Azionario USA: performance solida nel 2021, ma la parte lunga della curva dei tassi può minare l’equilibrio del mercato

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Il mese di dicembre è stato per buona parte caratterizzato da volatilità e incertezza, con mercati che tuttavia hanno chiuso positivamente grazie al provvidenziale rally guidato dai due pilastri dei rendimenti azionari degli ultimi mesi: le società quotate hanno continuato a macinare utili e i tassi di rendimento sull’obbligazionario sono rimasti desolatamente bassi, rendendo l’azionario l’unica alternativa possibile per ottenere rendimenti reali positivi.

 

 

Ma neanche i rialzi di dicembre sono stati esenti da controversie. La performance complessiva molto positiva dell’azionario nel 2021 ha nascosto numerose divergenze e molti osservatori hanno commentato con preoccupazione la sottoperformance delle società più piccole rispetto ai colossi che trainano il mercato. Come al solito, la politica monetaria super espansiva è stata messa sul banco degli imputati in quanto colpevole di distorcere il mercato e favorire le “mega corporation” indipendentemente dalla direzione dell’economia reale.

La visione di Moneyfarm è leggermente diversa. La sottoperformance delle società più piccole è perfettamente coerente con lo scenario che si sta materializzando in queste settimane per diversi motivi: prima di tutto, le società più grandi hanno, a nostro avviso, un maggiore pricing power sui consumatori e possono resistere meglio all’inflazione, dato che operano indipendentemente da quarantene e restrizioni; in secondo luogo, il rialzo dei tassi d’interesse per ora impatta poco sulle società quotate, caratterizzate da un merito creditizio molto alto e da livelli di indebitamento più bassi rispetto al passato. La politica monetaria restrittiva impatterà molto di più su quelle società “super growth”, magari non ancora a break even, che dipendono molto dal costo del denaro per continuare a crescere.  Infine, le società più piccole, maggiormente legate all’andamento dell’economia reale, non hanno sicuramente beneficiato del rallentamento subito dal piano fiscale di Biden che, dopo mesi di trattative, non è stato in grado di convincere abbastanza senatori a sostenere il suo pacchetto da circa 2 trilioni di dollari, poi ridotto a 1,75 trilioni nel tentativo di indurre i senatori democratici “ribelli” a fornire il loro appoggio.

Per ora sembra che la difficoltà a far passare il provvedimento abbia effettivamente ridotto le aspettative di inflazione, rafforzando le argomentazioni per una normalizzazione dei tassi nel 2022. Non è facile quantificare l’impatto che avrebbe la potenziale approvazione del piano fiscale di Biden e occorrerà monitorare da vicino se il mercato azionario statunitense continuerà a sovraperformare il resto dei mercati sviluppati.

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Un ulteriore spunto di riflessione arriva da questa osservazione: l’azionario americano Equally Weighted (dove tutte le società dell’indice sono pesate allo stesso modo indipendentemente dalla dimensione) ha performato bene quasi quanto quello pesato per la capitalizzazione di mercato. Ciò indica una performance azionaria solida e ampia, dove non sono state poche società grosse a guidare i guadagni, ma tutti i comparti hanno partecipato in egual misura ai rialzi.

 

 

Altrettanto interessante è notare che, invece, a livello globale, l’indice standard ha sovraperformato l’indice equipesato, a riprova dell’anno straordinario per l’azionario a stelle e strisce.

 

 

Infine, continuiamo a ribadire, non è tanto la parte breve della curva dei tassi d’interesse (più direttamente influenzata dalla FED) a mantenere l’equilibrio su cui si muovono gli investitori, quanto la parte più lunga. E l’inizio dell’anno ha mostrato proprio quanto questo punto sia delicato. Lo strappo al rialzo dei tassi d’interesse nella prima settimana del nuovo anno ha riportato un certo nervosismo sull’azionario, mostrando quanto sia delicato l’equilibrio su cui ci stiamo muovendo.

Richard Flax Avatar

Chief Investment Officer
Moneyfarm

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