Rio Tinto e Glencore hanno ripreso le discussioni preliminari per una possibile fusione

Redazione -

La stampa internazionale sta seguendo con grande attenzione il riavvio delle trattative tra due dei più grandi gruppi minerari al mondo, Rio Tinto e Glencore, che potrebbero portare alla creazione della maggiore società mineraria globale per capitalizzazione ed estensione delle attività. La vicenda è in fase molto preliminare, ma è già al centro dei riflettori per la sua potenziale portata economica e strategica.

Trattative riavviate dopo un anno

Diversi importanti organi di stampa internazionale confermano che Rio Tinto e Glencore hanno ripreso discussioni preliminari per una fusione o un’acquisizione che combinerebbe le attività delle due società in un gruppo dal valore di mercato superiore ai 200–260 miliardi di dollari, potenzialmente in grado di superare concorrenti come BHP Group.

I colloqui seguono un primo tentativo fallito nel 2024, quando le trattative si arenarono su valutazioni, leadership e asset di carbone. Questa nuova fase è spinta in parte dalla crescente domanda di minerali critici come il rame, che sta vivendo prezzi elevati a causa della transizione energetica globale e della domanda industriale.

Nessuna certezza di contratto, ma deadline formale

Le parti hanno confermato che le discussioni restano preliminari e non vincolanti. Secondo le regole britanniche sui takeover, Rio Tinto ha tempo fino al 5 febbraio 2026 per decidere se formalizzare un’offerta o rinunciare. Non esiste ancora un termine definitivo né dettagli su governance, struttura dell’accordo o quali asset saranno inclusi.

Le reazioni dei mercati finanziari riflettono la sospensione degli investitori davanti a una scadenza significativa ma incerta: le azioni di Glencore sono salite in modo rilevante dopo l’annuncio dei colloqui, con incrementi di oltre il 6–9% nelle principali Borse. Al contrario, i titoli di Rio Tinto sono scesi, con ribassi fino al 3–6% in alcune sessioni. Questa divergenza riflette sia l’ottimismo sul valore dell’operazione sia la cautela circa i costi e i rischi di integrazione.

Gli analisti internazionali segnalano alcuni nodi significativi. Asset di carbone di Glencore: mentre Glencore ha scelto di mantenere la sua attività nel carbone, Rio Tinto aveva ridotto la propria esposizione a questo segmento, creando potenziali tensioni nella fusione. Cultura aziendale e asset trading: Glencore è molto attiva nel trading di materie prime oltre alla produzione mineraria; integrare questa divisione nella struttura di Rio Tinto potrebbe essere complesso. Regolamentazione e governance: qualsiasi operazione di fusione di queste dimensioni dovrà superare scrutinio antitrust e normativo soprattutto in Paesi dove le due aziende hanno operazioni estese.

Se l’accordo andasse a buon fine, combinerebbe le ampie risorse minerarie di Glencore (in particolare rame, zinco, cobalto e l’ampio network di attività commerciali) con la massiccia operatività estrattiva di Rio Tinto (ferro, metalli base e minerali utili ai cicli industriali). Una simile entità potrebbe diventare un attore dominante nella catena globale delle materie prime, con un ruolo chiave nella fornitura di metalli critici per le tecnologie del futuro.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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