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  Premi per ascoltare l'articolo! Siamo all’apice di una svolta per una nuova generazione di materie prime trainate da tecnologie interconnesse nei settori dell’efficienza energetica, dell’automazione e del cambiamento climatico, che saranno probabilmente cruciali per la domanda di commodity. Nelle nostre prospettive per il 2018 esploriamo un ventaglio di temi di rottura, dalle materie prime ai Bitcoin e dai green bond alle politiche delle banche centrali. Prospettive macroeconomiche Attualmente il mondo sta attraversando una fase di crescita sincronizzata, sostenuta dai massicci stimoli delle banche centrali. Alcuni segnali suggeriscono tuttavia che i mercati sviluppati sono prossimi ai massimi ciclici, con il potenziale avvio di una fase di crescita più contenuta. Pur confidando nella capacità dell’economia mondiale di evitare, nel 2018, situazioni di grave turbolenza, permangono rischi estremi temibili. In Italia, secondo gli ultimi sondaggi, la compagine populista del Movimento 5 Stelle registra un recupero dei consensi, mentre in Germania le istanze legate al populismo impediscono la formazione di una coalizione stabile. Le spinte populiste si saranno forse ridimensionate, ma rimangono senz’altro una spina nel fianco dell’Europa. Nei mercati emergenti la guerra a distanza fra l’Arabia Saudita e l’Iran rischia di esplodere, innescando un potenziale shock petrolifero, mentre sia il Messico che il Brasile si preparano alle elezioni presidenziali in un clima segnato dal prevalere del populismo. Infine, la riduzione degli stimoli monetari comporterà rischi sia per le azioni che per le obbligazioni e riaccenderà verosimilmente l’interesse verso categorie di investimenti considerati alternativi. Tre grandi interrogativi attendono gli investitori nel 2018: Riusciranno le principali banche centrali a sgonfiare la bolla obbligazionaria mondiale senza far deragliare l’espansione globale? Proseguirà la brillante corsa al rialzo dei mercati azionari globali? Infine, riuscirà la Cina a preservare il rally delle materie prime di fronte alla stretta dei tassi della Federal Reserve? Sgonfiamento della bolla obbligazionaria mondiale Il “taper tantrum” del 2013 negli Stati Uniti ha offerto un insegnamento importante alla maggior parte delle banche centrali: la prudenza nelle comunicazioni è essenziale per plasmare le aspettative degli investitori sul percorso di stretta monetaria, mantenere la fiducia nei mercati e creare consapevolezza sul fatto che gli stimoli non saranno rimossi in modo repentino. Il presidente della BCE Mario Draghi ha recentemente dichiarato: “Perché rinunciare a uno strumento di politica monetaria [la forward guidance] che si è dimostrato efficace?”. Commenti di questo tenore indicano che le banche centrali agiranno con estrema cautela nel rimuovere il rilevante stimolo offerto dal quantitative easing (QE) al momento opportuno. Dal momento che le autorità monetarie USA saranno le sole a dover fare i conti con le pressioni inflazionistiche, i programmi di acquisto di titoli ad ampio spettro continueranno a imporsi nelle politiche delle banche centrali anche nel 2018. I bilanci di buona parte dei principali istituti di emissione continueranno a espandersi, ma un abbandono ponderato della politica accomodante consentirà alle autorità monetarie statunitensi di sgonfiare la bolla obbligazionaria mondiale evitando che esploda. A nostro avviso la Fed sarà l’unica banca centrale a ridimensionare il proprio bilancio nel 2018. E malgrado la Fed sembri essere finalmente passata all’azione, innalzando i tassi in vista dell’aumento delle pressioni inflazionistiche, il 2018 sarà un anno di cambiamenti. L’uscita dei tre principali funzionari della Fed, al cui timone non ci sarà più un economista, solleva il rischio di errori sul fronte della politica monetaria. Durante il suo mandato di governatore della Fed, in effetti, Jerome Powell non ha mai espresso un voto difforme: un dato che non infonde fiducia nella sua capacità di continuare a plasmare un percorso di innovazione. Le azioni della Fed non sempre coincidono con ciò che dovrebbe fare: innalzare i tassi e ridurre il bilancio della banca centrale sono misure necessarie per contrastare le crescenti pressioni inflazionistiche. Negli ultimi anni la crescita dei salari è stata modesta, ma comunque positiva in termini reali. In un quadro occupazionale che si rafforza i lavoratori si sentono più al sicuro, e quando il prossimo anno l’inflazione inizierà a sollevare il capo aumenteranno verosimilmente anche le richieste di aumenti salariali. Se il prossimo anno la Fed dovesse disattendere le aspettative dei mercati, effettuando meno di tre rialzi dei tassi, attraverso i salari potrebbe innescarsi una spirale inflazionistica avversa. Se invece, come riteniamo, la Fed modificherà la sua politica al fine di contenere le crescenti pressioni inflazionistiche, il dollaro USA (USD) dovrebbe guadagnare terreno nel primo semestre del 2018. Un altro elemento favorevole per l’USD è rappresentato dalla divergenza delle politiche monetarie: con la chiusura del suo QE, in netto contrasto con le altre principali banche centrali, la Fed otterrà un modesto irripidimento della curva dei rendimenti USA.I tassi d’interesse nominali più elevati, la curva dei rendimenti più ripida e il conseguente rafforzamento del biglietto verde dovrebbero impedire un marcato rialzo del prezzo dell’oro. Tuttavia, esistono altri fattori in gioco: i dubbi sulla capacità dei mercati azionari di continuare a realizzare performance brillanti hanno indotto gli investitori a ricercare coperture in vista di possibili correzioni. Pur ritenendo che l’inasprimento monetario della Fed proseguirà, giudichiamo contenuti i rischi al ribasso per le quotazioni dell’oro, dal momento che i tassi d’interesse reali si manterranno su livelli depressi con l’accelerazione dell’inflazione negli Stati Uniti. Tuttavia, uno shock causato per esempio da una correzione del mercato azionario potrebbe spingere verso l’alto i prezzi del metallo giallo. In definitiva, il prossimo anno non prevediamo grandi cambiamenti per i prezzi dell’oro. Nonostante il contesto di tassi d’interesse in aumento, gli investitori restano ottimisti sull’oro, perché a nostro avviso ora vedono nel metallo giallo più una polizza assicurativa dalle turbolenze geopolitiche che un investimento. Valutazioni eccessive delle azioni Sapersi orientare fra le valutazioni eccessive dei mercati sia azionari che obbligazionari, evitando le possibili trappole della bassa volatilità, sarà un obiettivo cruciale per gli investitori nel 2018. I margini delle aziende statunitensi risentiranno della stretta monetaria operata dalla Fed e della crescita dei salari. Il consolidamento del mercato del lavoro USA, che proseguirà nel 2018, dovrebbe accentuare sensibilmente le pressioni salariali e rafforzare la spinta inflazionistica legata al bisogno delle imprese di aumentare i prezzi nel tentativo di salvaguardare i margini. Di norma, in questa fase del ciclo economico, l’aumento del rapporto prezzo/utili rende i mercati molto più esposti a possibili correzioni, soprattutto negli Stati Uniti dove le valutazioni sono eccessive su basi sia assolute che relative. Continuiamo a individuare valore nelle azioni europee e dei mercati emergenti, dove la crescita economica appare più sostenibile il prossimo anno. L’enigma dei mercati emergenti Un’altra possibile conseguenza della stretta monetaria negli Stati Uniti deriva dall’impatto negativo sulla crescita economica dei mercati emergenti e in particolare della Cina. L’espansione delle economie emergenti potrebbe infatti essere minacciata da un aumento dei costi dell’indebitamento, dei costi dei fattori produttivi e della volatilità dei cambi, come pure da un potenziale assottigliamento dei ricavi dei produttori di materie prime, vulnerabili a un rialzo dell’USD nell’attuale fase di contrazione dell’offerta di materie prime. La domanda dei paesi emergenti è cruciale anche per i mercati delle commodity, in quanto tali economie pesano per il 70% sulla domanda di metalli industriali. In quest’ambito, ci aspettiamo che un’eventuale debolezza dei prezzi delle materie prime venga ampiamente compensato da una robusta crescita della domanda, sempre grazie alla Cina. Benché persistano timori sull’aumento del debito, le autorità monetarie cinesi dimostrano una continua disponibilità a sostenere il sistema finanziario con stimoli per allentare le condizioni finanziarie. La ricerca di investimenti alternativi fuori dalle classi di attivi tradizionali ci porta a prevedere una sovraperformance delle commodity, che riceveranno un sostegno importante dalla crescita della spesa globale per infrastrutture. Le materie prime costituiscono un gruppo eterogeneo, tuttavia prevediamo che il miglior risultato del 2018 sarà appannaggio dei metalli industriali. Questo settore dovrebbe trarre i maggiori vantaggi dal miglioramento della crescita dei mercati emergenti; allo stesso tempo, riteniamo che l’offerta rimarrà insufficiente nel 2018 per via della persistente carenza di investimenti in infrastrutture per l’attività estrattiva.

Siamo all’apice di una svolta per una nuova generazione di materie prime trainate da tecnologie interconnesse nei settori dell’efficienza energetica, dell’automazione e del cambiamento climatico, che saranno probabilmente cruciali per la domanda di commodity.

Nelle nostre prospettive per il 2018 esploriamo un ventaglio di temi di rottura, dalle materie prime ai Bitcoin e dai green bond alle politiche delle banche centrali.

Prospettive macroeconomiche

Attualmente il mondo sta attraversando una fase di crescita sincronizzata, sostenuta dai massicci stimoli delle banche centrali. Alcuni segnali suggeriscono tuttavia che i mercati sviluppati sono prossimi ai massimi ciclici, con il potenziale avvio di una fase di crescita più contenuta.

Pur confidando nella capacità dell’economia mondiale di evitare, nel 2018, situazioni di grave turbolenza, permangono rischi estremi temibili. In Italia, secondo gli ultimi sondaggi, la compagine populista del Movimento 5 Stelle registra un recupero dei consensi, mentre in Germania le istanze legate al populismo impediscono la formazione di una coalizione stabile. Le spinte populiste si saranno forse ridimensionate, ma rimangono senz’altro una spina nel fianco dell’Europa. Nei mercati emergenti la guerra a distanza fra l’Arabia Saudita e l’Iran rischia di esplodere, innescando un potenziale shock petrolifero, mentre sia il Messico che il Brasile si preparano alle elezioni presidenziali in un clima segnato dal prevalere del populismo. Infine, la riduzione degli stimoli monetari comporterà rischi sia per le azioni che per le obbligazioni e riaccenderà verosimilmente l’interesse verso categorie di investimenti considerati alternativi.

Tre grandi interrogativi attendono gli investitori nel 2018: Riusciranno le principali banche centrali a sgonfiare la bolla obbligazionaria mondiale senza far deragliare l’espansione globale? Proseguirà la brillante corsa al rialzo dei mercati azionari globali? Infine, riuscirà la Cina a preservare il rally delle materie prime di fronte alla stretta dei tassi della Federal Reserve?

Sgonfiamento della bolla obbligazionaria mondiale

Il “taper tantrum” del 2013 negli Stati Uniti ha offerto un insegnamento importante alla maggior parte delle banche centrali: la prudenza nelle comunicazioni è essenziale per plasmare le aspettative degli investitori sul percorso di stretta monetaria, mantenere la fiducia nei mercati e creare consapevolezza sul fatto che gli stimoli non saranno rimossi in modo repentino. Il presidente della BCE Mario Draghi ha recentemente dichiarato: “Perché rinunciare a uno strumento di politica monetaria [la forward guidance] che si è dimostrato efficace?”. Commenti di questo tenore indicano che le banche centrali agiranno con estrema cautela nel rimuovere il rilevante stimolo offerto dal quantitative easing (QE) al momento opportuno.

Dal momento che le autorità monetarie USA saranno le sole a dover fare i conti con le pressioni inflazionistiche, i programmi di acquisto di titoli ad ampio spettro continueranno a imporsi nelle politiche delle banche centrali anche nel 2018. I bilanci di buona parte dei principali istituti di emissione continueranno a espandersi, ma un abbandono ponderato della politica accomodante consentirà alle autorità monetarie statunitensi di sgonfiare la bolla obbligazionaria mondiale evitando che esploda.

A nostro avviso la Fed sarà l’unica banca centrale a ridimensionare il proprio bilancio nel 2018. E malgrado la Fed sembri essere finalmente passata all’azione, innalzando i tassi in vista dell’aumento delle pressioni inflazionistiche, il 2018 sarà un anno di cambiamenti. L’uscita dei tre principali funzionari della Fed, al cui timone non ci sarà più un economista, solleva il rischio di errori sul fronte della politica monetaria. Durante il suo mandato di governatore della Fed, in effetti, Jerome Powell non ha mai espresso un voto difforme: un dato che non infonde fiducia nella sua capacità di continuare a plasmare un percorso di innovazione. Le azioni della Fed non sempre coincidono con ciò che dovrebbe fare: innalzare i tassi e ridurre il bilancio della banca centrale sono misure necessarie per contrastare le crescenti pressioni inflazionistiche. Negli ultimi anni la crescita dei salari è stata modesta, ma comunque positiva in termini reali. In un quadro occupazionale che si rafforza i lavoratori si sentono più al sicuro, e quando il prossimo anno l’inflazione inizierà a sollevare il capo aumenteranno verosimilmente anche le richieste di aumenti salariali. Se il prossimo anno la Fed dovesse disattendere le aspettative dei mercati, effettuando meno di tre rialzi dei tassi, attraverso i salari potrebbe innescarsi una spirale inflazionistica avversa.

Se invece, come riteniamo, la Fed modificherà la sua politica al fine di contenere le crescenti pressioni inflazionistiche, il dollaro USA (USD) dovrebbe guadagnare terreno nel primo semestre del 2018. Un altro elemento favorevole per l’USD è rappresentato dalla divergenza delle politiche monetarie: con la chiusura del suo QE, in netto contrasto con le altre principali banche centrali, la Fed otterrà un modesto irripidimento della curva dei rendimenti USA.
I tassi d’interesse nominali più elevati, la curva dei rendimenti più ripida e il conseguente rafforzamento del biglietto verde dovrebbero impedire un marcato rialzo del prezzo dell’oro. Tuttavia, esistono altri fattori in gioco: i dubbi sulla capacità dei mercati azionari di continuare a realizzare performance brillanti hanno indotto gli investitori a ricercare coperture in vista di possibili correzioni. Pur ritenendo che l’inasprimento monetario della Fed proseguirà, giudichiamo contenuti i rischi al ribasso per le quotazioni dell’oro, dal momento che i tassi d’interesse reali si manterranno su livelli depressi con l’accelerazione dell’inflazione negli Stati Uniti. Tuttavia, uno shock causato per esempio da una correzione del mercato azionario potrebbe spingere verso l’alto i prezzi del metallo giallo. In definitiva, il prossimo anno non prevediamo grandi cambiamenti per i prezzi dell’oro. Nonostante il contesto di tassi d’interesse in aumento, gli investitori restano ottimisti sull’oro, perché a nostro avviso ora vedono nel metallo giallo più una polizza assicurativa dalle turbolenze geopolitiche che un investimento.

Valutazioni eccessive delle azioni

Sapersi orientare fra le valutazioni eccessive dei mercati sia azionari che obbligazionari, evitando le possibili trappole della bassa volatilità, sarà un obiettivo cruciale per gli investitori nel 2018. I margini delle aziende statunitensi risentiranno della stretta monetaria operata dalla Fed e della crescita dei salari. Il consolidamento del mercato del lavoro USA, che proseguirà nel 2018, dovrebbe accentuare sensibilmente le pressioni salariali e rafforzare la spinta inflazionistica legata al bisogno delle imprese di aumentare i prezzi nel tentativo di salvaguardare i margini. Di norma, in questa fase del ciclo economico, l’aumento del rapporto prezzo/utili rende i mercati molto più esposti a possibili correzioni, soprattutto negli Stati Uniti dove le valutazioni sono eccessive su basi sia assolute che relative. Continuiamo a individuare valore nelle azioni europee e dei mercati emergenti, dove la crescita economica appare più sostenibile il prossimo anno.

L’enigma dei mercati emergenti

Un’altra possibile conseguenza della stretta monetaria negli Stati Uniti deriva dall’impatto negativo sulla crescita economica dei mercati emergenti e in particolare della Cina. L’espansione delle economie emergenti potrebbe infatti essere minacciata da un aumento dei costi dell’indebitamento, dei costi dei fattori produttivi e della volatilità dei cambi, come pure da un potenziale assottigliamento dei ricavi dei produttori di materie prime, vulnerabili a un rialzo dell’USD nell’attuale fase di contrazione dell’offerta di materie prime.

etf un 2018 all insegna di elementi di rottura
La domanda dei paesi emergenti è cruciale anche per i mercati delle commodity, in quanto tali economie pesano per il 70% sulla domanda di metalli industriali. In quest’ambito, ci aspettiamo che un’eventuale debolezza dei prezzi delle materie prime venga ampiamente compensato da una robusta crescita della domanda, sempre grazie alla Cina. Benché persistano timori sull’aumento del debito, le autorità monetarie cinesi dimostrano una continua disponibilità a sostenere il sistema finanziario con stimoli per allentare le condizioni finanziarie. La ricerca di investimenti alternativi fuori dalle classi di attivi tradizionali ci porta a prevedere una sovraperformance delle commodity, che riceveranno un sostegno importante dalla crescita della spesa globale per infrastrutture. Le materie prime costituiscono un gruppo eterogeneo, tuttavia prevediamo che il miglior risultato del 2018 sarà appannaggio dei metalli industriali. Questo settore dovrebbe trarre i maggiori vantaggi dal miglioramento della crescita dei mercati emergenti; allo stesso tempo, riteniamo che l’offerta rimarrà insufficiente nel 2018 per via della persistente carenza di investimenti in infrastrutture per l’attività estrattiva.

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