Addio al potere d’acquisto

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I tassi d’interesse prima a zero sono scesi in territorio negativo e l’inflazione, da tempo creduta morta, sta risorgendo dalle sue ceneri. Sono finiti i tempi in cui un “investitore agnostico” poteva sperare di conservare un patrimonio almeno prossimo al valore reale con conti di deposito o libretti di risparmio non fruttiferi. Oggi in Germania sono quasi 400 le banche che applicano tassi negativi sui conti correnti – talvolta già dal primo euro.

Anche chi investe nei titoli di Stato ritenuti sicuri, lo fa a caro prezzo. In passato si poteva calcolare a grandi linee quanto mettere da parte per ottenere interessi attivi sicuri e sufficienti per vivere; oggi questo calcolo è pressoché inutile perché gli interessi non esistono più. Data per certa una perdita, non resta che stabilire con che rapidità e fino a che punto un patrimonio investito in valori nominali vedrà scomparire il suo potere d’acquisto. Eppure, invece di accettare la realtà dei fatti, molti investitori sognano di tornare ai bei vecchi tempi. Forse l’aumento dell’inflazione li aiuterà ad aprire gli occhi.

In passato, le obbligazioni societarie erano un rifugio per gli investitori poco avvezzi ai tassi d’interesse. Nella maggior parte dei casi, infatti, si poteva contare su rendimenti di gran lunga superiori a quelli dei titoli di Stato. Tuttavia, in un contesto di bassi tassi d’interesse che dura ormai da anni, le cose sono cambiate. Di recente, il rendimento delle obbligazioni in euro di buona qualità (ovvero con rating di credito investment grade) è calato in media allo 0,29%. Dedotta l’inflazione, si scende ampiamente sotto lo zero. Nell’area del dollaro US, i rendimenti sono più alti, ma comportano un rischio valutario la cui copertura costa circa lo 0,8% all’anno. Le obbligazioni con rating elevato e scadenza a dieci anni rendono ancora il 2% circa, che si riduce all’1,2% circa al netto della copertura valutaria.

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Chi vuole guadagnare di più deve optare per scadenze molto lunghe o scegliere emittenti con rating inferiore, se non entrambe le cose. A ogni modo, anche le obbligazioni in euro con rating inferiore e rischio di default maggiore generano rendimenti medi di appena il 2,7% – praticamente ai minimi storici. In tal senso, per ottenere un rendimento adeguato al rischio assunto, bisogna analizzare a fondo i singoli emittenti. Eppure nemmeno queste obbligazioni offrono più una copertura sufficiente dall’inflazione.

Da anni ormai la nostra visione globale d’investimento ipotizza tassi d’interesse permanentemente bassi. In un tale scenario, crediamo che i beni reali liquidi, come le azioni, offrano le opportunità più allettanti agli investitori lungimirantiche non ragionano in anni solari, ma piuttosto in decenni.

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