Iran, il petrolio vola a 100 dollari. “Lo stretto rimarrà chiuso”. Dalle esportazioni all’agroalimentare, gli effetti sul caro vita

Teheran mantiene una linea dura nei confronti di Stati Uniti e Israele e torna a minacciare la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, una mossa che potrebbe esercitare ulteriore pressione sui mercati energetici. Il prezzo del petrolio è infatti tornato a superare la soglia dei 100 dollari al barile.
La nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, alla sua prima apparizione pubblica dopo l’elezione, ha dichiarato che la chiusura dello stretto dovrebbe essere mantenuta come «strumento di pressione contro il nemico». Khamenei ha inoltre affermato che tutte le basi militari statunitensi presenti in Medio Oriente dovrebbero essere chiuse immediatamente, sostenendo che «saranno attaccate».
Il barile rischia di toccare oltre 200 dollari
Il traffico di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz risulta di fatto interrotto dall’inizio del conflitto, provocando un forte rialzo delle quotazioni del greggio. Secondo Teheran, la strategia potrebbe spingere il prezzo del barile anche oltre i 200 dollari.
Nel frattempo, la Agenzia Internazionale dell’Energia ha annunciato il rilascio di circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, pari a circa un terzo del totale disponibile di 1,2 miliardi. Nel suo consueto rapporto mensile sul mercato petrolifero, l’agenzia ha inoltre confermato che i Paesi del Golfo hanno ridotto la produzione complessiva di almeno 10 milioni di barili al giorno dall’inizio della guerra.
La più grande interruzione di approvvigionamento nella storia
Secondo l’IEA, «la guerra in Medio Oriente sta causando la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale». I flussi di greggio e prodotti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz sono infatti scesi dai circa 20 milioni di barili al giorno precedenti al conflitto a volumi ormai minimi.
L’agenzia prevede che l’offerta globale di petrolio possa diminuire di circa 8 milioni di barili al giorno nel mese di marzo. Le riduzioni in Medio Oriente sarebbero solo in parte compensate dall’aumento della produzione nei Paesi non OPEC+, tra cui Kazakistan e Russia. Nel medio periodo, tuttavia, si stima che l’offerta mondiale di petrolio possa crescere in media di 1,1 milioni di barili al giorno nel 2026.
Le dichiarazioni di Khamenei e il limitato effetto del rilascio delle riserve strategiche hanno intanto alimentato ulteriormente la tensione sui mercati. Il future sul Brent scambia attualmente a 101,02 dollari al barile, in rialzo del 9,8%, mentre il WTI statunitense supera i 96 dollari, con un aumento di oltre il 10%.
Esportazioni a rischio per 2 miliardi
L’addove la situazione non dovesse ritornare a una forma di normalità, rischiamo di perdere circa 2 miliardi in termini di valore, a livello nazionale, per quanto riguarda le esportazioni, soprattutto per quanto riguarda tutti i prodotti deperibili”. Lo ha detto il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, a margine dell’assemblea dell’associazione di categoria a Palermo, parlando dei disagi legati al caro carburante dovuto alla guerra tra Usa e Iran.
Gli effetti della guerra sulla filiera agroalimentare
La filiera agroalimentare soffre per i conflitti del Medio Oriente. Le produzioni europee (e italiane) dipendono non solo dall’energia e dal gas, ma anche dai fertilizzanti che arrivano dall’area compresa tra Iran e Penisola arabica. Gli Emirati Arabi e Arabia Saudita importano il made in Italy. Negli ultimi giorni il gasolio agricolo agevolato è passato da circa 0,85 euro al litro fino a valori che in alcuni casi raggiungono 1,25 euro al litro, con picchi segnalati soprattutto in Sicilia e Puglia. A lanciare l’allarme la sezione regionale di Confagricoltura che, segnalando i settori che maggiormente risentono del conflitti in corso in Medio Oriente, segnala “quello della frutta e, in particolare, delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte”.






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