Elezioni in Germania: una view diversa

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Come sempre il cambiamento mette ansia, fa paura. Comincia a aumentare l’interesse dei mercati per il post-Merkel, non solo per l’impatto che il nuovo esecutivo a Berlino può avere sulle politiche domestiche, ma anche sullo scacchiere internazionale. Ricordiamo che a breve verranno celebrate anche le elezioni presidenziali in Francia (10-24 aprile 2022). Inoltre, il 31 gennaio 2022 scade il mandato del presidente Mattarella, aprendo così diversi scenari che coinvolgono quasi obbligatoriamente anche l’attuale governo Draghi.

La view di consenso è che ogni coalizione o quasi sia possibile. Si sprecano gli acronimi relativi ai colori degli schieramenti politici tedeschi: Semaforo (SPD, FDP, Die Grünen), Germania (CDU/CSU, SPD, FDP), Jamaica (CDU/CSU, FDP, Die Grünen), Kenya (CDU/CSU, SPD, Die Grünen) eccetera. Così come vengono enfatizzati i temi del “freno fiscale” piuttosto che della partecipazione alla NATO, viene anche spesso e volentieri sottostimato il ruolo che potrebbe giocare Alternative für Deutschland, partito con posizioni talvolta considerate estreme, ma non del tutto impopolari nei Länder meno affluenti.

Lasciando agli analisti politici la ribalta sui grandi temi, vorrei modestamente concentrarmi su un ambito molto sentito dalle famiglie tedesche, ma che per il momento – fatta eccezione per la discussione sul tetto per gli affitti, discussione peraltro diluita significativamente e a scapito della credibilità della SPD dalla Corte Costituzionale – trova ancora poco spazio nei dibattiti e nei giornali. Si tratta dell’inflazione.

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Non è un mistero che l’opinione pubblica tedesca sia avversa alla politica monetaria di Francoforte. In particolare, i tassi di interesse negativi vengono visti come un meccanismo di espropriazione del patrimonio privato, tanto da motivare la BCE stessa a pubblicare nel 2015 un pamphlet dal titolo provocatorio “Critique of Accomodating Central Bank Policies and the Expropriation of the Saver”. L’attuale fiammata di inflazione si colloca in un panorama già di per sé ostile al mondo bancario, in particolare se consideriamo che solo il 51% delle famiglie tedesche sono proprietarie di immobili e che la loro asset allocation riflette in media una caratteristica avversione al rischio azionario. La politica fiscale chiude il cerchio: La deriva (giusta o sbagliata) verso una condivisione del debito pubblico a livello di Stati Membri dell’Unione e l’ingente ammontare di progetti pubblici in seno al programma Next Generation EU, sono un tema che non convince né l’opinione pubblica tedesca né tantomeno quella dei paesi cosiddetti “frugali”.

Temo, quindi, che l’inflazione possa essere un fattore cruciale per l’esito del voto del 26 settembre. Cruciale nel senso che potrebbe sottrarre il consenso a quelle forze politiche che più sono allineate con una view europeista (cioè la CDU e la SPD), tenendo così in gioco FDP, AfD e alcune frange della CSU. Ma non dimentichiamo il partito dei Verdi (Die Grünen), che ipotizzano un mega-budget da EUR 500 miliardi e un allentamento delle clausole di salvaguardia ancorate nella Costituzione, in netta controtendenza con la solidarietà del debito europeo. Insomma, si prospetta un Panoptikum nel parlamento tedesco.

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