Thanksgiving Day, un termometro per l’inflazione

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Il Giorno del Ringraziamento è il maggiore evento alimentare degli Stati Uniti. Le statistiche dei consumi di cibo e bevande rivelano che gli acquisti per il pranzo del Thanksgiving Day sono di gran lunga superiori a quelli delle altre grandi feste, i tacchini consumati dalle famiglie americane in questo giorno si aggirano attorno ai 45 milioni, più del doppio del consumo nelle feste di Natale e Pasqua. Dodici mesi fa, le famiglie americane erano alle prese con i morsi di una inflazione non vista da quattro decenni, il costo della loro spesa per il pranzo tradizionale, tacchino, salsa di mirtilli, patate dolci, zucca, torta di noci, era del 20% più alto dell’anno prima.

Da allora le cose sono migliorate, l’inflazione ha cominciato a scendere e secondo l’American Farm Bureau Federation il costo del tacchino all’ingrosso è diminuito di oltre il 30%, l’epidemia da influenza aviaria è stata superata e le forniture si sono normalizzate. Peccato che di questa forte riduzione dei costi le famiglie americane non si siano accorte, il loro risparmio nell’acquisto del tacchino e di tutto il resto è stato attorno al 5% rispetto all’anno scorso, in ogni caso più alto del 25% in confronto ai prezzi del 2019. L’asimmetria è dovuta allo sfasamento temporale degli acquisti: temendo ulteriori rincari, i negozi al dettaglio hanno confermato i loro acquisti a inizio 2023, i prezzi al consumatore finale sono dunque ancorati al costo sopportato dal dettagliante circa nove mesi fa.

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Il tacchino del Giorno del Ringraziamento è il canarino nella miniera: i nuovi costi all’ingrosso non sono ancora compiutamente entrati nel sistema, lo faranno nell’immediato futuro e gli effetti saranno il proseguimento della discesa dell’inflazione. I segnali di raffreddamento si intensificano, oltre ai dati CPI dei prezzi al consumo, in ottobre sono scesi anche i prezzi alla produzione, inferiori alle stime di consenso, sono calati i prezzi delle importazioni, nono calo consecutivo su base annua, le prime rilevazioni su novembre mostrano il proseguimento della tendenza al ribasso dell’inflazione. Anche il costo del carburante, rilevato nella media nazionale, è sui livelli più bassi dall’inizio dell’anno.

L’inflazione negli Stati Uniti si sta avvicinando al 2%, il valore principale è al 3,2%, il valore “core” al 4% e il tasso “super-core” che oltre ad alimentari ed energia esclude i beni di prima necessità è al 2%. Il sensibile rallentamento dell’aumento dei prezzi negli Stati Uniti e nell’Eurozona ha dato il via alle nuove scommesse, la Fed è attesa ai primi tagli nel secondo trimestre del 2024, la Banca Centrale Europea ancora prima, il suo primo taglio è atteso per marzo.

Siamo dell’idea che i rendimenti continueranno a calare sull’onda dell’inflazione in discesa e del rallentamento dell’attività economica, gli effetti della politica monetaria stanno arrivando alle imprese e ai consumatori. Prospettive che favoriscono l’esposizione alle scadenze lunghe sia nei paesi avanzati che in quelli emergenti dove l’inflazione dovrebbe calare in modo marcato grazie alla moderazione dei prezzi dei generi alimentari. L’esposizione alla parte lunga delle curve potrà essere incrementata su ulteriori segnali di raffreddamento del mercato del lavoro negli Stati Uniti. Una prospettiva che potrebbe essere contraddetta da una crescita nei paesi G10 più resistente del previsto, da un’inflazione “vischiosa” e da un ulteriore rialzo dei rendimenti.

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