Cina-Usa, attenti a quei due

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L’allentamento delle pressioni inflazionistiche, la discesa del prezzo del petrolio, la possibilità dell’atterraggio morbido per l’economia americana e l’incontro tra Xi e Biden tratteggiano un quadro di ritrovato ottimismo, una cesura tra un prima e un dopo. Scommettere sulla direzione dei tassi e il timing dei tagli resta però un esercizio difficile.

L’incontro tra Joe Biden e Xi Jinping è stato l’evento più rilevante e più atteso per le ampie ricadute politiche ed economiche. Negli ultimi quattro decenni Cina e Stati Uniti hanno prosperato in una relazione di reciproca dipendenza. La Cina produceva manufatti che gli americani compravano per pochi soldi, con i dollari incassati il governo di Pechino affrancava dalla povertà milioni di persone e acquistava Treasury, i tassi di interesse restavano bassi consentendo agli americani di comprare sempre più prodotti cinesi.

A San Francisco i due presidenti hanno fatto buon viso a cattivo gioco, le ragioni di dissenso e di contrasto restano ma la diplomazia muscolare è stata smussata, sono state tenute in considerazione le ragioni degli interessi di entrambi i paesi. Lo aveva detto chiaro Janet Yellen mesi fa, il disaccoppiamento economico appartiene alla retorica politica, non è una strada percorribile e neppure desiderabile. Per le società americane e occidentali la Cina rappresenta un mercato dalle potenzialità enormi e la deglobalizzazione è più facile a dirsi che a farsi, è complicato trovare altrove le competenze acquisite in quarant’anni di manifattura, tantomeno replicare le economie di scala degli impianti cinesi.

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Dal canto suo, Xi Jinping ha l’ambizione di riportare il paese allo status imperiale che ebbe tra il XVI e l’inizio del XIX secolo, un disegno per il quale lo sviluppo economico è indispensabile. Il sentiero di espansione però si è interrotto, nel 2022 la quota della Cina nell’economia mondiale si è leggermente ridotta e quest’anno si ridurrà ancora di più, scendendo al 17%. Fino a pochi mesi fa il presidente cinese parlava del diritto della Cina a riprendere il suo posto nel mondo e nella storia, nulla avrebbe potuto arrestare quel processo. Nei colloqui di mercoledì scorso Xi ha invece dimostrato pragmatismo e moderazione, sa che le prospettive di crescita sono più favorevoli ad altri paesi emergenti, India, Indonesia, Brasile, Messico, la Cina ha ancora bisogno degli Stati Uniti e dei partner commerciali occidentali per alimentare le sue ambizioni.

La leadership comunista vede anche con chiarezza che il rallentamento economico potrebbe incrinare il “Grande Patto” tacitamente sancito con la pubblica opinione cinese: crescita economica, ricchezza, prosperità comune in cambio della rinuncia ai diritti civili e libertà politiche. È aumentata l’enfasi sulla prosperità comune ma è diventato più difficile onorare l’impegno, al rallentamento dell’attività economica si sono affiancati i flussi in uscita degli investimenti esteri. Nel terzo trimestre sono usciti dal paese quasi dodici miliardi di dollari, primo dato negativo dal 1998, quando si cominciò a compilare la statistica. Il deflusso degli investimenti diretti riflette il deterioramento delle prospettive economiche del paese e, soprattutto, la minore fiducia degli investitori esteri nel modello economico plasmato dal governo.

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Negli ultimi mesi il governo e la banca centrale cinesi hanno diminuito l’enorme disponibilità di Treasury. Gli investitori domestici stanno vendendo obbligazioni e azioni americane con volumi non più visti negli ultimi anni. Le vendite sono concentrate soprattutto nei titoli del Tesoro, il saldo dei Treasury detenuti dalla Cina ammontava a 805,4 miliardi di dollari ad agosto, un calo del 40% rispetto a un decennio prima, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro americano.

Le vendite sono state innescate dalle difficoltà finanziarie interne e dalla necessità di difendere le ragioni del cambio dello yuan, ai minimi contro il dollaro dal 2008, ma sono anche il segnale al Tesoro americano delle possibili conseguenze di un massiccio piano di vendite. Un’altra risposta cinese alle misure punitive di Washington è stata l’accelerazione nello sviluppo tecnologico, la creazione di capacità produttive sulle componenti ad alta tecnologia che gli Stati Uniti non intendono più fornire. Nonostante le dichiarazioni di buona volontà e il ripristino di linee di comunicazione dirette, impossibile prevedere se nel breve termine ci saranno concreti passi in avanti, per il momento prendiamo la parte piena del bicchiere, le relazioni tra Cina e Stati Uniti sono tornate sotto controllo. Il “take away” economico del vertice è l’ammissione, più o meno a denti stretti, della reciproca dipendenza e della necessità di accordi conseguenti, la frase di Xi “il mondo è abbastanza grande perché i due Paesi possano avere successo” è una dichiarazione di sostegno a politiche commerciali più aperte in opposizione alle politiche dei dazi, e di volontà nel proseguire nella costruzione di legami commerciali con altri paesi. Più o meno nelle stesse ore dell’incontro di San Francisco, il leader iraniano Khamenei comunicava a uno dei capi di Hamas che il suo paese non sarebbe entrato nel conflitto. La scelta del momento non è stata casuale, un paese amico di Hamas ha atteso oltre un mese dalla strage del 7 ottobre per far sapere all’alleato e al mondo il non coinvolgimento e lo ha fatto proprio nel giorno dell’incontro di Biden con Xi Jinping. La dichiarazione ha fatto scendere le paure dell’escalation e ha contribuito all’allentamento delle tensioni politiche.

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