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  Premi per ascoltare l'articolo! La scorsa settimana si è tenuto a Milano il Forum annuale di UBS. Viste le notizie riguardo ai dazi statunitensi, la crescente ansia per la Brexit e il populismo in Europa, abbiamo approfondito in quella sede il tema del rischio politico e della polarizzazione della società grazie a diversi economisti e commentatori collegati da Europa, Stati Uniti e Asia. Questi fenomeni sono il frutto dell’insoddisfazione sempre maggiore della classe media nelle economie occidentali che, a fronte della crescente polarizzazione della società, sente di aver pagato il conto della globalizzazione e indirizza le preferenze di voto verso forze politiche che propongono modelli alternativi, spesso anacronistici: muri, dazi, spesa pubblica incontrollata, autarchia finanziaria. Le elezioni europee degli ultimi anni, incluse quelle italiane, esprimono la medesima insoddisfazione, acuita anche dalle tensioni derivanti dai recenti flussi migratori. Oltreoceano è emerso il protezionismo, che è l’elemento più rischioso da un punto di vista economico. Se i dazi annunciati finora avranno un impatto limitato alla Cina e complessivamente gestibile, una escalation potrebbe metter fine all’attuale ciclo economico. L’immigrazione viene presa di mira da queste forze su entrambi i lati dell’Atlantico. Trump minaccia di costruire un muro sul confine con il Messico, l’Italia chiude i porti e molti Paesi nel Nord Europa rifiutano la quota loro assegnata di migranti. La realtà è che difficilmente le economie avanzate, e in particolare l’Italia, potranno chiudersi a riccio, perché l’invecchiamento della popolazione ridurrà la forza lavoro. L’accoglienza non è tuttavia sufficiente a dare un contributo positivo all’economia senza una rapida ed effettiva integrazione. Anche la Brexit affonda le sue radici nell’immigrazione, oltre che nella polarizzazione della società, molto marcata nel Regno Unito nonostante le buone performance economiche degli ultimi anni. Il terremoto politico e le conseguenze economiche della Brexit sono evidenti, ormai, ancora prima che essa cominci. La Brexit, nelle nostre stime, potrebbe costare al Regno Unito il 7-10% del PIL nel giro di pochi anni. L’Italia non è ovviamente immune alle spinte populiste, anzi, si potrebbe dire che è un laboratorio politico per il resto d’Europa. Da noi, la dimensione del debito fa sì che le politiche fiscali siano al centro delle discussioni. La peculiarità italiana, un importante debito pubblico e risparmi privati che lo quadruplicano in valore, fa sì che creare tensioni sullo spread comporti non solo un contraccolpo per l’economia, ma anche il rischio di maggiori imposte sui risparmi e sugli immobili – ottenendo quindi il risultato opposto rispetto alle istanze iniziali. Il rischio di protezionismo e l’incertezza politica hanno portato a una visibile decelerazione dell’economia globale e degli scambi commerciali internazionali, inducendo molte aziende a rimandare nuovi progetti di sviluppo. Si tratta di un rallentamento nel contesto di una crescita ancora robusta in gran parte del mondo e, in particolare, negli Stati Uniti. L’Europa esprime la decelerazione più marcata, ma nemmeno qui si vedono elementi che facciano pensare a una prolungata battuta d’arresto. Confermiamo quindi il nostro sovrappeso sull’azionario globale, mantenendo di pari passo diverse posizioni anticicliche per contenere eventuali fasi di volatilità (yen giapponese, put spread sull’S&P 500). Ogni correzione dei mercati, come quella della fine dello scorso anno, offre delle opportunità. In particolare, ritengo che oggi vi sia la possibilità di posizionarsi sui megatrend, vale a dire sui cambiamenti di carattere ambientale, demografico e tecnologico di lungo periodo. La crescita della popolazione mondiale con il conseguente stress per le risorse naturali, il crescente invecchiamento che metterà alla prova sanità e sistemi pensionistici, la centralità delle metropoli e la rivoluzione tecnologica in corso rappresentano sfide temibili, ma anche grandi opportunità per gli investitori. Matteo Ramenghi - Chief Investment Officer - UBS WM Italy

La scorsa settimana si è tenuto a Milano il Forum annuale di UBS. Viste le notizie riguardo ai dazi statunitensi, la crescente ansia per la Brexit e il populismo in Europa, abbiamo approfondito in quella sede il tema del rischio politico e della polarizzazione della società grazie a diversi economisti e commentatori collegati da Europa, Stati Uniti e Asia.

Questi fenomeni sono il frutto dell’insoddisfazione sempre maggiore della classe media nelle economie occidentali che, a fronte della crescente polarizzazione della società, sente di aver pagato il conto della globalizzazione e indirizza le preferenze di voto verso forze politiche che propongono modelli alternativi, spesso anacronistici: muri, dazi, spesa pubblica incontrollata, autarchia finanziaria.

Le elezioni europee degli ultimi anni, incluse quelle italiane, esprimono la medesima insoddisfazione, acuita anche dalle tensioni derivanti dai recenti flussi migratori. Oltreoceano è emerso il protezionismo, che è l’elemento più rischioso da un punto di vista economico. Se i dazi annunciati finora avranno un impatto limitato alla Cina e complessivamente gestibile, una escalation potrebbe metter fine all’attuale ciclo economico.

L’immigrazione viene presa di mira da queste forze su entrambi i lati dell’Atlantico. Trump minaccia di costruire un muro sul confine con il Messico, l’Italia chiude i porti e molti Paesi nel Nord Europa rifiutano la quota loro assegnata di migranti. La realtà è che difficilmente le economie avanzate, e in particolare l’Italia, potranno chiudersi a riccio, perché l’invecchiamento della popolazione ridurrà la forza lavoro. L’accoglienza non è tuttavia sufficiente a dare un contributo positivo all’economia senza una rapida ed effettiva integrazione.

Anche la Brexit affonda le sue radici nell’immigrazione, oltre che nella polarizzazione della società, molto marcata nel Regno Unito nonostante le buone performance economiche degli ultimi anni. Il terremoto politico e le conseguenze economiche della Brexit sono evidenti, ormai, ancora prima che essa cominci. La Brexit, nelle nostre stime, potrebbe costare al Regno Unito il 7-10% del PIL nel giro di pochi anni.

L’Italia non è ovviamente immune alle spinte populiste, anzi, si potrebbe dire che è un laboratorio politico per il resto d’Europa. Da noi, la dimensione del debito fa sì che le politiche fiscali siano al centro delle discussioni. La peculiarità italiana, un importante debito pubblico e risparmi privati che lo quadruplicano in valore, fa sì che creare tensioni sullo spread comporti non solo un contraccolpo per l’economia, ma anche il rischio di maggiori imposte sui risparmi e sugli immobili – ottenendo quindi il risultato opposto rispetto alle istanze iniziali.

Il rischio di protezionismo e l’incertezza politica hanno portato a una visibile decelerazione dell’economia globale e degli scambi commerciali internazionali, inducendo molte aziende a rimandare nuovi progetti di sviluppo. Si tratta di un rallentamento nel contesto di una crescita ancora robusta in gran parte del mondo e, in particolare, negli Stati Uniti. L’Europa esprime la decelerazione più marcata, ma nemmeno qui si vedono elementi che facciano pensare a una prolungata battuta d’arresto.

Confermiamo quindi il nostro sovrappeso sull’azionario globale, mantenendo di pari passo diverse posizioni anticicliche per contenere eventuali fasi di volatilità (yen giapponese, put spread sull’S&P 500). Ogni correzione dei mercati, come quella della fine dello scorso anno, offre delle opportunità. In particolare, ritengo che oggi vi sia la possibilità di posizionarsi sui megatrend, vale a dire sui cambiamenti di carattere ambientale, demografico e tecnologico di lungo periodo. La crescita della popolazione mondiale con il conseguente stress per le risorse naturali, il crescente invecchiamento che metterà alla prova sanità e sistemi pensionistici, la centralità delle metropoli e la rivoluzione tecnologica in corso rappresentano sfide temibili, ma anche grandi opportunità per gli investitori.


Matteo Ramenghi - Chief Investment Officer - UBS WM Italy

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