La Fed si scontra con Trump sui tassi. Attacco a Powell: a fine mese, braccio di ferro politico-giudiziario
Trump alza la posta sull’indipendenza della banca centrale
I mercati scommettono su un “nulla di fatto” il 27-28 gennaio: dietro la decisione attesa c’è un braccio di ferro politico-giudiziario che la stampa internazionale legge come un test cruciale per l’autonomia della Federal Reserve.

Se la Federal Reserve manterrà i tassi fermi nella riunione di fine mese (il FOMC è in calendario 27-28 gennaio 2026), la notizia non sarà solo monetaria. Sarà un segnale politico, perché arriva mentre la tensione tra la Casa Bianca e la Banca centrale è tornata a livelli raramente visti, con il presidente Donald Trump che continua a chiedere tagli aggressivi e Jerome Powell che rivendica l’autonomia dell’istituzione. Il calendario ufficiale della Fed conferma le date e la conferenza stampa del 28 gennaio, appuntamento che potrebbe diventare anche un “processo pubblico” sulla credibilità dell’istituzione.
La posizione della stampa internazionale
Sul fronte delle aspettative, la stampa economica anglosassone sottolinea che il mercato attribuisce una probabilità molto alta al mantenimento dei tassi: Reuters riporta che, dopo gli ultimi dati sul lavoro e la revisione delle stime di diverse banche d’investimento, la probabilità di una pausa a gennaio è salita intorno al 95% secondo FedWatch. L’idea di fondo è che la Fed preferisca muoversi con cautela nel 2026, evitando di riaccendere l’inflazione e mantenendo una postura “moderatamente restrittiva”.
Il punto, però, è che l’attesa “pausa” si incrocia con uno scontro istituzionale che la stampa internazionale sta raccontando come un rischio per l’indipendenza della Banca centrale. Associated Press e Washington Post hanno dato grande rilievo all’escalation legata alle minacce di incriminazione e alle subpoena collegate al dossier sui costi di ristrutturazione degli edifici della Fed: Powell ha respinto l’iniziativa come un tentativo di pressione politica sulla politica monetaria. Anche il Guardian, con un taglio più esplicitamente politico, mette l’accento sul “messaggio” implicito: colpire il vertice della Fed mentre si chiedono tagli dei tassi.
Da Londra, il Financial Times legge il quadro come un doppio binario: da un lato, dati e inflazione spingono alla prudenza; dall’altro, l’offensiva politica rischia di trasformare ogni decisione sui tassi in una prova di forza. In questo contesto, una scelta di continuità a fine gennaio verrebbe interpretata come difesa dell’istituzione più che come semplice tecnicalità. Negli Stati Uniti, il Wall Street Journal insiste sul tema “premio di rischio”: quando l’autonomia della banca centrale viene percepita come meno solida, aumenta l’incertezza sulle traiettorie di inflazione e rendimenti.
La reazione dei mercati
I mercati, intanto, stanno già “prezzando” la frizione: Reuters descrive sedute nervose, dollaro sotto pressione e ricerca di beni rifugio come l’oro, proprio mentre l’attenzione si sposta dal dato macro al rischio di interferenza politica sulla banca centrale più influente al mondo. E l’eco non è solo occidentale: testate asiatiche come l’Economic Times collegano lo scontro Trump-Powell alle ricadute globali, dal costo del dollaro per i Paesi importatori di energia fino alla volatilità dei flussi verso gli emergenti.
In sintesi, “tassi fermi” potrebbe essere la headline; ma la notizia di sostanza, per molti osservatori internazionali, è un’altra: il meeting di fine gennaio rischia di diventare un referendum sull’indipendenza della Fed, con implicazioni che vanno ben oltre Washington.

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