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  Premi per ascoltare l'articolo! Le banche? Continuano a tenere le maglie del credito strette a danno soprattutto delle piccole e piccolissime imprese. E questo nonostante migliorino sul fronte degli NPL – i crediti inesigibili che le fanno finire sulla lista dei cattivi per l’impianto normativo di Basilea. E nonostante la qualità dei prestiti concessi alle imprese sia anche essa in aumento. Insomma, va tutto bene, eccetto l’impatto sull’economia reale. Un cortocircuito che i dati segnalano come un allarme rosso, e che prosegue inesorabile. Partiamo dai numeri e cerchiamo di tracciare un quadro il più possibile completo della situazione. Secondo l’ultimo report trimestrale dell’Ufficio Studi di Confartigianato, che risale a luglio e riporta i dati di maggio, “i prestiti alle piccole imprese segnano una “crescita zero” dopo sei anni e mezzo di trend negativo, con un persistente e profondo calo dei prestiti all’artigianato (-7,9% su base annua).” Ciò che colpisce maggiormente è che “la minore erogazione di credito a micro e piccole imprese si riscontra anche in condizioni di bassa rischiosità: a giugno 2017, tra le società sane, i prestiti erano saliti del 3% per le grandi imprese e dell’1,5% per le medie mentre ristagnava (0,3%) per le piccole e addirittura scendeva del 2,5% per le micro imprese.” Insomma, non importa che tu sia poco o molto rischiosa, se sei piccola le porte delle banche rimangono chiuse. La ragione sta in un’analisi di Bankitalia, che spiega come, in sostanza, le banche attribuiscano alle microimprese una rischiosità aggiuntiva a parità di condizioni di bilancio. In maniera del tutto arbitraria: infatti, sempre secondo Banca d’Italia, a fine 2017 una piccola impresa italiana registrava una quota di crediti deteriorati del 23,5% contro il 25,1% della media delle imprese, unitamente a una qualità migliore rispetto alla media in 14 regioni italiane, tra cui: Liguria con un delta del 9,3%, Molise a +6,5%, Sardegna (5,4%), Campania (4,8%) ed Emilia–Romagna (4,7%). C’è anche un altro dato che avrebbe dovuto favorire – almeno sulla carta – una maggiore erogazione di credito al nostro tessuto imprenditoriale: la diminuzione dei non performing loan. La rileva lo studio di PwC “Il mercato italiano degli NPL – What’s next..?!”, affermando che gli NPL nel 2017 delle banche italiane sono passati a 264 miliardi dai 324 di fine 2016. E diminuiranno ancora di 70 miliardi grazie alle dismissioni a tutto il 2018. Parliamo però ancora di 200 miliardi residui di incagli: una montagna. Non solo: c’è un’altra voce di bilancio, quella relativa agli Unlikely to Pay (ovvero le esposizioni creditizie per le quali la banca giudica improbabile il rimborso totale), passati da 117 a 94 miliardi, su cui i movimenti sono stati finora limitati e che rischia di essere fonte di “importanti misure di riorganizzazione industriale e di deleverage”, scrive PwC. Insomma alle PMI il credito bancario non arriva ma non dipende dalla loro qualità intrinseca e neppure dalla ripresa che non c’è, ma solo dai bilanci degli istituti che, per raggiungere la capitalizzazione richiesta, devono fare ancora una lunga strada. Allora non è un caso che formule alternative di credito crescano contestualmente: il mercato del P2P lending, secondo i dati di Crif e di P2P Lending Italia, ha visto le richieste di credito aumentare anno su anno del 74% e gli importi dell’85%. L’erogato da inception a giugno 2018 delle piattaforme italiane è di 768 milioni di Euro, per un mercato che quindi punta a superare il miliardo di erogato entro la fine dell’anno. Tutto a beneficio delle stesse PMI che dai canali tradizionali continuano a essere snobbate. Insomma, tanto c’è ancora da fare, ma la strada è segnata: nel futuro delle PMI ci sarà sempre meno banca e sempre più fonti alternative di credito.

Le banche? Continuano a tenere le maglie del credito strette a danno soprattutto delle piccole e piccolissime imprese. E questo nonostante migliorino sul fronte degli NPL – i crediti inesigibili che le fanno finire sulla lista dei cattivi per l’impianto normativo di Basilea.

E nonostante la qualità dei prestiti concessi alle imprese sia anche essa in aumento. Insomma, va tutto bene, eccetto l’impatto sull’economia reale. Un cortocircuito che i dati segnalano come un allarme rosso, e che prosegue inesorabile.

Partiamo dai numeri e cerchiamo di tracciare un quadro il più possibile completo della situazione. Secondo l’ultimo report trimestrale dell’Ufficio Studi di Confartigianato, che risale a luglio e riporta i dati di maggio, “i prestiti alle piccole imprese segnano una “crescita zero” dopo sei anni e mezzo di trend negativo, con un persistente e profondo calo dei prestiti all’artigianato (-7,9% su base annua).” Ciò che colpisce maggiormente è che “la minore erogazione di credito a micro e piccole imprese si riscontra anche in condizioni di bassa rischiosità: a giugno 2017, tra le società sane, i prestiti erano saliti del 3% per le grandi imprese e dell’1,5% per le medie mentre ristagnava (0,3%) per le piccole e addirittura scendeva del 2,5% per le micro imprese.” Insomma, non importa che tu sia poco o molto rischiosa, se sei piccola le porte delle banche rimangono chiuse.

La ragione sta in un’analisi di Bankitalia, che spiega come, in sostanza, le banche attribuiscano alle microimprese una rischiosità aggiuntiva a parità di condizioni di bilancio. In maniera del tutto arbitraria: infatti, sempre secondo Banca d’Italia, a fine 2017 una piccola impresa italiana registrava una quota di crediti deteriorati del 23,5% contro il 25,1% della media delle imprese, unitamente a una qualità migliore rispetto alla media in 14 regioni italiane, tra cui: Liguria con un delta del 9,3%, Molise a +6,5%, Sardegna (5,4%), Campania (4,8%) ed Emilia–Romagna (4,7%).

C’è anche un altro dato che avrebbe dovuto favorire – almeno sulla carta – una maggiore erogazione di credito al nostro tessuto imprenditoriale: la diminuzione dei non performing loan. La rileva lo studio di PwC “Il mercato italiano degli NPL – What’s next..?!”, affermando che gli NPL nel 2017 delle banche italiane sono passati a 264 miliardi dai 324 di fine 2016. E diminuiranno ancora di 70 miliardi grazie alle dismissioni a tutto il 2018. Parliamo però ancora di 200 miliardi residui di incagli: una montagna.

Non solo: c’è un’altra voce di bilancio, quella relativa agli Unlikely to Pay (ovvero le esposizioni creditizie per le quali la banca giudica improbabile il rimborso totale), passati da 117 a 94 miliardi, su cui i movimenti sono stati finora limitati e che rischia di essere fonte di “importanti misure di riorganizzazione industriale e di deleverage”, scrive PwC.

Insomma alle PMI il credito bancario non arriva ma non dipende dalla loro qualità intrinseca e neppure dalla ripresa che non c’è, ma solo dai bilanci degli istituti che, per raggiungere la capitalizzazione richiesta, devono fare ancora una lunga strada.

Allora non è un caso che formule alternative di credito crescano contestualmente: il mercato del P2P lending, secondo i dati di Crif e di P2P Lending Italia, ha visto le richieste di credito aumentare anno su anno del 74% e gli importi dell’85%. L’erogato da inception a giugno 2018 delle piattaforme italiane è di 768 milioni di Euro, per un mercato che quindi punta a superare il miliardo di erogato entro la fine dell’anno. Tutto a beneficio delle stesse PMI che dai canali tradizionali continuano a essere snobbate.

Insomma, tanto c’è ancora da fare, ma la strada è segnata: nel futuro delle PMI ci sarà sempre meno banca e sempre più fonti alternative di credito.

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