Acqua, infrastruttura invisibile dell’industria. Competitività e governance del rischio passano dall’innovazione
Intervista a Dino Novia, CEO di Evodrop

Acqua blu o acqua green?
Possibilmente entrambe. Non solo per la salute di persone e ambiente, ma anche per la salute delle imprese, soprattutto quelle industriali. L’acqua, in questo senso, fa sempre più notizia e da questione ambientale e sociale sta diventando sempre più tema finanziario e di governance del rischio. Secondo l’UN-Water, l’ente che coordina il lavoro delle Nazioni Unite su acqua e servizi igienico-sanitari, l’industria rappresenta circa il 19% dei prelievi idrici globali, con punte superiori al 40% nei Paesi ad alto reddito. Anche in Europa, i dati dell’European Environment Agency confermano che industria ed energia costituiscono una quota rilevante dell’utilizzo complessivo di acqua.

Quale ruolo indispensabile assume l’acqua nelle filiere industriali?
Per molte filiere industriali, l’acqua è materia prima, fluido di processo, sistema di raffreddamento, ingrediente di preparazione, e la sua qualità ha un impatto diretto su margini e bilanci aziendali, legato a durata ed efficienza degli impianti, costi di manutenzione, proprietà del prodotto e gestione del rischio operativo. Perciò, negli ultimi anni non è un caso sia entrata nei radar di banche e investitori.
Poiché uno degli obiettivi strategici di tutte le imprese è ridurre il costo del capitale, la gestione attiva dell’acqua nei settori ad alta intensità idrica è diventata una leva di ottimizzazione finanziaria, in quanto può evitare importanti costi operativi (come il fermo impianto), all’esposizione normativa, fino al miglioramento del rating ESG.
Ci può fare qualche esempio?
Si pensi che, ad esempio, il non corretto trattamento degli accumuli di carbonato di calcio (calcare) può portare a un aumento dei consumi energetici anche del 30-40%, a cui vanno sommati costi per manutenzioni speciali, fermi e riduzione significativa della vita utile di un impianto. Parliamo, per molte aziende, di investimenti da decine di milioni di euro. Ma anche eliminare il calcare con gli addolcitori non è a costo zero e nemmeno neutro dal punto di vista ambientale, tanto da far sorgere un vero e proprio rischio normativo. Come è successo negli Stati Uniti, quando diversi Stati – tra cui California e Texas – hanno introdotto restrizioni sull’uso di addolcitori a base di sale e limiti sugli scarichi salini, soprattutto in aree soggette a forte stress idrico.
Come si può uscire da questa trappola?
Ben vengano passi avanti e innovazioni in questo ambito. Meglio se accompagnati da ricerca ed evidenze scientifiche. Come è il caso di Evodrop, azienda elvetica da pochissimo sbarcata in Italia. Evodrop è attiva nella progettazione di sistemi per la filtrazione dell’acqua e ha implementato una intuizione brillante per il trattamento del calcare, basata sull’utilizzo dell’acido malico, una sostanza derivata dalle mele. E’ una nuova tecnologia alternativa ai sistemi tradizionali, che permette di risparmiare energia ed evitare scarichi inquinanti. L’acqua è una infrastruttura invisibile. Quando funziona bene, non si vede. Ma quando è di scarsa qualità, l’impatto economico è immediato.
In che cosa consiste l’innovazione di questo progetto?
La nostra prospettiva ha superato l’aspetto puramente tecnico, per offrire alle imprese efficienza strutturale, stabilità nel tempo e salute degli utenti. Per un’azienda attiva nella chimica, nel food o nel fashion, la qualità dell’acqua di processo incide sui numeri, ma anche su come viene valutata da investitori e banche in termini di rischi nascosti. Senza contare la possibilità di avere un prodotto più sostenibile, eliminando inquinanti come i PFAS, che altrimenti rimarrebbero nel cibo o nei vestiti.
In concreto cosa significa?
Che se vogliamo misurarla, nei bilanci integrati e di sostenibilità, nel medio-lungo termine, la qualità dell’acqua può contare molto. Tanto che importanti produttori di abbigliamento stanno cominciando a comunicarlo apertamente come elemento distintivo. Il mercato è in espansione. Secondo analisi elaborate da primarie società di consulenza e riportate da organismi internazionali, il mercato globale del trattamento delle acque (urbano e industriale) supera i 300 miliardi di dollari annui, con tassi di crescita sostenuti dalla pressione normativa, dall’aumento dei costi energetici e dalla scarsità idrica. Non è una tendenza marginale. È una trasformazione strutturale che tocca industria, finanza e sostenibilità.
L’acqua sta diventando quindi un fattore critico anche per la stabilità industriale. Un tema che merita di essere trattato e considerato a livello decisionale strategico, in ottica di risk management industriale, finanziario e reputazionale. La finanza dell’acqua e l’innovazione tecnica si sono già messe in moto, a dimostrazione che l’economia, per essere davvero verde, deve diventare anche un po’ più blu.






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