Reddito fisso: il rialzo dei tassi supporta i portafogli bilanciati conservativi

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Il 2022 è iniziato all’insegna della volatilità, con un’inflazione galoppante e i prezzi dell’energia in aumento. Nei primi tre mesi dell’anno il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% annualizzato, meno delle attese e con un deciso rallentamento rispetto ai numeri del 2021.

Lato Stati Uniti la situazione non migliora. Stando agli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento del Commercio, nel 1° trimestre del 2022, il Pil Usa ha registrato una contrazione dell’1,4%, anche se un segnale positivo arriva dal rafforzamento dei consumi, che segnano un +3,1% dal +2,5% registrato nel quarto trimestre 2021.

Per quanto riguarda l’inflazione, la situazione rimane difficile. Secondo le stime degli analisti, l’inflazione complessiva prevista sarà ancora molto elevata nei prossimi mesi, per poi imboccare una strada di discesa lenta verso l’obiettivo, risultando mediamente pari al 6,5% nel 2022, al 3,1% nel 2023 e all’1,9% nel 2024. Il Consiglio direttivo della Bce ritiene infatti probabile che l’inflazione si stabilizzi al suo obiettivo del 2% nel medio termine (temi che saranno approfonditi in vista del meeting di giugno).

Da inizio anno le performance registrate su tutti i maggiori indici sono state negative. L’indice obbligazionario globale, come si può notare nel grafico sottostante, ha fatto registrare un -8% da inizio anno a maggio 2022. Le performance sono state in territorio negativo fin dai primissimi mesi dell’anno; a gennaio si è segnato un -1,4% e nel mese successivo si è arrivati ad un -1,9%. La risalita dei tassi d’interesse – legata principalmente a inflazione e politica monetaria – non ha lasciato scampo agli investitori in obbligazioni, la cui performance è caratterizzata da un costante declino ormai da diversi mesi.

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Nel grafico seguente possiamo invece osservare come si sono mossi i tassi d’interesse sui titoli di stato tra i più rilevanti a livello globale: i BTP italiani, i Gilt del Regno Unito e i Treasury statunitensi. Per quelli italiani con durata medio/lunga il rendimento a scadenza è passato da 1,3% di inizio anno a circa il 3% di metà maggio. Essendo i prezzi inversamente proporzionali ai rendimenti, il decennale italiano si è dunque deprezzato fino ad un massimo del 15%.

Concludendo, possiamo notare come i movimenti visti sui tassi d’interesse rappresentino una transizione strutturale: in Europa dopo circa 10 anni di tassi di interesse depressi e politiche monetarie accomodanti, ora vediamo un ritorno dei tassi al rialzo e di politiche monetarie restrittive. A regime, questo consentirà di interpretare il ruolo del reddito fisso governativo europeo in maniera più completa all’interno della costruzione del corretto profilo rischio/rendimento del portafoglio.

 

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