Guerra in Iran. ISPI Daily focus a una settimana dall’inizio dei bombardamenti

| IRAN: LA SCOMMESSA DI NETANYAHU L’ISPI Daily Focus è a cura di Alessia De Luca Israele vede nel conflitto l’opportunità di eliminare la Repubblica Islamica. Ma mentre negli Usa cresce lo scetticismo, la guerra rischia di rivelarsi un azzardo. A quasi una settimana dall’inizio dei bombardamenti sull’Iran e mentre le sue truppe si apprestano a un’invasione di terra nel sud del Libano, è chiaro che Israele si sta imbarcando in un ennesimo sanguinoso conflitto, dagli esiti e dalle tempistiche imprevedibili. La guerra “inaugurerà un’era di pace che non abbiamo mai nemmeno sognato” ha affermato il premier Benjamin Netanyahu, dichiarando pubblicamente di sperare che possa portare a un cambio di regime in Iran. Ma nonostante l’uccisione della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, in un attacco aereo a Teheran il primo giorno di guerra, per ora questo è uno scenario improbabile. Contrariamente a quanto pronosticato dal presidente americano Donald Trump, dopo settimane di proteste brutalmente represse dalle autorità, nessuna folla si è riversata per le strade delle città iraniane sfidando le Guardie della Rivoluzione. E sembra che, al contrario, l’aggressione dall’esterno possa aver rafforzato il sostegno degli iraniani nei confronti della Repubblica Islamica. Il governo israeliano, per il momento, non sembra preoccuparsi troppo del fatto che un crollo repentino delle istituzioni crei un pericoloso vuoto di potere: “La sensazione è che Israele non abbia alcun reale interesse a un cambio di regime graduale – osserva l’ex consigliere del governo israeliano Daniel Levy – Vogliono che l’Iran imploda, e se le conseguenze si estenderanno all’Iraq, al Golfo e a gran parte della regione, tanto meglio”. |
| La guerra di Netanyahu? |
| I dubbi degli americani?La durata e l’intensità del conflitto, tuttavia, non dipendono soltanto da Israele. Una parte consistente dello sforzo militare israeliano è finanziata dagli Stati Uniti, dove l’attacco all’Iran si sta rivelando poco popolare. Nei giorni scorsi alcune dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio – secondo cui Israele avrebbe di fatto “forzato la mano” a Washington – hanno provocato polemiche e costretto la Casa Bianca a intervenire per chiarire la posizione americana. Sullo sfondo c’è un cambiamento più profondo dell’opinione pubblica statunitense. Secondo l’ultima rilevazione annuale Gallup, per la prima volta dal 2001 le simpatie degli americani non pendono più prevalentemente dalla parte di Israele nel conflitto israelo-palestinese. Il mutamento riguarda soprattutto gli elettori indipendenti, che negli ultimi dodici mesi si sono avvicinati alle posizioni dei democratici esprimendo maggiore solidarietà verso i palestinesi. Tuttavia Trump, che oggi su Truth ha dichiarato di puntare alla “resa incondizionata” di Teheran, continua a sostenere apertamente Netanyahu. In un’intervista telefonica ad Axios ha dichiarato che il presidente israeliano Isaac Herzog dovrebbe concedere immediatamente la grazia al premier nel processo per corruzione che lo riguarda dal 2020. Trump ha definito il procedimento una “caccia alle streghe” e ha spiegato di voler liberare Netanyahu da ogni pressione interna: “Parlo con Bibi ogni giorno della guerra. Voglio che si concentri sulla guerra e non su quel caso giudiziario”. |
| Il rischio di un azzardo? |
| Trump si è così trasformato nel partner politico che Netanyahu ha a lungo cercato: un presidente americano disposto a condividere il rischio di una ‘guerra totale’ contro il regime degli ayatollah. Gli attacchi ai siti nucleari iraniani avviati a giugno e il successivo coinvolgimento diretto degli Stati Uniti hanno reso questo conflitto, fin dall’inizio, un’operazione sostanzialmente congiunta. Sarebbe però riduttivo considerarla soltanto la guerra di Netanyahu e Trump. Se i partner più radicali del governo israeliano – come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich – hanno sostenuto con entusiasmo l’offensiva, anche l’opposizione ha finito per schierarsi a favore. Il leader centrista Yair Lapid ha dichiarato che Israele è “unito al fianco dei piloti e delle forze di sicurezza nell’operazione più giustificata possibile”, aggiungendo che il Paese è stato “costretto a questa guerra e la vincerà”. Gli attacchi di Hamas, le preoccupazioni per il programma nucleare e missilistico iraniano e la percezione di un’opportunità strategica hanno finito per eliminare ogni residua resistenza, che per anni aveva frenato l’ipotesi di un confronto diretto con Teheran. Proprio per questo, oggi la guerra è percepita da molti israeliani come una scelta nazionale più che come una decisione personale del premier. Ma questo consenso potrebbe rivelarsi fragile. Se il conflitto dovesse prolungarsi o degenerare in un fallimento strategico, la stessa dinamica che oggi lo rafforza potrebbe trasformare Netanyahu nel principale responsabile di un disastro le cui conseguenze si rifletterebbero ben oltre Israele e il Medio Oriente. |




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