Via della Seta, il microcredito come leva di sviluppo. E asset class alternativa

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È ormai dal 2013, da quando la Cina ha lanciato il suo progetto infrastrutturale Belt and Road Initiative, che si sente parlare con grande frequenza di Via della Seta. Molto spesso, bisogna ammetterlo, in maniera superficiale, quasi come se con questo termine si facesse riferimento a un blocco monolitico di paesi situati lungo la strada tra l’est e l’ovest del mondo. In realtà, le differenze tra di essi sono molte.

Lungo la Via della Seta si incontrano infatti paesi molto sviluppati – Cina, Kazakistan e Russia su tutti – e altri caratterizzati da un’economia molto più di tipo locale – come ad esempio l’Uzbekistan, il Tagikistan e il Kirghizistan. Nei primi tre la grande impresa la fa da padrona, con imprese di stato che, a seguito del dissolvimento sovietico, sono poi state privatizzate a vantaggio di alcuni grandi oligarchi. Negli altri paesi, la realtà sul terreno – un terreno sul quale operiamo da decenni e che conosciamo in maniera approfondita – si sviluppa attorno a piccole imprese che sono diventate il canale principale di sviluppo economico. Le grandi aziende sono poche e i piccoli imprenditori uzbechi, tagichi o kirghisi si approcciano allo sviluppo mantenendo ben saldi i piedi nelle loro tradizioni. Non è difficile, ad esempio, vedere agricoltori armeggiare con uno smartphone mentre il loro cavallo li aspetta per iniziare l’aratura del campo da coltivare.

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Questi piccoli attori economici sono ovviamente presenti anche nei grandi paesi sopra citati e quello che li accomuna ai “colleghi” dei paesi più piccoli è la difficoltà di accedere al credito. Se in Cina, Russia e Kazakistan, l’attenzione degli istituti finanziatori è prestata solo alle grandi aziende e le realtà più circoscritte vengono pressoché ignorate, negli stati più arretrati dal punto di vista economico esiste di contro un gap di liquidità molto significativo. Ecco allora l’importanza a 360° del microcredito lungo la Via della Seta, in grado di “dare vita” a quei piccoli ma numerosi e vibranti operatori economici e imprenditoriali in grado di avere un grande impatto sociale.

Un dato può sorprendere: mentre si crede che in certi paesi sia l’uomo a guidare la vita economica – vuoi per l’arretratezza sociale o per il profondo radicamento del fattore religioso –  la realtà sul terreno è ben diversa. Un esempio derivante dalla nostra esperienza diretta: in Tagikistan, il 79% del nostro portafoglio di finanziamento è legato alle attività avviate da donne imprenditrici. Perché è soprattutto la donna a portare avanti l’attività economica. Spesso i piccoli imprenditori vengono inoltre visti come debitori inaffidabili. Anche questo è un mito da sfatare, basti pensare che il 97% dei nostri impieghi, dei contratti firmati con i nostri imprenditori, sono ripagati in tempo. Ciò può essere spiegato considerando che, come già sottolineato, è difficile per i piccoli imprenditori di questi paesi ottenere crediti dai grandi istituti bancari; quando accedono a microfinanziamenti, quindi, hanno tutto l’interesse a mantenere il canale aperto, onorando gli accordi presi. Questo, infatti, potrà contribuire a farli diventare più “grandi” e finalmente permettergli di accedere ai finanziamenti bancari.

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Riteniamo che la descritta grande affidabilità creditizia possa rappresentare anche uno spunto di interesse per tutti quegli investitori che guardano all’impact investing per diversificare il proprio portafoglio attraverso veicoli finanziari totalmente collateralizzati. Il microcredito, infatti, oltre a essere un’attività di finanziamento dal grande impatto sociale, può essere considerato a tutti gli effetti anche un’asset class alternativa e decorrelata. Si tratta di un mercato in rapida crescita con l’importante presenza di investitori istituzionali che guardano alle PMI come a un settore tra i più dinamici dell’economia e meno esposto alla volatilità dei mercati globali. Anche lungo la Via della Seta.

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