Diversificazione: utile per cogliere opportunità di rendimento nei momenti di svolta

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Nel 2020, pur con qualche eccesso, gli investitori si sono comportati nel modo consueto. Innanzitutto, come ipotizzavo l’anno scorso, sono tornati, a livello globale, a investire, nonostante l’accumulo di liquidità sia proseguito.

Il resto è storia nota. L’anno dei mercati è iniziato positivamente, in scia al 2019, con qualche tentennamento legato alle valutazioni e alla crescita. Quando si è manifestata la pandemia, le vendite si sono abbattute sui mercati in modo concitato, nel classico stile “prima vendiamo, poi ci penseremo”.

Quando, dopo un crollo rapido e profondo, gli investitori si sono riaffacciati ai mercati per acquistare, i temi e i titoli azionari scelti sono stati gli stessi che hanno trascinato i mercati negli ultimi anni, cioè l’azionario USA, con un’attenzione particolare alla tecnologia e in modo specifico ai sei titoli FAANG + M. Ad essi si è aggiunto l’oro, una strana coppia che ha fatto registrare rialzi sincronizzati per quasi tutto il 2019, ma in realtà già a partire dal 2017.

E per il 2021, quale potrebbe essere la via di minore resistenza?

Nel 2019 e nel 2020, fino all’inizio di Novembre, chi aveva portafogli “ben” diversificati ha perso opportunità rispetto a chi aveva un’esposizione concentrata sulle asset class o sui titoli che sono saliti di più. In realtà questo è sempre vero, solo che ultimamente lo è stato più del solito, perché la concentrazione del mercato è stata maggiore del solito. La domanda è: dopo le elezioni presidenziali USA e gli annunci di vaccini contro il Covid-19, adesso che stiamo  assistendo  a una rotazione a favore di asset class che hanno sofferto di recente, che cosa potrebbe aver senso fare per i portafogli? La rotazione settoriale, geografica, per attività finanziaria è, tutto sommato, la norma storica di lungo-lunghissimo periodo. Possiamo considerare gli ultimi anni, almeno in parte, come un’eccezione, oppure siamo davvero di fronte a una nuova normalità per i mercati?

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La diversificazione al lavoro: niente male, dopotutto. E con buone prospettive.

Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto osservare come si siano comportati dei portafogli diversificati. La risposta è: bene. Prendiamo i classici 60/40 (60% azioni globali MSCI World e 40% obbligazioni globali) di uso comune negli USA e nel mondo anglosassone e 30/70 (30% azioni globali MSCI World e 70% obbligazioni globali), che riflette meglio le preferenze dei risparmiatori italiani. Le loro performance total return in Euro sono state  buone.  E anche rispetto a una delle migliori asset class al mondo, l’S&P 500, a 20 anni e a 1 anno la differenza di performance è ragionevole, considerando anche la ridotta volatilità a cui si espone il portafoglio diversificato. Solo quando il differenziale di performance è stato davvero ampio, come dal 2010, l’effetto della migliore performance sull’efficienza, cioè sul rapporto fra la performance e la volatilità annualizzate, neutralizza la maggiore volatilità rispetto a un portafoglio diversificato.

C’è di più. Spesso pensiamo – correttamente – alla diversificazione come a un sano principio-guida per gestire, riducendolo, il rischio del nostro portafoglio di investimenti. Il beneficio in termini di mitigazione del rischio si paga con una rinuncia a una parte dei rendimenti. Ma la diversificazione in realtà è anche utile per cogliere opportunità di rendimento nei momenti di svolta. Ne abbiamo avuto un chiaro esempio di recente, il 9 Novembre. Dopo l’annuncio di Pfizer di avere trovato un vaccino efficace contro il Covid-19, intorno a mezzogiorno, i mercati europei hanno messo a segno rialzi fra il 5% e l’8%. In mezza giornata. Anche se nel mondo azionario avere un orizzonte temporale lungo è d’obbligo, è evidente che gli investitori che non erano posizionati nell’azionario europeo prima dell’annuncio di Pfizer si siano persi l’importante performance della giornata. Questo aspetto è importante perché sappiamo che i mercati azionari tendono a salire e anche su un orizzonte temporale di un singolo giorno, in media, i mercati azionari storicamente sono saliti  nel  52,6%  dei  casi . Negli ultimi anni i movimenti sono diventati più scomposti e il numero di indici che, nei giorni di maggiore oscillazione, ha fatto  registrare variazioni superiori a +5%   e inferiori a -5% è aumentato, soprattutto dalla Grande Crisi Finanziaria.

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Diversificare  aiuta  a  ridurre  l’impatto sul portafogli delle giornate più negative, ma anche a catturare quello delle giornate più positive.

Un ragionamento analogo vale per la rotazione fra il mondo growth e value, fra società a larga e a piccola capitalizzazione, fra aree geografiche. Le rotazioni di mercato sono sempre state la norma. Ma non negli ultimi tre  anni, e in particolare non nell’ultimo.

Oggi la rotazione da growth a value sembra essere cominciata. Ritengo che possa proseguire, ma che vi siano anche ragioni strutturali per pensare che alcuni segmenti del mondo growth continuino ad andare bene, e quindi non è detto che il differenziale di performance recente si richiuda completamente. La sua dimensione comunque è talmente ampia che anche recuperare la metà o un quarto di tale divario può dare un contributo molto significativo alla performance di un portafoglio. E un discorso simile può valere per le differenze di performance fra alcuni settori e altri. Per coloro che non si sentissero di assumere posizioni molto pronunciate, un portafoglio diversificato anche per stile può rivelarsi una scelta utile in questa situazione.

Il 2020 è un anno che ricorderemo.

Ci affacciamo al 2021 con alcuni importanti elementi positivi in più, giunti nelle ultime settimane, a cominciare dai vaccini per contrastare la pandemia, ma molti elementi di incertezza permangono. Per questo credo che la diversificazione rimanga un utile alleato.

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Un supplemento di conclusione per gli amanti delle statistiche storiche, visto che il 2020 è stato anche l’anno delle presidenziali USA. Quando il presidente Trump riconoscerà la vittoria di Joe Biden, ci troveremo di fronte a un cambiamento di Presidente, di un diverso partito, dopo un solo mandato. Dalla seconda guerra mondiale, questa combinazione si è verificata solo due volte. Una nel 1980: Reagan, repubblicano, succede a Carter, democratico. E una nel 1992: Clinton, democratico, succede a Bush padre, repubblicano. Il precedente rilevante per noi oggi è il secondo, quando un democratico va alla Casa Bianca dopo un repubblicano, e la performance dell’S&P 500 nel 1993, primo anno del primo mandato di Clinton, è stata del +7,06% in Dollari, dividendi esclusi.

Inferiore alla media di tutti i primi anni di mandato di un Presidente democratico che ha sostituito un repubblicano, pari al 10,53% in Dollari, dividendi esclusi, ma comunque un dato chiaramente positivo, per entrare nel nuovo anno con fiducia nei mercati e magari approfittare di eventuali debolezze per accumulare posizioni sull’azionario in modo disciplinato. Sempre all’interno di un portafoglio diversificato.

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