Mercati Emergenti: Il 2021 non è il “2013 reloaded”

Team CEE e Global Emerging Markets - Raiffeisen Capital Management -

Il rally azionario nei paesi emergenti si è interrotto nella seconda metà di febbraio/inizio marzo. Le obbligazioni dei mercati emergenti hanno ceduto significativamente, principalmente a causa del forte aumento dei rendimenti dei titoli di Stato USA, che sono da sempre negativi per le obbligazioni e le azioni dei paesi emergenti, soprattutto perché di solito sono anche accompagnati da un rialzo del dollaro USA. Molti investitori adesso si chiedono naturalmente se l’aumento dei rendimenti continuerà e fino a che punto, e che cosa significhi a breve, medio e lungo termine per gli investimenti nei paesi emergenti.

Le opinioni in merito sono divergenti. Per alcuni il potenziale di rialzo dei rendimenti USA appare “solo contenuto” perché la banca centrale USA cercherà di limitarlo. Inoltre, l’aumento dell’inflazione nei prossimi mesi sarà probabilmente perlopiù temporaneo e fortemente caratterizzato da effetti “una tantum” e di base. Altri, invece, prevedono un aumento marcato e duraturo dell’inflazione che farà salire ulteriormente anche i rendimenti delle obbligazioni.

Dunque i Paesi emergenti rischiano uno scenario simile a quello del “tapering” della Fed nel 2013?

Probabilmente no. In primo luogo, la banca centrale USA di recente ha comunicato molto chiaramente che non ci sarà nessun rialzo dei tassi di interesse almeno fino al 2023. Anche un “tapering”, cioè un significativo ridimensionamento dei programmi di acquisto di obbligazioni seguito da una riduzione del bilancio della banca centrale non è nemmeno lontanamente in agenda per i banchieri centrali, né negli USA, né nella zona euro. La maggior parte dei paesi emergenti oggi ha fondamentali molto migliori di allora. E a differenza del 2013, oggi si trovano davanti a una ripresa, non alla fine di una fase di boom economico. E anche ulteriori aumenti dei rendimenti USA sono tutt’altro che certi, ci sono diversi motivi che fanno pensare che la maggior parte dell’aumento dei rendimenti negli USA sia già alle spalle. E i livelli attuali (o leggermente più alti) non rappresentano alcuna seria minaccia né per la congiuntura USA né per i paesi emergenti.

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Una ripresa asincrona, ma comunque una ripresa globale

Riteniamo che a livello globale la ripresa non sarà probabilmente così simultanea come previsto alla fine del 2020, ma che invece procederà a ondate. L’inizio lo ha fatto la Cina che ha beneficiato del rapido contenimento della pandemia e dei programmi fiscali nel resto del mondo. Poi seguono gli USA che sono molto più avanti dell’Europa e della maggior parte dei paesi emergenti nelle vaccinazioni e nel riavviare la propria economia. L’aumento dei rendimenti USA (dai livelli estremamente bassi della crisi) riflette in gran parte soltanto un netto miglioramento della crescita negli USA. Si prevede che anche l’Europa e molti mercati emergenti vedranno, con qualche mese di ritardo, un forte aumento della crescita. Dal punto di vista odierno, questo scenario potrebbe essere messo in pericolo solo da nuovi shock esterni, per esempio da notevoli passi indietro nella pandemia (per esempio da mutazioni resistenti ai vaccini) o da gravi escalation geopolitiche (ad esempio, una guerra contro l’Iran con le relative conseguenze per il prezzo del petrolio).

Tutto sommato, al momento non vediamo alcun motivo per modificare la nostra valutazione positiva a medio e lungo termine dei mercati emergenti, soprattutto perché le tendenze al rialzo sono intatte anche dal punto di vista tecnico. Il fatto che nel breve periodo ci possano essere ancora un po’ di volatilità e ulteriori lievi correzioni non è in contraddizione con questo approccio

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