Stretta globale sull’evasione fiscale in criptovalute: il Regno Unito apre la strada allo scambio automatico dei dati

Entra in vigore il nuovo framework internazionale: più trasparenza sulle transazioni digitali, meno spazio per l’anonimato

Con l’entrata in vigore delle nuove regole contro l’evasione fiscale legata alle criptovalute, il Regno Unito si colloca tra i Paesi pionieri di una svolta destinata a cambiare radicalmente il rapporto tra fisco e asset digitali. A partire dal 2026, Londra inizierà a raccogliere in modo sistematico i dati sulle transazioni in criptovalute e a condividerli automaticamente con le autorità fiscali di altri Stati, inaugurando una prima “ondata” di cooperazione internazionale su questo fronte.

La misura si inserisce in un più ampio movimento globale che mira a chiudere le falle normative sfruttate negli ultimi anni per occultare redditi e plusvalenze generate attraverso bitcoin, stablecoin e altri crypto-asset.

Il quadro internazionale: dal segreto all’informazione condivisa

La base di questo nuovo approccio è il Crypto-Asset Reporting Framework (CARF) elaborato dall’OCSE (OECD Organisation for Economic Co-operation and Development). Il framework impone agli operatori del settore — exchange, broker e fornitori di servizi crypto — di raccogliere e trasmettere alle autorità fiscali informazioni dettagliate sui clienti, incluse identità, volumi di scambio e tipologie di asset detenuti.

Secondo quanto riportato da Reuters, il Regno Unito è tra i primi Paesi ad aver recepito pienamente il CARF nel proprio ordinamento, impegnandosi a scambiare i dati con decine di giurisdizioni partner. L’obiettivo dichiarato è contrastare un fenomeno che, secondo le stime dell’OCSE, costa ai bilanci pubblici miliardi di dollari ogni anno in gettito non riscosso.

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Anche il Financial Times sottolinea come il CARF rappresenti per le criptovalute ciò che il Common Reporting Standard (CRS) è stato per i conti bancari offshore: la fine dell’illusione di un sistema finanziario globale “invisibile” al fisco.

Il ruolo del Regno Unito: laboratorio regolatorio

Nel caso britannico, l’implementazione del CARF si affianca a un rafforzamento delle competenze dell’HM Revenue & Customs (HMRC), che potrà incrociare i dati crypto con quelli fiscali tradizionali. Come osserva Bloomberg, Londra mira così a colpire non solo l’evasione più sofisticata, ma anche quella “diffusa”, fatta di piccoli investitori che non dichiarano correttamente guadagni e perdite.

Il messaggio politico è netto: le criptovalute non sono più un’area grigia. Per il Tesoro britannico, la stretta è anche una questione di equità fiscale, per evitare che i contribuenti tradizionali continuino a sostenere un carico che altri riescono a eludere sfruttando la tecnologia.

Una tendenza che coinvolge Europa, Usa e Asia

Il Regno Unito non è solo. Secondo Politico Europe, diversi Paesi dell’Unione Europea si stanno preparando ad attuare il CARF in parallelo alle nuove norme previste dal pacchetto DAC8, che estende lo scambio automatico di informazioni fiscali anche agli asset digitali.

Negli Stati Uniti, pur in assenza di un’adozione formale del CARF, l’IRS ha già intensificato le richieste di reporting agli exchange, mentre il Wall Street Journal segnala un aumento delle indagini fiscali legate a transazioni crypto non dichiarate. Anche in Asia, Giappone e Corea del Sud figurano tra i Paesi pronti a partecipare allo scambio internazionale di dati.

Impatti per investitori e industria crypto

Per gli investitori, il cambio di paradigma è evidente: la compliance fiscale diventa parte integrante dell’esperienza crypto. Gli esperti citati dal Financial Times osservano che, se da un lato questo potrebbe scoraggiare alcuni utenti, dall’altro potrebbe favorire una maggiore legittimazione del settore, riducendo il rischio reputazionale e normativo.

Per l’industria, invece, la sfida sarà operativa: adeguare sistemi IT, procedure di identificazione e governance dei dati. Secondo Bloomberg, i grandi exchange sono già pronti, mentre le piattaforme più piccole potrebbero faticare a sostenere i costi di conformità.

La stretta sull’evasione fiscale in criptovalute segna un passaggio storico: la fine dell’era dell’anonimato fiscale per gli asset digitali. Con il Regno Unito in prima linea e il supporto di organismi internazionali come l’OCSE, il sistema si muove verso una trasparenza simile a quella dei mercati finanziari tradizionali.

Come spesso accade, la regolazione arriva dopo l’innovazione. Ma questa volta il messaggio è chiaro: nel mondo crypto, la globalizzazione non riguarda solo i mercati, ma anche e sempre di più il fisco.

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Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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Gli articoli pubblicati su questa testata rispettano la normativa europea (AI Act) e i principi deontologici dell’Ordine dei Giornalisti. L’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale permette la corretta verifica delle fonti e la creazione di una traccia che tenga conto dei temi più significativi. Nessun articolo può essere pubblicato autonomamente dall’intelligenza artificiale: ogni autore interviene personalmente non solo nella fase della scrittura dell’articolo, ma anche nella verifica della veridicità di notizie e dati riportati.

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