Tornano alla ribalta la rivalità tra Cina e Stati Uniti e la Brexit

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Un unico titolo, la pandemia del coronavirus e le sue conseguenze sanitarie, sociali ed economiche ha monopolizzato tutti i media dallo scorso mese di marzo anche se abbiamo visto ricomparire, negli ultimi giorni, alcune tematiche probabilmente accantonate troppo in fretta: le rivalità tra Cina e Stati Uniti, e la Brexit.

La guerra commerciale tra USA e Cina

Dopo l’accordo detto “phase one” che sanciva la fine delle controversie commerciali tra Stati Uniti e Cina durate vari mesi, si poteva osservare – da gennaio – una sorta di ritorno alla calma. Ma non avevamo fatto i conti con il temperamento esplosivo del presidente americano. Seguace del concetto basato sulla realtà alternativa e appassionato di complottismo, non ha aspettato a lungo per sfoderare il bazooka, non per rilanciare l’economia e tranquillizzare i mercati finanziari ma per puntarlo verso uno dei suoi obiettivi prediletti: la Cina. Dopo averla accusata di essere responsabile del “Chinese virus” e di non essere riuscita a bloccarne la diffusione, gli Stati Uniti accusano ora la Cina di spionaggio industriale nei confronti di ricercatori che lavorano allo sviluppo di un vaccino contro il Covid-19. Per rappresaglia, D. Trump minaccia di rompere i rapporti con il suo partner cinese.

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L’accordo di gennaio sembra essere quindi appeso a un filo e la recessione globale non aiuta di certo la sua esecuzione. L’escalation non è stata finora contemplata, con la Cina che si accontenta di denunciare la diffamazione americana. Ma lo svolgimento della riunione annuale del Parlamento cinese, dal 22 maggio, potrebbe essere l’occasione per l’apparato cinese di rivedere radicalmente la sua strategia nei confronti dello Zio Sam. È difficile pensare, da parte americana, che possano esaurirsi le dichiarazioni bellicose di un presidente in difficoltà per la sua rielezione. Resta da vedere se si limiterà a semplici dichiarazioni e tweet per lusingare il suo elettorato o se si spingerà fino ad adottare provvedimenti efficaci.

La Brexit

Un altro tormentone, la Brexit, è stato lasciato momentaneamente da parte anche se una nuova stagione potrebbe riportarlo in prima pagina. In effetti, dopo i negoziati difficili che sono sfociati in un accordo e hanno tracciato i contorni del divorzio, il calendario per definire i dettagli della fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea sembrava ambizioso. Se si tiene però conto dei gravami del lockdown e delle posizioni contraddittorie dei protagonisti, sembra difficile riuscire ad arrivare a una definizione precisa dei futuri rapporti entro il 31 dicembre 2020. Eppure, gli inglesi non sembrano avere fretta di guadagnare tempo. Essi escludono una proroga del termine che deve essere richiesta entro il 1° luglio. Dal canto loro, i negoziatori europei deplorano la rigidità britannica sulle questioni più complesse. Ci sono tutte le ragioni per pensare che sarà necessario – ancora una volta purtroppo – affacciarsi il più possibile sull’orlo del baratro perché cambino gli atteggiamenti e i compromessi diventino possibili. Sui mercati finanziari, già volatili a causa della recessione senza precedenti in atto, il ritorno duraturo di questi temi potrebbe essere fonte di stress nel tempo sugli asset finanziari.

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Infine, non è probabilmente imputabile al caso che i governi di Stati Uniti e Regno Unito si affidino a spinte populiste visto che sono stati ampiamente criticati per la loro gestione della pandemia da cui stanno cercando, al più presto, di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica.

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