Il prezzo del petrolio non si è trasmesso a pieno nelle aspettative europee

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L’inizio del 2019 ha portato diverse novità che hanno contribuito ad una sostanziale variazione di scenario. i dati macro hanno mostrato una crescita meno forte del previsto e di conseguenza anche le stime sono state ridimensionate.

Ciò ha comportato una riconsiderazione delle attuali politiche da parte delle banche centrali. Draghi, durante il meeting del 24 gennaio ha confermato “near term growth momentum weaker than anticipated….risks to downside” e conseguentemente “significant stimulus still needed to sustain inflation”. Dall’altra parte dell’oceano Powell durante il meeting del 30 gennaio nel quale ha lasciato i tassi invariati è passato da “further gradual increase” a “the Committee will be patient” e “the Fed can best support the market being patient”. Questo quasi dietro front istituzionale potrebbe avere due ragioni. La prima relativa alla crescita economica che oggettivamente sta rallentando e quindi non necessita di ulteriori “freni” la seconda è di tipo psicologico. Le parole dei governatori centrali hanno di fatto rassicurato gli investitori sul fatto che non saranno lasciati alle libere fluttuazioni del mercato ma ci sarà sempre un’autorità centrale pronta ad attutire eventuali eccessi.

Cosa può derivare dal nuovo scenario in cui i tassi potrebbero rimanere a questi livelli più a lungo?

In USA tassi meno alti delle attese sfavoriscono ovviamente il dollaro che vs. euro potrebbe indebolirsi, saranno favorite invece le obbligazioni in termini di rendimento e i listini US. Inoltre, rialzi più contenuti uniti ad una disoccupazione ai minimi ed una crescita dei salari sui massimi potrebbe favorire l’inflazione e quindi i titoli inflation-linked.

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Guardando alla curva americana, il cambiamento di comunicazione della Fed unita alla ripresa del prezzo del petrolio e ai dati sul mercato del lavoro hanno guidato al rialzo i Break-Even dei TIPS, specialmente nella parte breve della curva.

La forte ripresa vista nei TIPS, non si è invece ancora verificata oltreoceano nei linkers Europei, nonostante l’inflazione core abbia dato segnali di vita (a gennaio 1.1%, modesto 0.1% sopra le attese) e le aspettative d’inflazione siano rimbalzate ad inizio anno. I linkers europei, sono stati in effetti particolarmente sotto pressione negli ultimi 3 mesi, con le aspettative d’inflazione di lungo termine che si sono sempre più discostate dall’obiettivo della BCE del 2%.

Inoltre, è importante notare che l’aumento del prezzo del petrolio non sembra essersi trasmesso a pieno nelle aspettative d’inflazione europee.

Pertanto, nonostante le prospettive d’inflazione in Europa rimangano sfidanti, considerato il rallentamento della crescita visto in Italia e i preoccupanti segnali dati dal settore industriale tedesco (-7% ordini a dicembre), con le aspettative ai minimi questa congiuntura potrebbe risultare un buon punto di entrata nel segmento dei titoli inflation-linked europei. In altri termini, i rischi al rialzo delle aspettative d’inflazione sembrano essere maggiori di un ulteriore ribasso. In quest’ottica, segnaliamo come opportunità di relative value i Linkers legati all’inflazione francese (già segnalati nell’ultima nota) e, in vista delle elezioni europee, i BTP legati all’inflazione italiana, i quali potrebbero beneficiare in termini relativi (rispetto ai BTP nominali) di un aumento dell’avversione al rischio Italia.

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