Azionario, ecco perché è arrivato il momento di rivalutare il Giappone

Norman Villamin -

Lo scetticismo degli investitori nei confronti del Giappone, con il suo ritorno composto annuale dell’1% degli ultimi 30 anni, è comprensibile.

E sebbene periodicamente sia emerse il tema delle valutazioni, queste motivazioni sono state spesso respinte considerata la crescita degli utili e della redditività insoddisfacente da parte delle società nipponiche.

Tuttavia, a partire dalle riforme del Primo Ministro Abe, iniziate nel 2013, le società giapponesi vedono una crescita degli utili dell’11% all’anno, cioè un ritmo doppio rispetto a quella registrata in Europa. Lo stesso vale per i ROE (return on equity), che sono passati dalla crescita a una cifra degli anni ’90 al 10% attuale, al pari di quelli dell’Europa continentale.

Con le società giapponesi che hanno ridotto il gap di performance rispetto alle loro controparti europee, gli investitori possono usare la loro esperienza sul mercato della moneta unica per muoversi in quello nipponico. Con gli utili aziendali in aumento e la crescita dei dividendi e dei payout ratio, le strategie focalizzate sui dividenti possono realizzare ritorni interessanti in Giappone, proprio come hanno fatto in Europa negli ultimi due decenni. Come in quel caso infatti, con l’economia nipponica che trasforma la stock selection attiva fra le small e mid cap, localizzare nuove nicchie di mercato può portare a ritorni anche in un contesto economico a bassa crescita come quella vista in Europa a partire dal 2000.

Con società orientate al ritorno e policy maker focalizzati sulle riforme, ed essendo un centro dell’automazione e della robotica a livello globale, il Giappone è un’opportunità che dovrebbe tornare sul radar degli investitori internazionali dopo quasi tre decenni.

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Norman Villamin – CIO Private Banking e Head of Asset Allocation – Union Bancaire Privée (UBP)

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