NS Partners / Metalli, la transizione affronta i suoi limiti

Giacomo Calef, Country Head Italy di NS Partners -

La transizione energetica si scontra oggi con una realtà scomoda: la domanda di metalli strategici esplode, mentre la qualità e quantità dei giacimenti da cui estrarli scende. I metalli come rame, nickel, cobalto, zinco sono fondamentali per la produzione delle auto elettriche, delle pale eoliche, dei pannelli solari, delle reti intelligenti e dei data center che alimentano l’intelligenza artificiale. Tuttavia, il lato dell’offerta di questi metalli mostra segnali di affaticamento strutturale.

Il dato più emblematico arriva dal Cile, principale produttore mondiale di rame: la concentrazione media del minerale è diminuita in modo significativo negli ultimi decenni, con un calo rilevante delle percentuali di metallo nei materiali estratti, che costringono a trattare molto più materiale per ottenere la stessa quantità di metallo. Aprire nuovi siti minerari non è la soluzione rapida che molti immaginano. Dal ritrovamento di un giacimento all’avvio produttivo passano in media decenni: analisi settoriali indicano tempi medi che oscillano fra i 15 e i 18 anni. Lo squilibrio tra domanda e offerta, inoltre, è stato quantificato: l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) avverte che il rame potrebbe affrontare un deficit significativo nei prossimi anni, con proiezioni che parlano di gap fino al 30% entro il 2035/2040.

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C’è poi il paradosso energetico: l’estrazione e la raffinazione diventano più energivore, con studi accademici e analisi industriali che mostrano inoltre come il mining incida già sull’uso energetico globale e come questa quota possa ancora crescere. Da qui derivano due assi d’azione che non escludono ma integrano il mining: innovazione tecnologica e riciclo, componenti fondamentali della cosiddetta “economia rigenerativa”. L’IA migliora l’esplorazione, nuove tecniche come l’«in-situ leaching» riducono l’impatto fisico e il riciclo può soddisfare una quota significativa della domanda futura. La IEA stima che politiche ambiziose di circular economy possano ridurre la necessità di nuova attività estrattiva fino a un terzo in alcuni scenari.

Il punto politico e socioculturale, inoltre, è cruciale. Sempre più comunità si oppongono a progetti che minacciano acqua, terre e paesaggi, e requisiti ambientali e di governance sempre più stringenti innalzano barriere tecniche e temporali. Pertanto, la sola apertura di nuove miniere non sarà più sufficiente a compensare il calo della qualità dei minerali e l’aumento vertiginoso della domanda globale. Diventa quindi indispensabile ripensare il nostro rapporto con le risorse: progettare prodotti che durino più a lungo, favorire la standardizzazione e rendere il riciclo un processo semplice ed efficiente. La transizione energetica, infatti, non può esistere senza una parallela transizione verso un’economia realmente rigenerativa, in cui l’estrazione di materiali vergini (quindi nuovi minerali estratti) rappresenti l’eccezione, e le aziende che la porteranno avanti potrebbero trarre un reale beneficio.

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