Guerra in Iran, l’inflazione colpirà di più l’Europa degli Usa

Il conflitto in Medio Oriente è giunto al secondo mese e i prezzi energetici elevati stanno provocando effetti a catena sui mercati finanziari globali. Le curve delle break-even inflationsono salite negli Stati Uniti e in Europa poiché i mercati hanno riprezzato le aspettative d’inflazione e la probabilità che le banche centrali taglino i tassi d’interesse. Anche i rendimenti nominali, in particolare sul segmento breve della curva, hanno registrato un forte aumento in Paesi come il Regno Unito. In questa fase, alcune di queste reazioni ci paiono eccessive. A nostro avviso, gli effetti inflazionistici di secondo livello dipenderanno dalla durata del caro-energia.
Per quanto riguarda la crescita, al momento i mercati non sembrano essere particolarmente preoccupati. Noi invece siamo convinti che i prezzi persistentemente alti dell’energia finiranno col pesare sui consumi e sulla crescita. Nel complesso, questa crisi sta generando spinte stagflazionistiche sull’economia mondiale. Di seguito le nostre principali convinzioni.
Inflazione, Europa più colpita di Usa
L’impatto dell’inflazione sarà diverso nelle varie regioni, ed è probabile che la zona Euro sia più pesantemente colpita rispetto agli Stati Uniti. La natura transitoria del fenomeno inflativo dipenderà dalla persistenza dei rincari dei prezzi di idrocarburi, delle materie prime agricole e dei fertilizzanti Nel 2026 l’indice dei prezzi al consumo (IPC) della zona Euro potrebbe salire ben al di sopra dell’obiettivo della BCE per poi ridiscendere l’anno successivo, pur rimanendo sempre al di sopra del target. Tale scenario si verificherebbe qualora le pressioni inflative dovessero radicarsi nell’intero sistema economico. Prevediamo che negli Stati Uniti l’impennata dei prezzi dell’energia penalizzerà soprattutto le famiglie a basso reddito.
ll rafforzamento del biglietto verde è tornato al centro del dibattito. Anche se il dollaro potrebbe dar prova di buona tenuta nel breve termine grazie alle sue caratteristiche di bene rifugio, prevediamo che il suo indebolimento strutturale di lungo periodo sia destinato a proseguire. Contro il biglietto verde persistono infatti venti contrari di natura strutturale, tra cui le tensioni sulle finanze pubbliche statunitensi, gli spostamenti dei flussi globali di capitale dettati dalla geopolitica e rendimenti comparativamente attraenti al di fuori degli Stati Uniti
L’impatto sul dollaro
Siamo dell’idea che il dollaro potrebbe continuare ad apprezzarsi solamente se l’inflazione complessiva venisse alimentata dall’inflazione core e le aspettative d’inflazione aumentassero al punto da costringere la Fed a inaugurare un ciclo di rialzo dei tassi, un fattore che spariglierebbe totalmente le carte e che non fa parte del nostro scenario di base.
-I Paesi europei e i Paesi emergenti dipendono dalle importazioni di energia del Golfo e stanno cercando di rimanere fuori dal conflitto; per tale motivo i leader dei Paesi dell’Unione europea e della Gran Bretagna hanno ignorato i pressanti inviti del presidente americano Trump a partecipare ai combattimenti. Anche Asia, India e Cina dipendono dalle importazioni di energia e finora sono riuscite a negoziare con successo il passaggio sicuro delle loro navi nello stretto di Hormuz. L’India, in qualità di importatore netto di petrolio, risente della volatilità dei prezzi; il rischio è che il governo si veda costretto a dirottare parte delle risorse dagli investimenti produttivi verso i sussidi energetici.
In generale, siamo convinti che la crescita nei Paesi emergenti rimarrà vigorosa e non vediamo ragioni strutturali perché avvenga un cambiamento della situazione. I parametri fiscali e macroeconomici dei Paesi emergenti stanno migliorando e molti di loro hanno ripreso a seguire i dettami dell’ortodossia macroeconomica. In America Latina, in particolare, tale tendenza segna la conclusione di un prolungato periodo di sottoperformance. Il Brasile dispone di riserve significative di terre rare e il Messico sta beneficiando delle politiche di near-shoring (rimpatrio delle attività produttive).
Per concludere, escludiamo la minaccia dell’iperinflazione o di una recessione globale. Prevediamo tuttavia che la crisi avrà un impatto sull’inflazione e sulla crescita: la portata di tale impatto dipenderà dalla durata del conflitto e del caro-energia (petrolio e gas). È essenziale che gli investitori adottino diversi livelli di diversificazione — includendo asset come titoli legati all’inflazione, titoli di Stato e materie prime — anche alla luce del mutamento nelle correlazioni tra azioni e obbligazioni. Riteniamo inoltre indispensabile integrare nel portafoglio strategie di copertura e una riduzione tattica dell’esposizione al rischio.
Seguiamo con molta attenzione l’andamento della crisi, dell’inflazione e delle politiche monetarie, e nel contempo stiamo riducendo tatticamente l’esposizione al rischio e migliorando la resilienza dei portafogli adottando un approccio diversificato. Illustreremo di seguito quelle che sono le nostre principali convinzioni.
- Abbiamo incrementato l’esposizione alla duration nel reddito fisso e stiamo valutando modalità per accrescere la resilienza attraverso un approccio attivo, mantenendo al contempo un atteggiamento costruttivo sulle obbligazioni societarie visti i solidi fondamentali. Abbiamo leggermente declassato le obbligazioni in valuta locale dei Paesi emergenti, ma abbiamo ancora un’opinione positiva perché la crescita economica continua a essere vigorosa e stiamo esplorando delle opportunità nei Paesi in cui i rendimenti sono elevati.
- La volatilità sul breve termine ci ha spinto a essere cauti su alcuni segmenti del comparto azionario, ma le nostre convinzioni di lungo periodo riguardo a Europa, Giappone e Paesi emergenti non sono mutate. L’attuale scenario di crisi suggerisce che la rotazione dal mercato statunitense verso queste aree potrebbe non seguire un percorso lineare; tuttavia, riteniamo che tale tendenza sia destinata a proseguire nel lungo periodo.
- In un’ottica multi-asset, l’attuale contesto di crisi ci ha indotto ad adeguare il posizionamento, riducendo tatticamente l’esposizione nelle aree più vulnerabili come il comparto azionario. Abbiamo quindi rafforzato la nostra opinione positiva sui titoli di Stato e manteniamo le nostre convinzioni sulle obbligazioni societarie e sulle obbligazioni dei Paesi emergenti.
Le banche centrali sembrano orientate a interrompere il ciclo di allentamento monetario nel 2026
di Monica Defend , HEAD OF AMUNDI INVESTMENT INSTITUTE
Si prevede che quest’anno BCE, Bank of England (BoE) e Fed manterranno i tassi invariati. L’Eurotower deciderà dopo aver valutato l’impatto dei prezzi dell’energia sull’inflazione generale e sull’inflazione core, nonché sui salari. I mercati stanno già prezzando un rialzo dei tassi d’interesse. Abbiamo rivisto la nostra previsione di un taglio dei tassi da parte della BCE nel 2026 perché non la riteniamo più attuale. Riteniamo inoltre che, in caso di uno scostamento persistente dell’inflazione dal target e di un disancoraggio delle relative aspettative, la BCE potrebbe optare per un rialzo dei tassi (ipotesi che, al momento, non costituisce il nostro scenario di base). Anche l’approccio attendista della Fed appare giustificato considerando il rialzo delle aspettative d’inflazione, la fragilità dei dati sull’occupazione di febbraio e dati dei prezzi alla produzione (PPI) risultati più forti del previsto. L’atteggiamento attendista della Fed a marzo è stato in linea con le nostre aspettative, e siamo ora convinti che la banca centrale americana quest’anno non taglierà i tassi.
Prevediamo che anche la BoE manterrà i tassi invariati nel 2026
Gli effetti di secondo livello dell’inflazione — subordinati alla durata delle tensioni nelle catene di fornitura e alla persistenza dei rincari energetici — rappresentano una variabile cruciale nelle valutazioni della BCE e della BoE. I prezzi dell’energia riflettono non solo gli shock temporanei sul lato dell’offerta di gas e petrolio, ma anche i potenziali danni alle infrastrutture estrattive dei Paesi del Golfo, i cui effetti potrebbero perdurare ben oltre la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’attacco iraniano agli impianti di estrazione di gas in Qatar rappresenta un esempio di danno strutturale, i cui effetti sulle forniture potrebbero protrarsi ben oltre il 2026.






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