Brexit, Theresa May cambia strategia per dissipare l’incertezza

Richard Flax -

Theresa May ha giocato la sua carta per tentare di riallacciare un rapporto iniziato con il piede sbagliato. Il primo ministro britannico, durante un discorso a Firenze, ha proposto all’Unione Europea un periodo transitorio di due anni (fino al 2020) in cui il Regno Unito continuerà a sottostare a regole e obblighi dell’Unione Europea, compresa la libera circolazione dei lavoratori. Durante questo periodo la Gran Bretagna continuerà a far parte del mercato unico europeo.

Aspettando di vedere se questa mossa aiuterà ad aprire una nuova fase nella storia della Brexit, ciò che è plausibile è che il dissiparsi dell’incertezza e la dinamica dei tassi diano sostegno alla Sterlina.

Durante la fase transitoria Londra onorerà anche i suoi obblighi finanziari con l’Unione. Theresa May non ha voluto indicare una cifra precisa (poiché scendere in questi dettagli non sarebbe una mossa conveniente da un punto di vista negoziale), ma ha fatto capire abbastanza chiaramente che nessuno dei membri dell’Unione Europea dovrà sopportare spese superiori a quanto previsto nel breve periodo.

Il cambio di rotta di Theresa May

La mossa di Theresa May rappresenta una chiara marcia indietro rispetto alla posizione espressa in campagna elettorale sulla Brexit. Il suo spazio di manovra è diventato molto angusto dopo che la scorsa settimana il negoziatore della commissione Michel Barnier ha voluto fissare al 18 ottobre 2018 la scadenza ultima per il definitivo divorzio, una mossa studiata ad arte per aumentare la pressione sul governo di Theresa May. Il negoziatore aveva rimarcato la perentorietà della posizione dell’Unione con una citazione di Machiavelli: “Non ci sono difficoltà dove c’è una grande volontà.”

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Le questioni che avevano messo in stallo le trattative erano principalmente tre: il cosiddetto “Brexit bill”, ovvero l’accordo sui contributi pendenti al bilancio comunitario che sarebbero dovuti all’Unione Europea dal Regno Unito. C’è poi da chiarire la situazione dei diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito, oltre alla complessa questione del confine che divide la Repubblica di Irlanda dall’Irlanda del Nord. La May, con il suo discorso, ha voluto lanciare un segnale proprio su questi temi scottanti.

La Commissione ha infatti posto la soluzione di queste tre questioni come condizione necessaria anche solo per sedersi al tavolo della trattativa per definire un accordo commerciale e delineare le relazioni future tra le due controparti. Il governo May sperava di utilizzare queste questioni come pedina di scambio per spuntare un accordo migliore, ma trovandosi di fronte la porta chiusa da parte dei negoziatori europei, si è accorto di non avere le spalle abbastanza larghe per sopportare lo stallo.

Da qui il cambio di approccio di Theresa May, che ha scontentato più di un membro del suo gabinetto, nonostante gli attestati pubblici di supporto. Dopo una campagna elettorale deludente e dopo che il voto popolare non ha confermato la maggioranza dei Tories, sono gradualmente scomparsi gli slogan più duri come “Brexit means Brexit” (Brexit vuol dire Brexit) e “No deal is better than a bad deal” (Non avere nessun accordo è meglio che avere un cattivo accordo).

Una congiuntura economico finanziaria complessa

Evidentemente non tutti oltremanica la vedevano allo stesso modo, e così il peggioramento dei dati economici, che si è acuito negli ultimi mesi, non ha fatto altro che aumentare la pressione su 10 Downing Street verso una rivisitazione della propria posizione negoziale.

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La Banca d’Inghilterra ha pubblicato la scorsa settimana un report in cui si evidenzia molto chiaramente come un crescente numero di imprese, sia di grandi che di piccole dimensioni, stia rimandando le proprie decisioni di investimento per via della Brexit (nei casi in cui non sia già prevista la destinazione degli investimenti in altre direzioni).

Il contesto economico resta molto delicato: l’inflazione crescente sostenuta da una Sterlina che resta debole rispetto al valore storico obbligherà la Banca d’Inghilterra ad interrompere lo stimolo monetario nei prossimi mesi. La crescita però va a rilento – secondo l’Ocse il Regno Unito sarà nel 2018 il Paese che crescerà di meno tra i membri del G7 – e i salari non tengono il passo dei prezzi.

Aspettando di vedere se la mossa della May aiuterà, come probabile, ad aprire una nuova fase nella storia della Brexit, ciò che è plausibile è che il dissiparsi dell’incertezza e la dinamica dei tassi potrebbero dare sostegno alla Sterlina.


Richard Flax – Chief investment Officer – Moneyfarm

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