Il greggio di Teheran ritorna sui mercati

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Finite le sanzioni, l’Iran produrrà 3,6 milioni di barili entro sei mesi, per superare i 4 in un anno e toccare i 5,5 in 5 anni. Ma aprirà le porte a molte merci e tecnologie straniere

La prospettiva del ritorno sul mercato del greggio iraniano non è esattamente quello che ci voleva in questo difficile momento. Ma la fine di un lunghissimo periodo di sanzioni ed embarghi, scattata il 16 gennaio, riporta all’orizzonte insieme all’enorme potenziale petrolifero anche la fame di merci e tecnologie straniere, di cui il paese ha dovuto fare a meno per una trentina d’anni.

Naturalmente, il primo obiettivo di Teheran è tornare a esportare petrolio, anche se gli attuali livelli dei prezzi non potranno ridare fiato alle asfittiche finanze iraniane.
Nel 1979, alla vigilia della rivoluzione khomeinista, Teheran era arrivata a estrarre 6 milioni di barili al giorno, di cui solo 500 mila destinati al consumo interno. Poi la rivoluzione, la guerra con l’Iraq, le sanzioni e l’isolamento internazionale hanno affossato la produzione, che nel 2011 è scesa a 2,6 milioni di barili e nel 2015 si è ancora ulteriormente dimezzata, toccando 1,4 milioni di barili al giorno.

Ora il governo punta a produrre 3,6 milioni di barili entro sei mesi, superare i 4 in un anno e toccare i 5,5 in 5 anni. E la prospettiva di questo “ritorno” sui mercati ha pesato nella drammatica discesa delle quotazioni del greggio delle ultime settimane.
Eppure l’operazione iraniana non è una passeggiata. Il paese possiede immensi giacimenti, i secondi al mondo dopo quelli dell’Arabia Saudita, che contengono l’11,4% delle riserve mondiali provate, pari a quasi 140 miliardi di barili, ma in questi 30 anni di sanzioni ed embarghi Teheran non si è potuta dotare delle tecnologie necessarie per sfruttare adeguatamente i suoi siti di estrazione, con know how fermi praticamente ai tempi dello Scia’.
Da tempo il governo iraniano sta negoziando con società petrolifere e fornitrici di servizi oil e gas, accordi per rimodernare impianti e reti e per far ripartire i giacimenti.

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Ma le tecnologie per il petrolio non rappresentano l’unico bene di cui ha fame Teheran. Il paese ha bisogno di rinnovare il parco automobilistico, molto vecchio, stimato sopra i 2 milioni di immatricolazioni all’anno.
Le sanzioni hanno poi vietato all’Iran di acquistare aerei occidentali fin dagli anni ’70, e per svecchiare la flotta aerea antiquata e di scarsa qualità il governo intende acquistare 400 aerei. Lo stesso vale per i treni e le ferrovie, con costruttori inglesi e francesi già alla porta per l’ampliamento e il rinnovo della rete.

Per quanto riguarda l’Italia, infine, secondo un recente studio della Sace la fine delle sanzioni a Teheran potrebbe portare a un incremento del nostro export nel Paese di quasi 3 miliardi di euro nel quadriennio 2015-2018, con le migliori opportunità nei comparti della meccanica strumentale, dell’oil and gas e dei trasporti.

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