FED: i rialzi saranno 5 o 7?

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La Fed è in subbuglio: la pubblicazione del rialzo dei prezzi al consumo in gennaio punta nuovamente a un attacco febbrile da inflazione, costringendo la Federal Reserve in una posizione delicata sotto ogni punto di vista. Innanzitutto, si sono raggiunti dei nuovi massimi che non si vedevano da 40 anni: +7,5% per i prezzi al consumo in un anno, +5,0% per i dati corretti per le componenti più volatili, cioè l’energia e il cibo. In secondo luogo, entrambi i dati si attestano nuovamente al di sopra delle aspettative del consensus sondato da Bloomberg, rappresentando così una (nuova) brutta sorpresa. Infine, una quota sempre più ampia delle componenti dell’inflazione è in netto aumento. Limitata inizialmente all’energia, ai trasporti e ad alcuni beni, l’inflazione si sta gradualmente estendendo a tutti i settori di consumo: alloggio, servizi, attrezzature, ecc.

Né i mercati né la Fed potevano rimanere indifferenti di fronte al rischio di un’inflazione incontrollata.

Ricordiamo innanzitutto che, dall’agosto del 2020, la Fed ha ridefinito l’ambito del suo mandato per puntare a un aumento medio dei prezzi del 2% sul lungo termine, e non più a una “variazione vicina ma inferiore al 2%” all’anno. Guardando la traiettoria dei prezzi osserviamo un aumento medio del +5,7% all’anno e del +4,5% per l’inflazione core, un livello ben superiore rispetto al percorso prefissato. Se la Fed ha già inasprito i toni a dicembre, ed è tornata a farlo in gennaio nel corso delle sue riunioni, ora deve procedere più rapidamente, con maggiore incisività e andare più lontano.

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Più rapidamente. Potrebbe già succedere a San Valentino, data in cui è stata indetta una riunione non programmata. L’ipotesi di un rialzo anticipato non è impossibile, anche se poco probabile. In queste riunioni fuori programma si prendono di solito delle misure accomodanti di fronte a una crisi impellente. E, dal 1994, la Fed non ha mai preso decisioni così restrittive in contesti analoghi.

Con maggiore incisività, qualora dovessimo attenerci alle dichiarazioni rilasciate giovedì 10 febbraio da James Bullard, che ha dichiarato la possibilità di un doppio aumento a marzo, cioè un rialzo dei tassi di +0,50%, seguito da due ulteriori aumenti entro luglio. Da notare che questa affermazione è in contraddizione con la sua recente dichiarazione rilasciata il 1° febbraio, in cui aveva dichiarato all’agenzia di stampa Reuters “Non credo che un aumento dello 0,50% ci sia davvero d’aiuto in questo momento”.

Andare più lontano perché, nonostante un mercato del lavoro che converge verso la piena occupazione, gli aumenti salariali non riescono a tenere il passo… Il reddito salariale delle famiglie americane si sta erodendo di oltre il 3% in termini reali in un anno. Combattere l’inflazione attraverso la politica monetaria aiuterebbe a ridare potere d’acquisto alle famiglie. Sarà tuttavia necessario dimostrare tatto per non imbrigliare troppo bruscamente la crescita che crea posti di lavoro e che sta lentamente rallentando dopo aver raggiunto l’apice post-Covid.

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Di fronte a questo nuovo paradigma, anche le reazioni dei mercati non si sono fatte attendere. Mentre all’inizio di febbraio il mercato dei tassi prevedeva già 5 rialzi di 25 punti base per il 2022, a distanza di dieci giorni ne prevedeva 7. Altrettanto dicasi per la maggior parte degli strategist delle grandi banche che sono passati da 5 a 7 in pochi giorni. Se così fosse, saremmo all’inizio di uno dei cicli di stretta monetaria più rapidi dal 2004. Con il rischio che finisca la luna di miele tra la Fed e i mercati?

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