Fed, occhi a CPI questa settimana, improbabile un taglio di mezzo punto

Stephanie de Torquat, chief economist, Axiom Alternative Investments -

Gli ultimi dati sul mercato del lavoro suggeriscono che un taglio dei tassi nella prossima riunione della Fed è ormai cosa fatta. L’unica incertezza, se ce n’è, riguarda il tono dei commenti. Tuttavia, i dati sul CPI Usa di questa settimana saranno importanti per determinare il ritmo dei tagli futuri e la probabilità di interventi più consistenti di 50 punti base.

Rimaniamo un po’ cauti sui dati del mercato del lavoro negli Stati Uniti perché non siamo sicuri che gli effetti dei cambiamenti nella politica sull’immigrazione siano pienamente riflessi nelle prospettive economiche e che il nuovo dato “di pareggio” dei non farm payroll per il mercato del lavoro sia ben stimato o compreso.

In ogni caso, un taglio più consistente di 50 punti base nella prossima riunione sembra molto improbabile. I numerosi membri del FOMC che continuano a nutrire preoccupazioni circa la persistenza dell’inflazione e che erano inclini ad attendere ulteriori dati prima di procedere a un taglio potrebbero potenzialmente sostenere una mossa prudente di 25 punti base, ma molto probabilmente si opporrebbero a un intervento più ampio in questa fase. Un altro rapporto sull’occupazione molto debole potrebbe potenzialmente mettere sul tavolo un taglio consistente, ma per ora riteniamo più probabile una serie di tagli consecutivi di un quarto di punto percentuale.

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Guardando oltre settembre, la storia e la consueta strategia della Fed fanno pensare a diversi ulteriori tagli tra la fine del 2025 e il 2026, con l’obiettivo di riportare i tassi a un intervallo più neutro compreso tra il 2,5% e il 3,5%, ipotizzando che il mercato del lavoro continui a raffreddarsi e che l’inflazione determinata dai dazi si riveli uno shock temporaneo e una tantum. Questo scenario è stato sposato dagli operatori di mercato, che attualmente prevedono poco più di due tagli di 25 punti base per il 2025 e da tre a quattro tagli nel 2026.

Noi vediamo uno scenario alternativo, forse sottovalutato: il rallentamento del mercato del lavoro si potrebbe rivelare temporaneo, determinato dal congelamento delle assunzioni da parte delle aziende durante la fase di negoziazione e attuazione dei dazi. Dopo tutto, le indagini PMI e la fiducia dei consumatori sono in ripresa e gli stimoli fiscali delle politiche di Trump potrebbero contribuire a compensare gli effetti negativi dei dazi. Inoltre, l’ipotesi che l’inflazione determinata dai dazi rimarrà uno shock una tantum e non diventerà permanente deve ancora essere confermata.

 

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