Così la Cina punta a diventare leader anche sul clima

François Perrin -

La Cina lancerà entro fine 2017 il primo mercato nazionale delle emissioni.

Facendo leva sulle esperienze derivanti dallo sviluppo sin dal 2013 dei programmi domestici regionali sugli schemi per lo scambio di certificati di emissione (ETS), e dall’esperienza europea negli ETS, la Commissione nazionale cinese per le riforme e lo sviluppo (NDRC) rimarrà probabilmente il catalizzatore principale dei prezzi delle emissioni durante la fase iniziale.

Il mercato delle emissioni offrirà uno spazio interessante per l’innovazione finanziaria? Gli interessi particolari dei grandi emittenti potranno impattare il prezzo del carbone e mantenere i prezzi a livelli bassi? La sfida relativa al successo di questa imponente iniziativa è alta e permetterebbe al Paese di diventare leader globale sul clima.

Negli ultimi anni, infatti, il cambiamento climatico ha scalato l’agenda politica ed economica della Cina. A giugno 2015, il governo si è impegnato in materia prima della 21esima Conferenza delle Parti (COP21) che ha portato agli Accordi di Parigi nel dicembre dello stesso anno. La promessa della Cina confermava target di riduzione dell’intensità delle emissioni del 40-45% (emissioni/Pil) entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005, portando il target di riduzione al 60-65% entro il 2030, data in cui il governo si aspetta che le emissioni raggiungano il picco. Il Paese sta anche considerando l’imposizione di una tassa sulle emissioni a partire dal 2020, ma inizialmente sfrutterà l’esperienza maturata con l’istituzione di ETS regionali a partire dal 2013. Il lancio del mercato nazionale e di ETS pilota è atteso entro la fine del 2017. È tempo di fare un passo indietro e valutare le opportunità offerte dalla possibilità di prezzare le emissioni nel paese più inquinante al mondo.

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Già 20 anni fa, il Protocollo di Kyoto aveva introdotto i mercati delle emissioni come una piattaforma istituzionale e legale per dare un prezzo alle emissioni. Da allora sono stati sviluppati più di 40 ETS in tutto il mondo, con quello europeo fino ad oggi il più grande al mondo in termini di volume e numero di transazioni.

In un sistema di allocazione dei permessi così controllato e con un mercato energetico non ancora liberalizzato come quello cinese, il prezzo delle emissioni potrebbe entrare in vigore a partire dal 2020. È importante rendersi conto che in questo processo, il prezzo sarà fortemente guidato dalla Commisione nazionale cinese per le riforme e lo sviluppo (NDRC). Allo stesso tempo, l’interesse particolare che domina le strategie dei più grandi emittenti industriali metterà molto probabilmente una pressione al ribasso sui prezzi.

Lo sviluppo degli ETS, inoltre, potrebbe supportare anche l’innovazione finanziaria. Lo Shenzhen Carbon Exchange (CEEX) ha sottolineato durante un incontro recente come lo sviluppo dei carbon bonds, di prodotti finanziari carbon-linked (interbank dealers), di certificati “verdi” di deposito strutturati o contratti di garanzia sulle emissioni possano rappresentare innovazioni potenzialmente promettenti della finanza green.

Allo stesso tempo però, il rischio normativo per le società cinesi è in aumento. Tuttavia, grazie al solido sostegno del governo e al piano da 1,5 trilioni di dollari di investimenti nelle industrie della protezione ambientale, incluso nel 13esimo Piano Quinquennale con la metà dei quali destinati a iniziati legate all’aria e all’ambiente, le prospettive per le società pronte a beneficiare del passaggio della Cina verso un’economia minor consumo sono buone. La fornitura di energia e la trasformazione del mix energetico, le energie alternative, i trasporti ecologici e l’efficienza energetica rappresentano tutte opportunità di investimento interessanti, che attualmente scambiano a un multiplo PEG (price earning to growth) pari a 0.8 volte.

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François Perrin – gestore del fondo China Environmental – East Capital

 

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