In fumo l’effetto positivo dell’attacco alle raffinerie saudite

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Il WTI (così anche il Brent) sembra aver completamente dimenticato l’effetto dell’attacco agli impianti di Aramco. Eppure, l’impatto dell’attentato aveva generato un vuoto di offerta di oltre 5 milioni di barili al giorno* solo una decina di giorni fa, oltre il 5%* della produzione mondiale.

Come è possibile che un tale impatto sia già del tutto stato dimenticato? Sicuramente Riad ha saputo reagire con prontezza assicurando da subito sulla sua capacità di mantenere inalterate le esportazioni verso i principali clienti e rassicurando sui tempi di ripristino della produzione. Di qualche giorno fa infatti le ultime dichiarazioni dei vertici di Aramco, secondo cui la capacità di produzione avrebbe già raggiunto 11,3 milioni di barili al giorno*, su un totale di 12 milioni* che i sauditi puntano a ripristinare entro novembre.

Probabilmente però c’è molto di più dietro il ribasso del prezzo del petrolio. L’oro nero infatti sta scontando le incertezze sulla crescita globale. Tensioni che ben si evincono dalle dinamiche della domanda e dell’offerta. Secondo l’OPEC, la domanda mondiale di petrolio nel 2019 dovrebbe crescere di 1,02 mb/d* a 99,84 mb/d*, quantità inferiore di 0,27 mb/d* rispetto alle proiezioni d’inizio anno. Persino l’India, il Paese che trainava maggiormente la crescita, vede ridimensionare di 0,05 mb/d* la domanda a 4,88 mb/d*. Dal lato dell’offerta invece la produzione è in crescita, spinta come sempre soprattutto dagli USA. La settimana scorsa infatti è stato ritoccato il massimo di 12,5 mb/d*. Il tutto incurante del forte calo YTD dei pozzi petroliferi in Nord America, (-14% a 978). Difficile però capire se e quando questa dicotomia tra produzione in aumento e calo dei rigs possa portare ad una riduzione dell’offerta USA. Intanto però, per i prossimi trimestri, si stima un eccesso di offerta e forse solo un intervento dell’OPEC potrebbe riequilibrare il mercato.

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