contagio dipenderà principalmente dalla gestione del sistema monetario.

invesco crisi finanziaria in argentina turchia e venezuela ci sara un contagio in asia orientale

È probabile che inizialmente tutti i mercati azionari emergenti e le valute a cambio variabile avranno una diminuzione del valore (come stiamo già vedendo) perchè gli investitori globali venderanno i loro asset emergenti più liquidi.

Ma, assumendo che i sistemi monetari siano ben gestiti, la diminuzione dei prezzi dovrebbe essere temporanea. La tabella mostra come la crescita monetaria in questi paesi sia stata contenuta durante l’ultimo anno. Quindi, a mio parere questi dati dimostrano come in Asia non ci possa essere eccesso di spesa.

I manager asiatici hanno imparato le lezioni del 97-98. Argentina, Turchia e Venezuela devono ancora imparare.


 John Greenwood - Capo Economista - Invesco

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