Riforma fiscale. Tutto cambia perché nulla cambi… forse

Alessandro Arrighi -

Lo scorso 16 marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge di delega al Governo per la riforma fiscale.

L’aliquota più corretta da applicare

Le une contro le altre armate, le forze politiche si confrontano sul tema  dell’aliquota più corretta da applicare, “fingendo” di dare per scontata la grandezza alla quale quell’aliquota si dovrà applicare. Si parla di riduzione e razionalizzazione dell’Irpef e dei tributi in genere. Già dal 2024, probabilmente, le aliquote su redditi delle persone fisiche scenderanno da quattro a tre. Per poi puntare ad un’aliquota fissa, che, al di là delle questioni nominalistiche, nulla ha a che fare con la propagandata aliquota fissa.

Quale flat tax?

Non so se sia malafede, da parte dei politici in genere, oppure solo la loro poca competenza e persino comprensione degli argomenti su cui si confrontano: da una parte, la destra propone la flat tax e promette poi di agire sul meccanismo delle deduzioni forfettarie, per introdurre una gradualità dell’imposta, reintroducendo, in vero, dalla finestra lo stesso meccanismo della piuccheproporzionalità, uscito dalla porta, quello cioè per cui, all’aumentare del reddito, cresce l’aliquota; dalla parte opposta, la sinistra finge di non sentire proprio questo meccanismo di recupero, e, anziché denunciare la macchinosità di una strategia complessa attuata solo per non cambiare nulla, imputa alla destra la volontà di favorire i più ricchi a discapito dei ceti meno abbienti.

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Smettiamola con la propaganda

Avevamo già assistito a un parossistico confronto sul fatto che la vecchia flat tax, quella, attualmente in vigore, applicata alle imprese minori, rappresentasse un deciso vantaggio dell’aliquota di tassazione della partite Iva, rispetto all’aliquota pagata dai lavoratori dipendenti. Il che, in rari casi, può essere persino vero, a conti fatti. Gli uni e gli altri paragonavano, con proclami solo propagandistici, le aliquote pagate dai dipendenti sul reddito a quelle pagate sul fatturato dai piccoli imprenditori, in regime di flat tax. Anche ad uno studente mediocre di seconda ragioneria è chiaro che per produrre fatturato occorre spendere risorse e quindi reddito e fatturato sono grandezze ben diverse. La malafede, o colpevole ignoranza, è evidente.

Il regime cosiddetto forfettario

Chi, come me, fa il commercialista, conosce la delusione dei propri clienti, quando ha dovuto spiegare che, nella maggior parte dei casi, il regime cosiddetto forfettario, di cui tutti hanno sentito parlare a sproposito in televisione, non era conveniente. O quando invece lo era, consentiva, in genere, solo piccoli risparmi. Destra e sinistra, fingono (spero!) di non sapere che la tassazione è data da due grandezze: un’aliquota e una grandezza reddituale; se io applico un’aliquota più bassa a una grandezza reddituale più grande, per esempio il fatturato anziché il reddito, ovviamente il vantaggio fiscale si riduce moltissimo fino a zero.

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Le indeducibilità fiscali

L’altro elemento distorsivo, attraverso cui sono state raccontate bugie agli elettori sia di destra, sia di sinistra, sia delle frange più populiste, è quello delle indeducibilità fiscali, che, non solo comporta un’aliquota molto maggiore di quella dichiarata, ma arriva al paradosso che un imprenditore con bassi livelli di reddito, si trovi a dovere anche pagare il 400-500 per cento di aliquota di tassazione (non è un errore di stampa, vuole dire molto più di quello che ha guadagnato) e che in molti casi siano tassate le perdite.

Effetto diabolico

L’effetto, che per il sistema è diabolico è che, quando un imprenditore in crisi cerca di sanare la sua impresa, ma deve pagare le tasse sulla perdita, non ha le risorse per farlo, fallisce e per giunta subisce l’onta di essere considerato un evasore fiscale, e quindi l’accusa della bancarotta fraudolenta oltre alla lacerazione interiore di vedere le famiglie che manteneva e che erano riconoscenti da generazioni alla sua famiglia, in mezzo a una strada. L’effetto è la sfiducia dei cittadini nello Stato e nella Giustizia.

Illudiamoci che il decreto, al di là del suo vacuo contenuto, peraltro tipico delle deleghe in bianco, possa essere davvero l’inizio di una rivoluzione copernicana, che magari sposti davvero finalmente l’ottica verso il perseguimento della realizzazione di una vera collaborazione tra imprese e istituti fiscali. Ma certamente il sistema ha bisogno di tanto coraggio e di un po’ di buona fede.

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Alessandro Arrighi

Paolo Brambilla - Direttore Responsabile - Lamiafinanza.it Avatar

Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.

Areas of Expertise: economia, finanza, arte, cultura classica
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