Ottimismo e pessimismo: diversificare le fonti di rischio

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Il pessimista è un ottimista con esperienza.

Sui mercati sembra prevalere l’ottimismo, non quello dell’”andrà tutto bene” ma, piuttosto, l’ottimismo che poggia sul convincimento che il tempo è più importante del tempismo (“timing”), che il pessimismo, o perlomeno il suo eccesso, alimenta le paure e diventa un velo che offusca la percezione della realtà.

Non è mancato l’ottimismo nel corso del 2023, a inizio anno si pensava che l’aumento del costo del denaro avrebbe frenato, più o meno bruscamente, l’attività economica e le banche centrali sarebbero state costrette a invertire la rotta della politica monetaria. La guerra in Ucraina e le politiche monetarie restrittive non hanno scoraggiato l’economia, nel corso dei mesi l’appuntamento con la recessione è stato via via rimandato e quello che avrebbe dovuto essere l’anno delle obbligazioni si è trasformato in una disfatta.

In questa parte finale dell’anno si cominciano ad avvertire gli effetti dei tassi più alti. Il tasso di disoccupazione è salito, quello di partecipazione alla forza lavoro è sceso leggermente e le paghe orarie sono cresciute meno del previsto.

La sorprendente crescita del terzo trimestre potrebbe essere l’ultimo dato scintillante, i consumatori americani cominciano a fare i conti con il denaro più caro, i loro acquisti perderanno slancio, ci sono segnali di rallentamento nel manifatturiero, sono aumentate le richieste di sussidi alla disoccupazione. Su questi dati che confermano lo scenario di un raffreddamento senza recessione, i mercati hanno ridotto la probabilità di un rialzo dei tassi in dicembre.

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I mercati hanno salutato con favore anche gli annunci del Dipartimento del Tesoro relativi alle prossime emissioni di debito. Informazioni che fino a pochi mesi fa sarebbero rimaste confinate nel perimetro di un interesse tecnico hanno acquisito rilevanza generale.

È stata una settimana importante anche per la borsa americana, la miglior settimana dell’anno, mentre proseguono le pubblicazioni degli utili trimestrali. Al netto di qualche delusione su alcune delle “Big Seven”, su oltre il 50% dei risultati trimestrali pubblicati le sorprese positive sono state attorno al 78%, sopra la media decennale di 75%. In aggregato, gli utili del terzo trimestre stanno superando le attese del 7,7%, in buona misura grazie ai risultati delle “mega-cap” della tecnologia e delle comunicazioni.

Se non ci saranno sorprese, il terzo trimestre sarà il primo con crescita positiva degli utili dallo scorso anno e potrà segnare la fine della cosiddetta “recessione degli utili”.

Ma non è questa la ragione per cui la settimana scorsa potrebbe essere ricordata come un punto di svolta nella narrazione del 2023. Il motore dei listini, che sembrano essere arrivati al termine della recente correzione, restano le politiche monetarie e i tassi di interesse.

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La discesa lenta ma costante dell’inflazione e la pausa sui tassi che prelude al cambio della politica monetaria favoriscono le condizioni per un rilassamento nei mercati, le borse stanno dimostrando una sorprendente capacità di recupero. L’ottimismo si spinge a prevedere forti segnali di acquisto sulle azioni americane, un indicatore di Bank of America che misura il sentiment “contrarian” avverte che si stanno approssimando segnali rialzisti e prevede rialzi nell’ordine del 15% per lo S&P 500 nel 2024.

Il mutamento del sentiment fa comunque i conti con generose dosi di incertezza e con il rischio di eccesso di ottimismo, altrettanto pericoloso come il suo opposto, l’eccesso di pessimismo.

Il linguaggio dei banchieri centrali resta improntato al rigore per non alimentare facili entusiasmi. C’è un altro motivo per cui Powell, Lagarde e gli altri ribadiscono di non escludere nuovi aumenti dei tassi, ed è la loro insicurezza, soprattutto dopo gli errori nella valutazione del rischio di inflazione e i ritardi nella risposta. L’inflazione non è ancora arrivata al desiderato 2%, non ci sono ancora sufficienti informazioni per poter concludere che siamo davvero al punto di svolta, il rischio di imprevedibili nuove turbolenze nello scenario geopolitico è alto.

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Non è possibile prevedere quale sarà il movimento dell’inflazione e dei tassi nel prossimo futuro. Per gli obbligazionisti gli ultimi due anni sono stati i peggiori in oltre un secolo, scommettere sulla sola direzionalità è azzardato, diversificare le fonti di rischio una raccomandazione aurea.

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