Produttività, competenze e collaborazione pubblico-privata: l’Italia è veramente pronta a governare l’AI?
A firma di Roberto Ruggeri, founder del movimento Sud Innovation e del Summit— 
L’adozione diffusa dell’AI generativa promette di aumentare la produttività italiana fino al 18,2% nei prossimi 15 anni, generando un valore aggiunto annuo di oltre 300 miliardi di euro. Un impatto che potrebbe tradursi in 5,7 miliardi di ore di lavoro lavorate, che da sole potrebbero contribuire per circa 122 miliardi di euro di nuova ricchezza[1] e in una nuova spinta per il Made in Italy, in particolare per le piccole e medie imprese che da sole rappresentano il 90% del tessuto produttivo nazionale. Eppure, mentre i numeri promettono una rivoluzione, la realtà racconta ancora un’Italia a due velocità: da un lato aziende che sperimentano e crescono, dall’altro un vuoto di competenze e di visione strategica che rischia di trasformare l’opportunità in miraggio.
Il report realizzato da Minsait Italia in collaborazione con The European House – Ambrosetti
I dati parlano chiaro. Secondo il report realizzato da Minsait Italia in collaborazione con The European House – Ambrosetti[2], le aziende coinvolte nell’indagine, ovvero grandi imprese italiane con oltre 249 addetti e una prevalenza del settore manifatturiero, servizi e sanità registrano un aumento medio della produttività del 3,2%, con aspettative di crescita future pari al +4,3%.
Il Digital Economy and Society Index
Tuttavia, il 70% delle grandi imprese italiane dichiara di non disporre di un piano strategico strutturato e oltre la metà delle aziende destina meno del 5% del budget digitale allo sviluppo dell’AI[3]. Non solo. Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) 2024[4], soltanto il 27% della forza lavoro possiede competenze digitali avanzate, a fronte di una domanda che supera il 44% delle posizioni aperte. Il risultato è un disallineamento strutturale tra mercato del lavoro e formazione, con oltre quattro milioni di lavoratori a rischio di obsolescenza professionale. Anche l’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2024[5] conferma tale scenario: meno della metà (46%) degli individui in età lavorativa possiede competenze digitali di base, e solo il 22% arriva a un livello avanzato.
Governare la tecnologia con responsabilità e visione
Come può quindi l’intelligenza artificiale diventare un motore di sviluppo per l’Italia, senza ridurre l’uomo a un ingranaggio della macchina, ma potenziandone la creatività e il pensiero critico? La vera sfida oggi, infatti, non è come usare l’IA, bensì come governarla, evitando la pigrizia mentale di delegare. Governare la tecnologia con responsabilità e visione significa comprenderne i limiti e valorizzarne le potenzialità. Come ricorda il filosofo Luciano Floridi, non serve che l’AI diventi cosciente per essere pericolosa: basta che sia persuasiva e veloce; il rischio non è la macchina intelligente, ma l’uomo che smette di pensare.
In questa prospettiva, l’approccio human-in-the-loop, che integra l’intervento umano nei processi automatizzati, diventa essenziale per garantire efficienza, responsabilità e valore aggiunto. Un modello di questo tipo consentirebbe all’AI di velocizzare le attività più ripetitive, liberando tempo e risorse per la creatività e la pianificazione strategica. Altrimenti il rischio è chiaro: trasformare il lavoratore in un ingranaggio della macchina, invece di liberarlo per attività a maggior valore aggiunto.
E nel momento in cui le imprese italiane sperimentano l’impatto concreto di questa tecnologia, con produttività in crescita e nuovi scenari di business, il Paese si trova davanti a un bivio. Da un lato, la promessa di un’economia più produttiva, efficiente e innovativa; dall’altro, il rischio di un divario di competenze digitali e una scarsa collaborazione pubblico-privata che amplifica le disuguaglianze e frena la competitività. Ed è proprio da questa consapevolezza che deve partire la nuova strategia italiana per un futuro in cui innovazione e capitale umano camminano insieme.
Serve una governance dell’innovazione
Eppure in Italia, la questione dell’intelligenza artificiale non è soltanto tecnologica, ma anche culturale. Finora abbiamo adottato un approccio emergenziale: si sperimenta, si investe, ma raramente si misura l’impatto. Serve invece una governance dell’innovazione capace di unire imprese, università e pubblica amministrazione intorno a un obiettivo comune: trasformare la ricerca in valore economico e sociale. Una strategia nazionale sull’AI non può limitarsi a finanziare progetti pilota: deve creare le condizioni per cui le imprese – grandi e piccole – possano integrare queste tecnologie in modo strutturale, con competenze diffuse e regole chiare. È su questo terreno che si gioca la vera competitività del Paese.
In questo scenario, il Mezzogiorno entra in gioco non come eccezione, ma come laboratorio di possibilità. Pur partendo da condizioni economiche e infrastrutturali più fragili, il Sud Italia sta sperimentando forme di innovazione che uniscono università, startup e imprese locali in reti collaborative capaci di generare valore.
Il Rapporto Sud Innovation 2025 – Attrattività e Competitività del Mezzogiorno
Il Rapporto Sud Innovation 2025 – Attrattività e Competitività del Mezzogiorno, nato all’interno di Sud Innovation APS e sviluppato con il coinvolgimento di un Comitato Tecnico-Scientifico di alto profilo, che misura l’attrattività, innovazione e crescita economica del Mezzogiorno, adottando strumenti comparativi, rigore scientifico e una chiara finalità d’impatto strategico, fotografa un ecosistema in fermento: Puglia e Campania concentrano il 60% delle operazioni di venture capital del Sud, mentre la Sicilia emerge per startup DeepTech in Space Economy e Bioingegneria. Un luogo ideale dove la rete di startup, centri di ricerca e fondi di private equity dedicati all’innovazione sta già creando le condizioni per una crescita sostenibile.
Ma perché questo accada su scala nazionale, serve un cambio di paradigma, un piano di sviluppo centrato sui giovani talenti, sul potenziamento delle competenze digitali e su una collaborazione più stretta tra pubblico e privato. Solo una sinergia concreta tra Università, imprese e Pubblica Amministrazione potrà generare un ecosistema dinamico, capace di promuovere la formazione continua e valorizzare i territori.
Ed è proprio in questa direzione che il Rapporto Sud Innovation 2025 mette in luce l’emergere di una rete di collaborazioni strategiche che unisce università, imprese e amministrazioni pubbliche. Tra i casi più significativi:
L’Italian Clab Network coordinato dall’Università di Cagliari, che riunisce 35 atenei italiani e promuove programmi di contaminazione lab per formare nuove competenze imprenditoriali tra studenti e ricercatori; il Politecnico di Bari, che attraverso il suo Technology Transfer Office e l’Osservatorio Startup Hi-Tech (in partnership con il Politecnico di Milano) supporta le imprese nella trasformazione digitale e nell’adozione di tecnologie AI-driven; e ancora la rete Sud Innovation APS, promotrice del Sud Innovation Summit, che ha attivato percorsi di mentorship per startup e PMI innovative e favorisce il dialogo con gli investitori privati e i fondi di venture capital (Growth Capital, PitchBook). Anche i programmi regionali Puglia Sviluppo e Campania Digital Innovation Hub, che sperimentano modelli di co-investimento pubblico-privato e laboratori per la transizione digitale delle filiere industriali locali; e il progetto CLab UniCa e l’Open Innovation Lab della LUMSA di Palermo, che coinvolgono enti locali e imprese per sviluppare soluzioni basate su intelligenza artificiale, economia circolare e servizi pubblici digitali.
Coniugare tecnologia, cultura e competenze
Questi esempi dimostrano che il futuro competitivo dell’Italia dipenderà dalla possibilità di coniugare tecnologia, cultura e competenze in un progetto comune di sviluppo. A partire dal riconoscimento del valore del capitale umano e investendo in formazione, infrastrutture e governance etica, l’intelligenza artificiale potrà tradursi in uno strumento per rafforzare la coesione sociale ed economica del Paese. Serve una strategia nazionale che metta insieme capitale umano, visione condivisa e collaborazione pubblico-privato. Solo così l’intelligenza artificiale potrà diventare un moltiplicatore di equità, non di disuguaglianze.
L’Italia è quindi pronta a governare l’AI? Mi viene da dire solo se sarà capace di misurarsi. Il Sud Innovation Competitiveness Index (SICI), introdotto quest’anno nell’ambito del Rapporto Sud Innovation 2025, nasce proprio per questo: fornire uno strumento comparabile, trasparente e perfettibile per valutare l’impatto reale dell’innovazione nei territori. Perché non c’è politica industriale senza evidenza empirica. In fondo, l’AI è solo un acceleratore. Il vero cambiamento è umano: è la capacità di imparare, adattarsi e cooperare. La tecnologia evolve in mesi, ma le società si misurano in generazioni. Governare l’AI significa, prima di tutto, governare la modernità — con visione, competenza e responsabilità condivisa.
[1] https://www.astrid-online.it/static/upload/2135/21351—.pdf
[2] https://www.astrid-online.it/static/upload/2308/23089—.pdf
[3] https://www.astrid-online.it/static/upload/2308/23089—.pdf
[4] https://www.assolombarda.it/centro-studi/indice-di-digitalizzazione-delleconomia-e-della-societa-desi-2024
[5]https://www.assintel.it/wp-content/uploads/2024/12/Competenze-Digitali-Unopportunita-per-lo-sviluppo-del-Paese.pdf

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