NS Partners: Su azionario Usa pesa rischio stagflazione, è l’ora della gestione attiva, anche in Cina

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L’attenzione dei mercati è tutta sulla Federal Reserve: i mercati scontavano un primo taglio dei tassi la prossima settimana già dopo il CPI di agosto 2025. Tuttavia, il quadro è più sfidante dopo l’ultimo dato di settembre: la crescita rallenta mentre l’inflazione core resta sopra il 3% (+3,1% annuo), spinta da voci difficili da comprimere come servizi, affitti e spese mediche.

La persistenza di componenti “sticky” — shelter (affitti e owners’ equivalent rent), servizi e spese sanitarie — complica il percorso dei tagli: attualmente il tasso di policy della Federal Reserve si colloca al 4,5% (limite superiore del range) e le aspettative per il 2026 indicano almeno cinque tagli da 25 punti base ciascuno. Lo shelter ad esempio pesa molto nel paniere e risponde con ritardo ai cambi di policy per via di contratti a termine e tempi lunghi di adeguamento dell’offerta abitativa; i servizi riflettono salari e contratti che si aggiustano lentamente; la sanità è influenzata da fattori demografici.

Questo mix alimenta il rischio di stagflazione: crescita reale del PIL che rallenta e mercato del lavoro più debole senza che i prezzi tornino rapidamente sotto controllo. In Borsa la reazione è stata duplice e contraddittoria. Da un lato l’S&P 500 continua a essere trainato da poche megacap, rendendo l’indice meno rappresentativo della salute complessiva del mercato. Dall’altro, dal dato d’inflazione di agosto si è registrata una rotazione: small e mid cap, dopo mesi di sottoperformance, hanno segnato recuperi significativi.

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La traiettoria dei Fed Funds rimane l’incognita principale. Il livello dei tassi reali potrebbe restare elevato per del tempo e il ritmo della discesa non è affatto scontato. L’elevata dispersione tra titoli e settori premia la gestione attiva: strategie long/short e approcci bottom-up possono sfruttare la divergenza di performance tra megacap e realtà più domestiche e cicliche.

Sul fronte internazionale, l’azionario svizzero si presenta come un approdo difensivo: le società dello SLI (Swiss Leader Index), l’indice delle maggiori e più liquide blue-chip svizzere, scontano per il prossimo anno una crescita aggregata degli utili del +10% circa, un elemento da considerare nella costruzione dell’asset allocation per ridurre la dipendenza dall’ecosistema tech USA. Infine, uno sguardo alla Cina: negli ultimi dieci anni i profitti aziendali del CSI 300 sono cresciuti molto meno rispetto all’S&P 500 (rispettivamente solo +8,6% contro +133,1%!), rendendo l’approccio long-only meno attraente. Secondo noi questo crea concrete opportunità: la maggiore dispersione e gli sconti valutativi aprono spazi per strategie attive long/short in grado di sfruttare inefficienze e ricodificare il rischio paese.

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