Il ruolo della geopolitica della transizione energetica: fattore di sicurezza nazionale, competitività e sovranità tecnologica

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In un contesto in cui l’energia si intreccia sempre più strettamente con le dinamiche geopolitiche, la transizione non è più soltanto una questione ambientale. L’escalation militare nel Golfo e le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz – snodo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale – hanno riportato petrolio e gas al centro della volatilità globale: il Brent ha superato gli 80 dollari al barile con rialzi superiori al 6–8% in poche ore, mentre i future sul gas europeo (TTF) sono balzati fino al +40%. “Per un sistema manifatturiero come quello europeo (e italiano), già esposto a un differenziale strutturale dei costi rispetto a Stati Uniti e Cina, questo significa margini compressi, pianificazione incerta e competitività sotto pressione. È qui che la transizione energetica si configura anche come un fattore di sicurezza nazionale, competitività industriale e sovranità tecnologica” afferma Alessandro Brizzi, General Manager di Renovis.

A confermarlo è l’International Energy Agency, che identifica nell’efficienza energetica, definita the first fuel, la leva più immediata ed efficace per abbattere emissioni, costi e dipendenze dall’estero. Un principio che la Commissione europea ha tradotto come Energy Efficiency First[1], recepito nella Direttiva sull’Efficienza Energetica, riconoscendo che la competitività si gioca tanto nei siti produttivi quanto sulle rotte marittime.

“Per un’azienda manifatturiera, questo significa innanzitutto intervenire sugli impianti. Nell’industria manifatturiera italiana l’energia può rappresentare tra il 15% e il 30% dei costi operativi. Una quota rilevante è legata al calore di processo: fonderie, ceramiche, vetrerie, industrie chimiche e alimentari generano flussi termici che, se non recuperati, si disperdono. Il recupero del calore industriale di scarto consente di reindirizzare quell’energia verso produzione di vapore o generazione elettrica, con riduzioni dei consumi che possono raggiungere il 20–40%” aggiunge Brizzi.

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Ma la transizione non è solo una questione di efficienza interna. È anche competizione per il controllo delle tecnologie e dei materiali che rendono possibile questa efficienza. La corsa globale ai pannelli fotovoltaici, alle batterie al litio, alle turbine eoliche e ai veicoli elettrici ha già innescato una serrata competizione tra Stati che per molti versi richiama quella legata ai combustibili fossili. Secondo il rapporto realizzato da Enel Foundation in partnership con l’Università Luiss[2], che a sua volta riprende le proiezioni dell’IEA (International Energy Agency), entro il 2030 la domanda globale di minerali critici (litio, cobalto, nichel, terre rare) potrebbe aumentare di circa quattro-sei volte. La questione non è quindi più soltanto quanta anidride carbonica si emette, ma chi controlla le rotte di approvvigionamento; chi possiede i brevetti delle tecnologie pulite; e, in ultimo, chi è in grado di garantire la propria autonomia energetica senza ricadere in nuove dipendenze strutturali. La Cina controlla oggi circa il 60% della produzione globale di pannelli solari e una quota dominante delle terre rare indispensabili per la manifattura di motori elettrici, turbine eoliche e sistemi di difesa avanzati[3]. Questo significa che l’autonomia energetica di uno stabilimento non dipende solo dall’installazione di un impianto, ma dall’intero ciclo produttivo e di approvvigionamento.

“Ad esempio, in un sistema elettrico sempre più variabile, il vero vantaggio competitivo non è produrre energia, ma controllarne il flusso in funzione dei carichi industriali e dei segnali di mercato. È qui che i sistemi BESS (Battery Energy Storage System) assumono un ruolo strategico” spiega Brizzi. “Un impianto fotovoltaico senza accumulo resta esposto alla variabilità della fonte e ai segnali di prezzo del mercato: produce quando il sole splende, non necessariamente quando lo stabilimento ne ha bisogno. Integrare un sistema di accumulo significa trasformare l’autoproduzione in una microgrid autoregolante, capace di ottimizzare in tempo reale i flussi tra produzione rinnovabile, rete, accumulo e carichi industriali. Il risultato è duplice: riduzione del costo medio dell’energia acquistata e possibilità di partecipare ai mercati della flessibilità, generando ricavi attraverso i servizi ancillari. Ma il vero vantaggio competitivo non risiede soltanto nell’hardware: è nelle piattaforme tecnologiche di Energy Management predittivo che integrano dati di produzione, carichi industriali e segnali di mercato, trasformando l’energia da costo passivo a variabile strategica.”

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I dati parlano chiaro: come evidenzia il rapporto ESPAS, le dipendenze globali si sposteranno dai Paesi produttori di combustibili fossili ai fornitori di queste nuove risorse e tecnologie[4]. In questo scenario, reti elettriche intelligenti, sistemi di accumulo su larga scala e infrastrutture per l’idrogeno verde rappresentano asset strategici che, nel momento in cui vengono colpiti o bloccati, rischiano di paralizzare un intero Paese. A tutto ciò si aggiunge la crescente integrazione tra energia e digitale – come nel caso delle smart grid e dell’Internet dell’energia – da cui derivano rischi di attacchi informatici e di guerra ibrida. Per questo motivo, la protezione di queste infrastrutture non può essere lasciata solo al settore privato, in quanto si tratta di elementi centrali per la sicurezza dello Stato. Non a caso, l’Unione Europea ha incluso la sicurezza energetica tra le priorità in tema di difesa, superando l’idea dell’energia come semplice commodity e riconoscendole lo status di infrastruttura critica.

Il paradosso europeo è evidente: leadership normativa (si pensi, ad esempio, alle direttive del Green Deal e del pacchetto Fit for 55), ma fragilità industriale. Mentre negli Stati Uniti la transizione è sostenuta da sussidi diretti e crediti d’imposta come l’Inflation Reduction Act, e la Cina consolida il controllo delle filiere strategiche, l’Europa continua infatti a fare leva prevalentemente sulla regolazione, con mercati dei capitali frammentati e differenze fiscali tra Stati membri. Raggiungere gli obiettivi del Green Deal richiederebbe circa 620 miliardi di euro l’anno di investimenti aggiuntivi. Eppure, nonostante i propositi, l’Unione Europea non è neppure pienamente in linea con gli obiettivi 2030: le emissioni si sono ridotte del 37% rispetto al 1990, ma due terzi degli indicatori ambientali risultano non in linea con le aspettative.

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È in questo scenario che il ruolo di un EPC industriale assume una valenza strategica. Non come semplice installatore di tecnologie, ma come soggetto capace di tradurre le traiettorie geopolitiche in scelte tecniche concrete per l’industria manifatturiera e accompagnare l’impresa lungo l’intero ciclo – dalla diagnosi energetica del sito alla progettazione dell’impianto, dalla realizzazione al monitoraggio continuo delle prestazioni.

Integrare efficienza energetica, gestione del calore di processo e sistemi di accumulo significa oggi ridurre in modo strutturale l’esposizione ai mercati energetici, rafforzare la competitività di costo e garantire maggiore continuità operativa. In questo passaggio dall’analisi geopolitica alla progettazione impiantistica si misura il contributo concreto dell’ingegneria industriale alla sicurezza energetica e alla competitività del sistema produttivo.


[1] https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-first_en

[2] https://www.enelfoundation.org/content/dam/enel-foundation/topics/2024/12/luiss-geopolitics/Geopolitica.pdf

[3] https://www.eni.com/static/it-IT/world-energy-magazine/the-race-for-critical-minerals/We_WorldEnergy_60_ita.pdf

[4] file:///C:/Users/User/Downloads/ESPAS-Global-Trends-to-2040-Choosing-Europes-Future-IT.pdf

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