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  Premi per ascoltare l'articolo! Il settore bancario italiano ed il mercato NPE (“Non Performing Exposures”) hanno vissuto un triennio 2015-2018 di eccezionale evoluzione: Le transazioni NPL hanno raggiunto un volume di €190mld I volumi lordi di NPE sono scesi significativamente da €341mld ad €180mld (solo gli UtP da €127mld ad €79mld) L’NPE ratio è sceso dal 22% al 12% (dall’8% al 5% se riferito ai soli UtP) La copertura delle NPE è aumentata dal 45% al 54% (dal 27,6% al 36% per gli UtP*) Nove tra le più importanti banche italiane sono state oggetto di procedure di liquidazione o misure di bailout. Una potenziale nuova fase di consolidamento del settore bancario potrebbe avviarsi Le filiali bancarie sono diminuite significativamente, da 30.000 a 25.000 Nuovi operatori, le “challenger banks”, sono entrati nel mercato introducendo un innovativo modello di business con un impatto diretto anche sulla gestione degli UtP Il settore del servicing si è caratterizzato per un forte consolidamento, un incremento importante delle masse gestite (da €121mld ad €171mld le AuM dei primi 10 servicer da giugno ‘16 a giugno ‘18) e il recente ingresso nel mercato degli UtP Queste alcune evidenze contenute nell’edizione 2019 del report PwC “The Next Big Wave” sulle inadempienze probabili (UtP). Al 31 dicembre 2018 gli UtP sono scesi a €79mld di valore lordo (“GBV”) e €51mld di valore netto (“NBV”) rispetto ai volumi a fine 2017 (rispettivamente pari ad €94mld e €66mld). In termini di valore netto gli UtP hanno decisamente sorpassato le sofferenze che a fine 2018 ammontano ad €97mld (GBV) e €33mld (NBV). Come principale componente delle NPE sui bilanci delle banche italiane, gli UtP rappresenteranno quindi l’elemento chiave nei loro piani di “deleverage”. Le scelte strategiche delle banche rispetto agli UtP giocheranno un ruolo decisivo nel raggiungere le aspettative dei mercati finanziari e gli obiettivi fissati dai Regolatori. Sul versante dei mercati finanziari, la forte pressione continua a tenere basse le quotazioni delle banche italiane come evidenziato:1) dalla correlazione inversa tra la loro capitalizzazione di borsa e il livello di NPE ratio; 2) dalla performance delle banche quotate (FTSE Italia All Share Banks index) da Gennaio 2017 più basse del 20% della media del mercato (FTSE MIB index). Sul versante del Regolatori, le stringenti norme introdotte avranno un impatto massivo sia sulla gestione che sulla cessione degli UtP. La BCE richiederà minime soglie di copertura sugli stock di NPE (solo per le banche soggette alla sua diretta supervisione) a partire dal 2020. La Commissione Europea, attraverso il Calendar Provisioning, si aspetterà la copertura integrale delle NPE dopo 8/10 per i crediti garantiti e 4 anni per quelli non garantiti. L’EBA, mediante l’introduzione delle ultime linee guida sulla gestione delle NPE, definirà standard operativi e di governance più stringenti e di fatto potrebbe generare un’accelerazione dei loro processi di vendita. Da non sottovalutare infine l’applicazione del principio contabile IFRS9 che ha introdotto i principi di “early warning” (allerta preventiva) e “forward looking” (che guarda al futuro) alla base della svalutazione dei crediti problematici, di fatto generando un incremento degli accantonamenti delle NPE. Alessandro Biondi, Co-Head of NPL di PwC commenta: “Gli UtP, più che un asset class indipendente, rappresentano uno stato temporaneo del debitore. Questo si traduce per le banche italiane in una maggiore difficoltà nel classificare e segmentare i propri portafogli UtP. Le banche infatti dovranno necessariamente riconciliare un approccio “single name”, cioè basato sulla specificità del singolo debitore UtP con un approccio di “cluster” (poche posizioni UtP accomunate da caratteristiche comuni) e di portafoglio, se vorranno definire e individuare perimetri di UtP da gestire proattivamente o da cedere sul mercato”. È un dato di fatto che il mercato degli UtP sia ancora agli albori. Da un lato, le vendite di portafogli UtP completate nel 2018, escluse quelle realizzate nel contesto di salvataggi di istituti in amministrazione straordinaria, sono state limitate come numero di transazioni e come volumi: le prime sei operazioni per volume chiuse nel 2018 non superano i €3mld di GBV, marginali rispetto agli €80mld di transazioni di sofferenze nello stesso anno. D’altro lato, questi limitati portafogli passati di mano, non sono rappresentativi degli UtP ancora nei libri delle banche, essendo quasi esclusivamente garantiti da asset immobiliari e “quasi” sofferenze in termini di rischio sottostante e deterioramento del credito. Nel 2019 nuovi portafogli UtP si affacciano sul mercato e le transazioni annunciate si caratterizzano, rispetto allo scorso anno, sia per volumi lordi maggiori che per la presenza di crediti con sottostante industriale: si vedano a titolo esemplificativo le iniziative di operazioni di cessione/servicing annunciate da Intesa Sanpaolo e Unicredit in relazione a due portafogli UtP rispettivamente pari ad €10mld e €3mld di GBV. Gli UtP rappresentano un asset class complessa e variegata – rispetto al mercato maturo delle sofferenze – anche per gli investitori. Una gestione efficace degli UtP, volta a riportare il debitore in bonis richiederà infatti forti e specifiche competenze tecniche oltreché capacità finanziarie per (ri)finanziare il debitore stesso. La gestione degli UtP comporterà infatti non solo conoscenza del settore economico e del mercato di riferimento del debitore, solide competenze di ristrutturazione e turnaround e conoscenze legali, ma anche la capacità di provvedere al (ri)finanziamento del credito. In un mercato in crescita ed evoluzione, l’emissione di nuova finanza, necessaria per accompagnare il debitore UtP nel percorso virtuoso verso lo status di debitore in bonis, potrebbe realizzarsi mediante diverse strutture alternative: dalle forme più tradizionali di finanziamento diretto (da parte dell’investitore solo o in partnership con la banca originator dell’UtP), alle soluzioni più innovative e strutturate quali ad esempio il ricorso a fondi di ristrutturazione e cartolarizzazioni. Pier Paolo Masenza, Financial Services Leader di PwC commenta: “Un ruolo cruciale nell’affrontare il problema degli UtP sarà assunto dalle cosiddette challenger banks e dai NPL servicer. I primi, combinando insieme capacità di ristrutturazione, capacità finanziarie e strategie di recupero flessibili, tecnologiche e specializzate, potranno configurarsi come i partner ideali delle banche tradizionali nei loro piani di deleverage. I secondi, attraverso i loro consolidati modelli di business, economie di scala e la conversione in corso da un approccio massivo del credito su logiche di portafogli granulari ad uno “sartoriale” definito sulla base delle caratteristiche dello specifico credito, potrebbero diventare un partner esterno fondamentale per le banche tradizionali nel guidare i processi di ristrutturazione degli UtP di queste ultime.”

Il settore bancario italiano ed il mercato NPE (“Non Performing Exposures”) hanno vissuto un triennio 2015-2018 di eccezionale evoluzione:

  • Le transazioni NPL hanno raggiunto un volume di €190mld
  • I volumi lordi di NPE sono scesi significativamente da €341mld ad €180mld (solo gli UtP da €127mld ad €79mld)
  • L’NPE ratio è sceso dal 22% al 12% (dall’8% al 5% se riferito ai soli UtP)
  • La copertura delle NPE è aumentata dal 45% al 54% (dal 27,6% al 36% per gli UtP*)
  • Nove tra le più importanti banche italiane sono state oggetto di procedure di liquidazione o misure di bailout. Una potenziale nuova fase di consolidamento del settore bancario potrebbe avviarsi
  • Le filiali bancarie sono diminuite significativamente, da 30.000 a 25.000
  • Nuovi operatori, le “challenger banks”, sono entrati nel mercato introducendo un innovativo modello di business con un impatto diretto anche sulla gestione degli UtP
  • Il settore del servicing si è caratterizzato per un forte consolidamento, un incremento importante delle masse gestite (da €121mld ad €171mld le AuM dei primi 10 servicer da giugno ‘16 a giugno ‘18) e il recente ingresso nel mercato degli UtP

Queste alcune evidenze contenute nell’edizione 2019 del report PwC “The Next Big Wave” sulle inadempienze probabili (UtP).

Al 31 dicembre 2018 gli UtP sono scesi a €79mld di valore lordo (“GBV”) e €51mld di valore netto (“NBV”) rispetto ai volumi a fine 2017 (rispettivamente pari ad €94mld e €66mld). In termini di valore netto gli UtP hanno decisamente sorpassato le sofferenze che a fine 2018 ammontano ad €97mld (GBV) e €33mld (NBV).

Come principale componente delle NPE sui bilanci delle banche italiane, gli UtP rappresenteranno quindi l’elemento chiave nei loro piani di “deleverage”. Le scelte strategiche delle banche rispetto agli UtP giocheranno un ruolo decisivo nel raggiungere le aspettative dei mercati finanziari e gli obiettivi fissati dai Regolatori.

Sul versante dei mercati finanziari, la forte pressione continua a tenere basse le quotazioni delle banche italiane come evidenziato:
1) dalla correlazione inversa tra la loro capitalizzazione di borsa e il livello di NPE ratio;
2) dalla performance delle banche quotate (FTSE Italia All Share Banks index) da Gennaio 2017 più basse del 20% della media del mercato (FTSE MIB index).

Sul versante del Regolatori, le stringenti norme introdotte avranno un impatto massivo sia sulla gestione che sulla cessione degli UtP. La BCE richiederà minime soglie di copertura sugli stock di NPE (solo per le banche soggette alla sua diretta supervisione) a partire dal 2020. La Commissione Europea, attraverso il Calendar Provisioning, si aspetterà la copertura integrale delle NPE dopo 8/10 per i crediti garantiti e 4 anni per quelli non garantiti. L’EBA, mediante l’introduzione delle ultime linee guida sulla gestione delle NPE, definirà standard operativi e di governance più stringenti e di fatto potrebbe generare un’accelerazione dei loro processi di vendita. Da non sottovalutare infine l’applicazione del principio contabile IFRS9 che ha introdotto i principi di “early warning” (allerta preventiva) e “forward looking” (che guarda al futuro) alla base della svalutazione dei crediti problematici, di fatto generando un incremento degli accantonamenti delle NPE.

Alessandro Biondi, Co-Head of NPL di PwC commenta: “Gli UtP, più che un asset class indipendente, rappresentano uno stato temporaneo del debitore. Questo si traduce per le banche italiane in una maggiore difficoltà nel classificare e segmentare i propri portafogli UtP. Le banche infatti dovranno necessariamente riconciliare un approccio “single name”, cioè basato sulla specificità del singolo debitore UtP con un approccio di “cluster” (poche posizioni UtP accomunate da caratteristiche comuni) e di portafoglio, se vorranno definire e individuare perimetri di UtP da gestire proattivamente o da cedere sul mercato”.

È un dato di fatto che il mercato degli UtP sia ancora agli albori. Da un lato, le vendite di portafogli UtP completate nel 2018, escluse quelle realizzate nel contesto di salvataggi di istituti in amministrazione straordinaria, sono state limitate come numero di transazioni e come volumi: le prime sei operazioni per volume chiuse nel 2018 non superano i €3mld di GBV, marginali rispetto agli €80mld di transazioni di sofferenze nello stesso anno. D’altro lato, questi limitati portafogli passati di mano, non sono rappresentativi degli UtP ancora nei libri delle banche, essendo quasi esclusivamente garantiti da asset immobiliari e “quasi” sofferenze in termini di rischio sottostante e deterioramento del credito.

Nel 2019 nuovi portafogli UtP si affacciano sul mercato e le transazioni annunciate si caratterizzano, rispetto allo scorso anno, sia per volumi lordi maggiori che per la presenza di crediti con sottostante industriale: si vedano a titolo esemplificativo le iniziative di operazioni di cessione/servicing annunciate da Intesa Sanpaolo e Unicredit in relazione a due portafogli UtP rispettivamente pari ad €10mld e €3mld di GBV.

Gli UtP rappresentano un asset class complessa e variegata – rispetto al mercato maturo delle sofferenze – anche per gli investitori. Una gestione efficace degli UtP, volta a riportare il debitore in bonis richiederà infatti forti e specifiche competenze tecniche oltreché capacità finanziarie per (ri)finanziare il debitore stesso.

La gestione degli UtP comporterà infatti non solo conoscenza del settore economico e del mercato di riferimento del debitore, solide competenze di ristrutturazione e turnaround e conoscenze legali, ma anche la capacità di provvedere al (ri)finanziamento del credito. In un mercato in crescita ed evoluzione, l’emissione di nuova finanza, necessaria per accompagnare il debitore UtP nel percorso virtuoso verso lo status di debitore in bonis, potrebbe realizzarsi mediante diverse strutture alternative: dalle forme più tradizionali di finanziamento diretto (da parte dell’investitore solo o in partnership con la banca originator dell’UtP), alle soluzioni più innovative e strutturate quali ad esempio il ricorso a fondi di ristrutturazione e cartolarizzazioni.

Pier Paolo Masenza, Financial Services Leader di PwC commenta: “Un ruolo cruciale nell’affrontare il problema degli UtP sarà assunto dalle cosiddette challenger banks e dai NPL servicer. I primi, combinando insieme capacità di ristrutturazione, capacità finanziarie e strategie di recupero flessibili, tecnologiche e specializzate, potranno configurarsi come i partner ideali delle banche tradizionali nei loro piani di deleverage. I secondi, attraverso i loro consolidati modelli di business, economie di scala e la conversione in corso da un approccio massivo del credito su logiche di portafogli granulari ad uno “sartoriale” definito sulla base delle caratteristiche dello specifico credito, potrebbero diventare un partner esterno fondamentale per le banche tradizionali nel guidare i processi di ristrutturazione degli UtP di queste ultime.”

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